ColFòndo Agricolo di Bele Casel

Lo chiarisco subito: questa non è una recensione convenzionale con note organolettiche ordinate e relativo punteggio finale. Il Colfòndo di Bele Casel non lo ho confrontato con altri suoi “simili” vini frizzanti, non l’ho assaggiato alla cieca, non ho preso appunti. Per essere più precisi, erano queste le mie intenzioni iniziali, ma ne ho provato un sorso e ho finito per portarmelo a tavola e bermelo, anzi prosciugare la bottiglia. È stato un comportamento poco professionale? Sarebbe stato più opportuno non confessarlo? Certo, forse, che ci voleva a scrivere due note di assaggio, potevo farlo e mi risparmiavo tutte queste giustificazioni, ma ho pensato che solo il rapporto con una bevuta, e non con un assaggio “sputa e via”, avrebbe restituito, anche se solo parzialmente, la forza dissetante del ColFòndo e l’inesauribile senso di freschezza che provoca con la sua lievissima carbonica, l’acidità sottile e continua, i profumi agrumati e floreali.

Verticale del Riesling Kaiton di KUENHOF

Dopo aver introdotto con la verticale dell’Hérzu di Germano un piccolo spazio dedicato al Riesling, rincaro la dose aprendo il confronto immediato con un’ulteriore verticale dello stesso vitigno rappresentata da un altro grande classico, non locato in Alta Langa ma in Valle Isarco, come il Kaiton di Kuenhof.
Ho assaggiato, con la fondamentale collaborazione di Claudio Corrieri, cinque annate – 2014, 2016, 2017, 2018, 2019 – dalle caratteristiche ben diverse tra loro. Sottolineo subito che lo stacco tra le migliori e le peggiori (tutto è relativo) è stato piuttosto netto ma se tutte le annate fossero uguali sarebbe inutile provare a riassaggiarle; occorre invece sottolineare come le degustazioni verticali siano impietose ma sempre utili a comprendere meglio la natura di un vino.
Il Kaiton è generalmente chiuso e restìo a svelarsi nei primi mesi di bottiglia, tanto è vero che nei miei ricordi è un bianco che migliorava sistematicamente dopo un’adeguata ossigenazione. Con questa premessa era facile ipotizzare uno sviluppo in progressione nel corso del tempo ma la verticale effettuata ha però messo in evidenza alcuni aspetti che peraltro possono apparire come ovvi: nelle annate magre, carenti di frutto, l’acidità conserva soprattutto sé stessa, per cui i millesimi freschi ma deboli, dopo qualche anno sono tuttora tonici ma in debito di succosità e contrasto. In quelle eccessivamente calde e secche gli effetti non sono più rinfrancanti: il frutto evolve con rapidità e manca il consueto dinamismo che caratterizza i Riesling e segnatamente il Kaiton.
Sono le annate più equilibrate quindi, e non le più acide e tanto meno le più alcoliche, ad evolvere più felicemente nel tempo e se produrre un buon vino ogni anno, con ammirevole costanza, è un gran merito, la capacità di salire a toccare punte di eccellenza, anche occasionalmente come nel caso del Kaiton, è comunque appannaggio dei vini di rango.

Verticale del Riesling Hérzu di ETTORE GERMANO

Non voglio tirar fuori la solita pappardella della longevità e quanto siano sottovalutati alcuni vini bianchi italici, come ho più volte ribadito. Lo stesso Hérzu di Ettore Germano, ha inizialmente subìto dalla maggioranza degli assaggiatori (ma so’ ragazzi..) questo trattamento diffidente, per poi essere riconosciuto universalmente come vino di indubbio valore.
Ogni tanto affiora tuttavia qualcuno che afferma “d’accordo è buono, ma i Riesling della Mosella sono ben altra cosa”. Giusta obiezione: infatti l’Hérzu è un Riesling non prodotto in Mosella ma in Piemonte e sull’etichetta riporta l’indicazione Langhe..
D’altro canto mi rendo conto che sia quasi inevitabile fare questi raffronti, lo stesso succede ogni volta che ci troviamo davanti un Pinot Nero e c’è chi non può fare a meno di sparare: “non dico che non sia buono ma, insomma, non lega neanche le scarpe a un normale Village”.
Se sposto, però, il confronto tra vini dello stesso territorio e non dello stesso vitigno, forse le idee si schiariscono e le differenze emergono. Ve lo immaginate il migliore Pinot Nero prodotto in Langa Versus i Barolo o i Barbaresco? Oppure un altrettanto ambizioso Pinot Noir prodotto in Chianti Classico contro i migliori rossi di quel territorio? Con tutto il rispetto per chi li produce, finirebbero a pezzi.
Se invece prendo un vino come l’Hérzu e lo confronto non solo con i langaroli ma con i migliori bianchi d’Italia, non dico sia il migliore, non esageriamo, ma la sua “porca” figura continua a farla.
Quindi, spero di essere stato sufficientemente chiaro, l’Hérzu è un eccellente bianco italiano, come Riesling è invece “solo” ottimo e risente, come è giusto che sia, della matrice territoriale e non solo di quella varietale.
La degustazione è stata condotta in due fasi diverse. La prima, nel 2017, ha preso in esame le annate 2010, 2013 e 2015; la seconda, effettuata a fine estate 2020 con la preziosa collaborazione di Claudio Corrieri, ha analizzato i millesimi 2008, 2009, 2013 e 2015.
Dopo il 2011 Sergio Germano, figlio di Ettore e titolare dell’azienda di famiglia, ha iniziato a utilizzare una chiusura con il tappo a vite (Stelvin) e non più con il tradizionale sughero: solo per il coraggio di questa scelta meriterebbe di essere portato in trionfo (si fa per dire eh, Sergio non è proprio un peso piuma).
Sta di fatto che se i vini fossero vistosamente peggiorati saltava l’alibi di dare la colpa al solito, povero, inaffidabile tappo; ma, guarda caso, la valutazione del 2013 a distanza di anni è stata identica e il commento molto simile, mentre l’Hérzu 2015, visto che il primo assaggio si era svolto a pochissimi mesi dall’imbottigliamento, ha registrato una crescita prevedibile e coerente, a dimostrazione che il vino compie comunque una sua evoluzione anche usando il discusso tappo a vite e mantiene la sua integrità senza dare spazio agli alibi.

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.