Poggio del Moro, un’azienda da conoscere

 

POGGIO DEL MORO

So poco o quasi niente dell’azienda che mi ha recapitato, pochi giorni fa, alcuni vini da assaggiare. Conosco, a grandi linee, la zona di produzione – ai margini sud orientali della provincia di Siena, a un passo dall’Umbria – e ho dato un’occhiata alle schede tecniche dei vini notando che privilegiano l’utilizzo di vitigni autoctoni, fatto che non costituisce, in sé per sé, motivo di distinzione né qualitativa né stilistica. Il dato più interessante che ho ricavato è dato probabilmente dalla prevalenza, insolita in Toscana, di terreni sabbiosi. Il resto – vinificazione, affinamento, altitudine, esposizione e fittezza dei vigneti – rientra in parametri normali. 

Non so chi si occupa degli aspetti tecnici (enologi, agronomi, cantinieri..) e, soprattutto, non conosco i proprietari. Se sono giovani, vecchi, simpatici, antipatici, perché facciano vino e se è la prima volta o lo hanno sempre fatto. Niente, a parte sapere che non sono italiani.

E debbo confessare che non mi dispiace affatto iniziare a conoscere un’azienda prendendo contatto e confidenza solo con le bottiglie che produce. Preferisco, e ho sempre preferito, partire da quello che mi “suggerisce” il bicchiere e fare, quando mi sembra ne valga la pena, il percorso al contrario.

In questa occasione ammetto di non aver trovato in assaggio vini memorabili – in fondo è davvero raro che accada -, ma l’impressione d’insieme che ho ricavato è più che favorevole, considerando che sto parlando di una realtà produttiva alle sue prime uscite sul mercato. L’impronta stilistica privilegia la bevibilità rispetto alla forza d’urto ed è avvertibile, con apprezzabile coerenza, in tutte le etichette proposte. 

Entrando nel dettaglio……segue per gli abbonati

Uvaggi e miraggi

 

UVAGGI E MIRAGGI

Nel rovistare tra i vecchi articoli, come avevo già fatto con Il Sangiovese di Collodi, ho scovato un altro pezzo degno di attenzione o quanto meno di interesse che è stato pubblicato (anch’esso) diciannove anni fa, un periodo che equivale a un passaggio generazionale. Alcuni dei concetti espressi, relativi all’affidabilità del sangiovese, sono stati del tutto superati perché, fortunatamente, è cambiata radicalmente la gestione e la qualità dei vigneti rispetto a venti anni fa. Tanto è vero che buona parte degli impianti sono stati negli anni corretti, modificati, sostituiti o rinnovati totalmente. Ma, per quanti miglioramenti siano stati conseguiti, le conclusioni alle quali giungevo quasi venti anni fa sembrano essere quanto mai attuali:
 
…il sangiovese ha un duplice volto: da un lato è, storicamente, un vitigno da uvaggi e dall’altro possiede caratteristiche “individualiste”. Un tempo per ottenere vini di rapido consumo s’ingentiliva con aggiunte di uve bianche, malvasia e trebbiano, oggi, per ricavare vini più concentrati e longevi, si inserisce il cabernet o il merlot. Se questa è l’esigenza diffusa, anche se non sempre dichiarata, un motivo ci sarà pure ed è spiegato, in grandi linee, dall’incompleta affidabilità della “sacra” uva nostrana, che offre risultati straordinari solo in determinate aree per non dire in singoli vigneti, per scadere nella mediocrità in altre situazioni. 

E’ pur vero, invece, che abbandonandosi sistematicamente a pratiche che prevedono l’addizione di altre uve si rischia di veder smarrire il gusto unico e inconfondibile che solo il Sangiovese, ma il concetto vale anche per altre varietà autoctone, realmente in purezza (ovvero al 100%) può garantire. Ecco che entra in gioco il suo carattere individualista che lo fa assimilare ad uve come Pinot Nero e Nebbiolo. In Borgogna e nelle Langhe si fanno grandi vini da monovitigno tenendo presente un concetto ben preciso e radicato: l’esaltazione del vigneto singolo, del cru per dirla alla francese. Continuino pure i nostri produttori a proporre un vino da assemblaggio: è la scelta tattica migliore se ci si vuole assicurare un buon vino per ogni stagione.  Ma che inizino a prendere in considerazione la possibilità di eleggere almeno uno dei propri vigneti, magari quello che da sempre concede risultati superiori, per realizzare un Sangiovese in purezza. Ipotizzare, in futuro, una mappa di cru di Sangiovese è solo un miraggio?

Il Sangiovese di Collodi

 

Come molti, ho approfittato di questi giorni di clausura forzata per mettere ordine, con scarso successo, un po’ in tutte le cose che mi riguardano, dai libri alla cantina fino all’ammasso di documenti rintanati nei vari computer (tutti rigorosamente Apple) presenti tra le pareti domestiche. In un vecchio iBook portatile, di quelli fatti a conchiglia con il “guscio” arancione, tutt’ora funzionante ma poco utilizzabile, visto che il sistema operativo OS9 è oggi appena un po’ scavalcato dai tempi, ho trovato una raccolta di vecchi articoli scritti nel 2001. Uno di questi, intitolato “Il Sangiovese di Collodi”, mi è sembrato abbastanza curioso da riproporre oggi, a distanza di ben 19 anni e nella considerazione delle idee che dominavano all’epoca e di cosa è avvenuto successivamente.

E’ stato, finalmente, rintracciato, dopo lunghe indagini, un nuovo clone di Sangiovese che sgombra il campo da mille dubbi e ambiguità che riguardavano l’uva più conosciuta dell’Italia Centrale. Gli è stato, curiosamente, attribuito l’appellativo di “Collodi” che, per chi non ricordasse, è lo stesso nome dell’amena località situata in provincia di Pistoia nonché lo pseudonimo di Carlo Lorenzini, autore e creatore del personaggio di Pinocchio. Il clone in questione è una varietà che si è scoperto essere diffusissima in Toscana. In pratica buona parte dei vini a base di Sangiovese sembrano essere costituiti da questa singolare “cultivar” che dà origine a vini concentrati, scuri nel colore, dotati di notevole e robusta materia tannica, con profumi variegati e multiformi, in funzione, evidentemente, del “terroir”. Al punto che, spesso, i vini ottenuti con il “Collodi” sono assimilabili per carattere, di volta in volta, con il Montepulciano d’Abruzzo, il Cabernet Sauvignon, il Merlot, il Colorino, il Syrah, il Nero d’Avola e altre innumerevoli varietà. Una scoperta che, chiaramente, spiazza sia quei produttori che (presumibilmente con altri cloni) dal Sangiovese ottenevano tradizionalmente vini pallidi, scarni, eppur dotati di carattere, sia quei produttori che con rese bassissime, uso congeniale del rovere e, perché no, qualche pratica di salasso, erano riusciti, con molti sforzi, a, come si suol dire, cavar fuori il sangue dalle rape. Ma, soprattutto, fa tirare un sospiro di sollievo a quella nutrita schiera di vignaioli che non dovrà più raccontare imbarazzanti storielle per giustificare il misterioso uvaggio del proprio vino: sarà sufficiente indicare che è Sangiovese di Collodi. Anche chi scrive di vino si sentirà certamente sollevato perché, una volta per tutte, smetterà di ricorrere a subdole insinuazioni ma saprà decifrare e adeguatamente comunicare a chi legge la vera matrice dell’enigmatico liquido che trova nel bicchiere: un vero, autentico, buonissimo, Sangiovese (di Collodi, è ovvio) in purezza.