Assaggi Irregolari, N. 2 - Dolceacqua 2017 E PRIE

 

Qualsiasi accostamento al Pinot Nero nobilita chi lo produce e anche chi ne scrive. Vogliamo dare un tono a un vino o addirittura a un’intera tipologia? Basta accennare che i profumi ricordano (anche vagamente, anzi meglio se vagamente) certe annate del produttore X di Volnay o di Corton e il gioco è fatto; quel determinato vino, anche se corto e disarmonico, si avvolge di un’aureola di finezza mai conosciuta sino a quel momento. E chi lo racconta acquisisce immediatamente lo status di fine intenditore e, con il tempo, anche di “uomo di mondo”.

Un preambolo necessario per inserire, in quella che sta diventando, non premeditatamente, la rubrica degli Assaggi Irregolari, un vino provato a inizio estate (o fine primavera, giorno più giorno meno) facente parte di una tipologia più volte accostata, anche da penne illustri come il grande Gino Veronelli, niente meno che a qualche prestigiosa appellation borgognona.

Come suggerisce il titolo, sto parlando del Rossese di Dolceacqua, un vino che fino a una decina di anni fa, fatta eccezione per qualche raro appassionato, era diffuso solo in ambito locale, vista anche l’esiguità della produzione. Oggi conosce, con giusto merito, una relativa fama e, conseguentemente, alle firme di maggior successo della Denominazione si aggiungono ogni anno altre etichette degne di attenzione.

Tra queste mi ha incuriosito il Dolceacqua 2017 di E Prie proprio per certi suoi toni aromatici dove affiorano sentori di rabarbaro, spesso rintracciabili nei vini maturi a base di pinot nero. E se i profumi segnalano un carattere originale, ma anche un’evoluzione avanzata non proprio lusinghiera per un vino così giovane, si resta sorprendentemente colpiti da un sapore vivo, tonico, di inattesa lunghezza e freschezza finale. Un vino a due facce, dotato di quel tocco di imprevedibilità (e irregolarità) che, a suo modo, lo rende unico.

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