SELEZIONE 2022/23, CHIANTI COLLI SENESI

Salvo un caso (Villa S. Anna), i vini recensiti in questo Report provengono dall’area di San Gimignano che resta la zona che propone la tipologia dei Chianti Colli Senesi con maggiore compattezza e diffusione. E aggiungo anche con una qualità mediamente più che soddisfacente visto che, anche se le annate rappresentate sono più d’una e sono comprese nel gruppo anche alcune Riserve, hanno superato la soglia della selezione ben 30 vini.
Sul piano stilistico le letture continuano ad essere sostanzialmente individuali, ogni azienda ha la propria linea che a sua volta risente delle caratteristiche dell’annata rappresentata. Ovviamente al centro resta dominante la presenza del Sangiovese che talvolta è espresso in purezza e in altre occasioni è supportato da altre varietà. Anche sull’uso e la partecipazione del rovere non c’è omogeneità e permangono incertezze e ingenuità assortite, tuttavia si tratta di vini dotati generalmente di carattere e riconoscibilità, di un fondo diffuso di sapidità che sembra un dato ricorrente nei vini sangimignanesi e non mancano alcune versioni particolarmente convincenti.
Il potenziale espresso complessivamente mostra quindi di aver poco da invidiare a tipologie più rinomate e costose ma indubbiamente senza il supporto di un adeguato riconoscimento economico è difficile ipotizzare ulteriori e decisivi salti di qualità.

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

NOBILE DI MONTEPULCIANO 2018

Questo resoconto – consultabile per gli abbonati qui – contiene una selezione dei migliori Nobile 2018 assaggiati quest’anno. Non ho effettuato una distinzione tra tipologie per cui sono presenti anche le versioni Riserva e Selezione insieme ai Nobile “semplici”. In uno dei prossimi Report saranno raccolti anche i risultati relativi ai 2019.
Per quanto riguarda la quotazione dei vari millesimi direi che sarebbe il caso che i Consorzi – ovunque, non solo a Montepulciano – smettessero di assegnare valutazioni che non si comprende bene a chi possano servire. Per essere più esplicito, tutte le ultime quattro annate, – dalla 2017 alla 2020, non ancora la 2021 – pur diversissime tra loro come caratteristiche, sono state classificate con il voto massimo di cinque stelle che equivale alla menzione, anche letteralmente poco attendibile, di eccezionale. Sicuramente più utili sono ad esempio le dettagliate descrizioni che il Consorzio del Nobile riserva all’andamento climatico di ogni stagione.
In ogni caso il livello riscontrato è rassicurante, non eccezionale ma certamente buono e affidabile, anche se attualmente il problema maggiore da affrontare per chi produce è proprio la variabilità delle annate – 2017 e 2018 ad esempio hanno ben poco di simile – al punto che in fondo viene premiata la capacità di ogni singolo produttore di comprenderne prima possibile le caratteristiche e applicare tempestivamente, soprattutto nelle scelte di vigna, le giuste contromisure azzerando ogni anno la passata esperienza.
Sul piano stilistico continuano a convivere varie “anime” e pur mantenendo un ruolo prevalente, soprattutto nelle versioni Riserva, la configurazione “robusta” che prevede strutture potenti associate a dosi non timide di rovere e tannini, emerge con sempre maggiore frequenza la scelta di puntare sugli effetti più sfumati ed eleganti del Sangiovese.
Il Nobile Le Caggiole 2018 di Poliziano ne è, forse sorprendentemente per qualcuno, il testimone più efficace.

 

CHIANTI CLASSICO 2017/2016/2015

L’affollata lista di recensioni di Chianti Classico mi impone di alleggerire il carico proponendo in questo Report 21 vini selezionati delle annate precedenti al 2018. Per lo più si tratta di Gran Selezioni e di Riserve del millesimo 2017 (16 per l’esattezza) ma non mancano alcuni 2016 e addirittura un 2015 che si è rivelato tra i più convincenti e sorprendenti dell’intero gruppo. L’uscita ritardata – sarebbero infatti già disponibili i 2019 delle stesse tipologie e pubblicherò tra non molto le relative recensioni – dipende ovviamente da scelte aziendali, certamente l’annata 2017 non è di quelle che passeranno alla storia, tuttavia va sottolineato che buona parte dei campioni provati non mostra alcun segnale di decadenza anche se solo una parte minoritaria esprime un carattere definito e un chiaro senso di riconoscibilità. D’altro canto debbo ricordare gran parte dei 2017 è uscita negli anni scorsi e questa piccola fetta di vini non può essere considerata altrettanto rappresentativa.
Ecco l’elenco delle cantine presenti nella recensione:
Badia a Coltibuono, Belvedere Campòli, Bindi Sergardi, Cafaggio, Castellinuzza e Piuca, Castello di Monsanto, Castello di Verrazzano, Castelvecchi, Lanciola, La Ranocchiaia, Pasolini dall’Onda, Podere Ciona, Quercia al Poggio, Rocca di Montegrossi, San Felice, Villa Cerna e Rosa, Viticcio.

Le note di degustazione sono a disposizione degli abbonati e consultabili qui.

Vini di tacco e vini di punta

In questo periodo sono piuttosto impegnato ad assaggiare le nuove annate* e ho avuto modo di notare il modo diverso da parte di ogni azienda di interpretare il rapporto tra i vini più semplici e quelli più ambiziosi.

Lasciando perdere le situazioni virtuose (in verità largamente prevalenti) e ponendo l’attenzione su quelle più criticabili – se non critico che ci sto a fare – potrei dire sommariamente che esistono alcune situazioni contrapposte che tenterò di illustrare proponendo tre diversi profili di produttore.

Il primo è figlio dell’attualità, attento alle mode e ai cambiamenti, frequentatore assiduo dei social, fino a pochi anni fa produceva solo due o tre etichette ma ha cominciato ad ampliare la sua gamma puntando sulla Riserva della Riserva, poi sulla Selezione, quindi sulla Super Selezione per approdare infine sull’ultima frontiera dell’espansione produttiva ovvero l’individuazione di tre – per ora, ma sono destinati ad aumentare – cru dalle caratteristiche uniche e irripetibili (almeno così dice). A fare le spese di questa generosa proliferazione di vini è proprio il più semplice, quasi dimenticato, che deve accontentarsi degli avanzi di vigna e si presenta in una veste talmente leggera da rasentare l’inconsistenza; insomma, non sa di niente e il tentativo di rivendicarne la bevibilità è maldestro ed è sufficiente una buona birra, altrettanto bevibile, meno alcolica e più saporita, a metterlo in crisi su questo piano.

Il secondo profilo è invece rappresentato da chi segue la logica fuorviante e tuttora fortemente radicata di ritenere che l’importanza di ogni vino è proporzionale all’esibizione della propria ricchezza strutturale. L’identikit è di chi al ristorante apprezza soprattutto la quantità e la confonde con la qualità, vuole i piatti stracolmi e il suo vino più ambizioso è in effetti assai potente e intenso ma anche surmaturo, alcolico, sovraestratto e roverizzato all’eccesso; un po’ come se per vestirsi bene ci mettessimo addosso tre camicie e due paia di pantaloni: nessuna eleganza e tanta goffaggine. Il paradosso è che in questo caso il vino di base, prodotto senza le forzature di cui sopra, è sorprendentemente piacevole ed equilibrato.
Ma lui non lo sa; nel senso che non se ne è proprio reso conto.

Il terzo caso è infine costituito da chi prepara il vino di base con le stesse modalità di vinificazione di quello di vertice utilizzando però uve di qualità inferiore. Il risultato è prevedibilmente costituito da impiastri imbevibili. Il profilo è del tipo fedele alla linea ed è quel genere di produttore che non cambia mai metodi e il vino lo fa sempre così in barba alla diversità delle annate, delle tipologie e (magari) delle mode: “io i miei vini li tratto tutti allo stesso modo, non faccio discriminazioni perché così faceva mio nonno, così faccio io e così farà mio figlio”.
Al quale toccherà poi berselo tutto.

 

* ricordo a tal proposito agli abbonati gli ultimi tre Report pubblicati: https://www.ernestogentili.it/prodotto/vermentino-e-vermentino-report-wr/
https://www.ernestogentili.it/prodotto/selezione-2022-rosso-di-montepulciano-report-wr/
https://www.ernestogentili.it/prodotto/selezione-2022-rosati-toscani-report-wr/

 

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