Non avevo intenzione di tornare a parlare della crisi dei consumi del vino ma sinceramente mi sono anche un po’ stufato di leggere opinioni che continuano ad addebitare, stancamente, ripetitivamente e pure ipocritamente, a una comunicazione imperniata su un linguaggio vetusto e gergale le attuali problematiche.
Come detto sono già intervenuto più volte sull’argomento, mi limito quindi ad aggiungere alle ormai ben conosciute motivazioni – economiche, salutistiche, dietetiche, sociali e pure climatiche – relative al calo di interesse dei consumatori, una considerazione che coinvolge soprattutto le nuove generazioni. Chi si è avvicinato, giovani e meno giovani, al vino cosiddetto “di qualità”, quindici-venti anni fa, è capitato in un momento storico che ha visto una sorta di reazione di una parte del mondo della produzione come pure della critica più sensibile, al dominio incontrastato di un prodotto realizzato con rigido protocollo, stilato dai consulenti enologici più acclamati. Vini molto simili tra loro, quasi incuranti della provenienza territoriale e genetica, super concentrati, super boisé, super imbottiti. Vini dove l’effetto “manipolazione” era effettivamente vistoso e sempre meno comprensibile da tutti coloro che hanno ben altra visione del vino. Si è diffusa così la – giusta e virtuosa – voglia di valorizzare la schiettezza, l’autenticità o quantomeno il naturale equilibrio, senza ricorrere ad arrangiamenti spinti all’eccesso.
La ricerca di una maggiore “spontaneità”, o naturalezza che dir si voglia, è scivolata in alcuni casi su posizioni più estreme e quasi provocatorie, ma certi effetti non debbono scandalizzare, sono quasi fisiologici nel corso di cambiamenti di rotta. Non credo tuttavia di andare così fuori dai binari se affermo che un certo pubblico, non più abitudinario nel consumo e con qualche risorsa economica in meno, si sia avvicinato al mondo del vino attratto da aspetti che potrei definire sbrigativamente ideologici più che da motivazioni edonistiche, come avveniva precedentemente.
Un pubblico che voleva soprattutto comprendere quale era la cosa giusta da fare o, semplificando, che cosa c’era di sbagliato da evitare. Come capita purtroppo anche in altri settori, ormai si tende a difendere le proprie idee e convinzioni attaccando e sminuendo le altrui. E, seguendo una serie di input lanciati alla rinfusa anche da parte di chi comunica, i fedeli proseliti della linea dura e pura, ormai trasformati in veri e propri tifosi di curva, hanno iniziato a rifiutare:
1 – vini ottenuti da vitigni non autoctoni (i più intransigenti accettano solo gli autoctoni da singolo vigneto)
2 – i “blend” (della serie cancelliamo Bordeaux dalla mappa enologica)
3 – gli affinati in barrique (ma i soliti intransigenti tollerano già a fatica l’acciaio)
4 – quelli ricavati da agricoltura convenzionale (posizione, almeno questa, ragionevole e coerente)
5 – la produzione di aziende di grandi dimensioni (seguendo una taratura che sopra le centomila bottiglie inizi a diventare sospetto)
6 – i vini vinificati con lieviti selezionati (assimilati non si sa bene perché a una forma di adulterazione).
Rifiutare, rifiutare, rifiutare. Fino a rifiutare il vino tout court, una volta appagata l’esigenza di credere di avere ormai capito tutto.
E allora concludo sottolineando che chi si occupa di comunicazione parla di linguaggio antiquato dimenticandosi di avere incoraggiato la forma più radicale del suddetto “dissenso” mentre continuava a lusingare, con malcelato opportunismo, il mondo dei grandi e famosi, creando nei fatti una contrapposizione che ha solo disorientato il consumatore finale. Un colpo al cerchio…
Anzi, un colpo alla botte (grande) e uno alla barrique.




