LA QUALITA’ MISTIFICATA

Non ho da dispensare consigli o individuare soluzioni per affrontare l’attuale congiuntura che colpisce (anche) il mondo del vino.
Mi preme esclusivamente salvaguardare la qualità. Si tratta quindi di comprendere quanto possa essere a rischio questo valore quando soffia vento di crisi, i timori aumentano e molti – sia produttori che consumatori, anche se per motivi diversi – rincorrono qualsiasi moda passa loro davanti, distorcendo spesso i capisaldi della qualità.
Emblematica, in tal senso, è stata la presentazione – avvenuta pochi mesi fa presso l’Enoteca Pinchiorri – dell’annata 2021 del Coevo, un rosso a base di Sangiovese e Merlot prodotto, in poche migliaia di bottiglie dalla casa vinicola Cecchi, con l’intento di avere una sorta di testimone dei cambiamenti stilistici correlati alle mutazioni di clima, di gusto e tendenze che avvengono nel corso del tempo. Un vino esplicitamente e volutamente modaiolo insomma, ma, a ben vedere, soprattutto provocatorio, anche perché rispetto ai milioni di pezzi che ogni anno escono dalle cantine Cecchi, il Coevo costituisce solo un frammento marginale e non certo rappresentativo dell’intera produzione aziendale. E non c’è dubbio che la netta differenza stilistica evidenziata dal confronto tra la prima annata prodotta, la 2006, calda, concentrata e fortemente boisé – e l’ultima, la 2021, morbida, bilanciata, dalla beva sicuramente più fresca ed elegante, ha fornito una preziosa istantanea dei cambiamenti, in questo caso positivi, avvenuti nel giro di pochi anni e rafforzato il senso della degustazione.
Purtroppo però, la tentazione di seguire le tendenze del momento, a differenza di chi ci gioca un po’ sopra come Cecchi, non è esclusiva di pochi, piccoli e incerti produttori. Ce ne sono di grandi e vaccinati che, dopo decenni di uscite sul mercato con vini supercolorati, superconcentrati e superboisé, oltre che surmaturi, hanno sposato, di punto in bianco, la causa della leggerezza e della bevibilità, al punto da sfiorare l’immaturità e l’inconsistenza. Come pure ci sono “correnti di pensiero” che hanno sdoganato una serie di difetti e disarmonie come segni di autenticità, in quanto in contrasto con la temuta manipolazione. Debbo dire che è curioso (o drammatico?) osservare che ci sono degustatori (per così dire), e ovviamente consumatori, che non tollerano accenni di rovere o comunque la presenza di tannino in un vino rosso mentre si entusiasmano per bianchi di stile macerativo nei quali la ruvidità tannica combinata con l’ossidazione crea effetti devastanti per il palato.
Un processo di mistificazione insopportabile. Potrei continuare ad affondare il coltello nella piaga con molti altri esempi ma non voglio essere noioso; in fondo, oggi più che mai, non è importante cosa facciamo ma come lo raccontiamo.
Per un pubblico che ormai sembra bere più storielle che vino.

CONSUMI E COSTUMI

Si assiste da tempo, e un po’ passivamente, al progressivo e costante calo del consumo del vino. L’abitudine di bere a tavola, durante i pasti, fa parte dei ricordi di un tempo, un po’ come fumare al cinema o trovare i negozi chiusi la domenica. Cose del passato. Intanto però si beve sempre meno e la virata di una parte del mercato verso un “bere diverso” (vedi qui), alternativo all’uso tradizionale, segnala anche la perdita di attrazione del vino come lo abbiamo conosciuto e vissuto sino ad oggi: non interessa sapere quanto è buono, ma cosa rappresenta. Da un lato conta più l’apparenza della sostanza ma dall’altro – nei casi più virtuosi – acquisisce sempre più forza il fattore personalità e la presenza di stile assume un ruolo ormai imprescindibile.
Nello stesso tempo si accentua la tendenza a bere leggero e, non a caso, il consumo di Champagne e bollicine in genere – e, in subordine, i bianchi – è l’unico a segnare un netto segno “più” nel confronto con il passato. In fondo, da tempo lo stesso comportamento a tavola va in direzione di un alleggerimento e i ristoranti e i piatti a base di pesce, per non parlare dei vegetariani e dei vegani, sono in crescita nei grandi centri come addirittura in località montane. È recentissimo il dibattito/confronto sull’esigenza di modificare lo stile degli Amarone della Valpolicella, attenuandone gli eccessi, forse alla ricerca di una sottigliezza che in realtà non ha mai fatto parte del patrimonio del grande e famoso vino veronese. Ma in fondo il principio ispiratore è legato solo e comunque al mercato: diteci come lo volete e così lo avrete!
Se per qualche sportivo (diciamo così) l’unica cosa che conta è vincere, per chi commercia l’unica cosa che conta è vendere. Quindi, forse, va pure bene così. Non importa quel che ne fanno del vino: lo accumulano in cantine miliardarie, lo bevono a colazione , all’ora della merenda, dopo cena, lo allungano con l’aranciata…

Ma c’è chi si consola affermando che il calo dei consumi nei paesi produttori è largamente compensato da un mercato estero che allarga sempre più i suoi confini. In realtà negli ultimi cinque anni l’export dei vini rossi è calato di quasi un milione di ettolitri.
Purtroppo il quadro che si delinea potrebbe invece ricalcare quello che osserviamo in altri settori, come la moda ad esempio (ma non solo), dove alla fila di clienti danarosi fuori dei negozi delle grandi firme, risponde da un lato la proliferazione di catene commerciali con prodotti usa e getta (o poco meglio) per chi vuole spendere meno, dall’altro la contemporanea chiusura delle sempre più rare botteghe artigiane.
Tuttavia gli artigiani del vino hanno ancora la possibilità di non farsi risucchiare da questo vortice diabolico. Ma ho i miei forti dubbi che la soluzione possa essere quella di appiattirsi e rincorrere le mode passeggere, adeguando sistematicamente lo stile dei vini agli umori del mercato.
Certo che è facile criticare senza esporsi ma, non avendo la bacchetta magica né la palla di vetro per vedere il futuro, posso solo individuare una strada da percorrere ed è quella di mantenere saldo il carattere (identità, riconoscibilità, etc..) conciliandolo con l’equilibrio (flessibile e adattabile ai cambiamenti).
Un criterio che è sempre valido, in qualsiasi stagione.

INNATURALE NATURALEZZA

Il fatto che una parte dei consumatori odierni, per vari motivi, ami esplorare le alternative al vino cosiddetto “convenzionale”, attraversando l’articolata giungla di vini naturali, ipernaturali, bio e super-bio, costituisce un tema che non va liquidato con superficialità. Bere “naturale”, tornare al vino di una volta, quello del contadino, contiene un messaggio potente: basta con il vino convenzionale tutto uguale, omologato, noioso, infarcito all’inverosimile di prodotti enologici, poco genuino e, forse, anche poco salubre ma non certo poco costoso. Torniamo, letteralmente, all’uva pigiata con i piedi e, in alcuni casi purtroppo, al vino fatto anch’esso, non solo letteralmente, con i piedi, ma in grado di soddisfare il bisogno diffuso di schiettezza, inducendo a immaginare un mondo idilliaco, dove la figura del “contadino” viene mitizzata e assume contorni eroici. Chi, come me, ha comprato davvero il vino (rigorosamente in damigiana) dai contadini di un tempo che, in alcuni casi, di genuino e di ingenuo avevano ben poco, è, comprensibilmente, un po’ più scettico al riguardo. Nondimeno possono risultare poco credibili, anzi quasi irritanti, certi interventi che sentenziano quanto sia facilmente percepibile in assaggio la presenza di lieviti selezionati oppure, nel sacro nome della naturalezza, affermare risolutamente che non si dovrebbe usare il legno ma l’acciaio! Che, come tutti sanno, si trova normalmente disponibile in natura: le famose foreste di acciaio della Ruhr.
Tuttavia, al di là delle sparate più assurde, è evidente e assodato che non si può che sostenere chi propone una viticoltura più rispettosa dell’ambiente, un’enologia meno invasiva e una, conseguente, valorizzazione delle diversità.

Ma credo che lo stesso rispetto sia dovuto al consumatore “sano” e alla sua intelligenza, evitando di propinargli vini corredati di cento difetti spacciati come “prova di naturalezza”, oppure dichiarare di combattere i vini convenzionali perché omologati e tutti figli del solito protocollo operativo, mentre oggi è pratica diffusa tra molti “naturalisti”, sia produttori che enologi, seguire pedissequamente le mode del momento come, ad esempio, le vinificazioni a grappolo intero o in presenza di raspi, applicate in modo sistematico, prescindendo dalle caratteristiche delle annate o del tipo di uva. Con il prevedibile risultato di proporre a loro volta vini molto simili tra loro. Figli anch’essi di un (diverso) protocollo. Anch’essi omologati e omologabili, alla faccia della naturalezza e della salvaguardia delle diversità.

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