INCONTRI RAVVICINATI: CAIAROSSA

Doverosa premessa: in questi “incontri” non racconterò vita, storia e miracoli del tema in oggetto, sia esso una singola azienda o un singolo vino; mi limiterò a sottolineare gli aspetti salienti emersi nell’occasione. Non assegnerò neanche punteggi ai vini in quanto il punteggio al vino ha senso solo in un contesto di comparazione allargato e preferibilmente alla cieca.
Il primo incontro, come le menti più acute avranno intuito, è dedicato a Caiarossa. Dato che le notizie sull’azienda sono facilmente ricavabili cliccando sul suo nome collegato al sito web io non sto a riportarle di nuovo. Mi limito solo a ricordare che cantina e vigneti, interamente condotti in “biodinamica”, sono situati a Riparbella, sulla costa toscana. Le vigne sono state progettate e impiantate in due momenti distinti: il nucleo originario è intorno alla cantina, quello successivo si trova in località Nocolino, tra Riparbella e Castellina Marittima.

Ho sempre seguito con attenzione e curiosità i vini di Caiarossa sin dai loro esordi, apprezzandone le naturali doti di personalità che hanno costantemente mostrato di possedere anche a scapito di qualche “incertezza” olfattiva; non capitavo però in azienda da qualche anno ed ho trovato uno staff tecnico giovane e assai determinato sugli obiettivi immediati da raggiungere per salire di livello, ovvero maggiore equilibrio d’insieme e nitidezza espressiva, puntando ad affrancarsi per quanto possibile da ingerenze alcoliche e tanniche indesiderate.  

Operazione non facile a realizzarsi, viste le caratteristiche di un territorio dove è più facile e naturale “esagerare” che contenersi, ma perseguita con tenacia, curando nei dettagli ogni particolare. Debbo dire che in poche aziende si avverte così nettamente l’attenzione scrupolosa assegnata al lavoro di vigna; la gestione della cantina, che non è certamente meno importante e curata, è indirizzata a valorizzare al massimo la materia prima e non a “sistemarne” magagne e difetti. Significativa è, ad esempio, la scelta di decidere – alla bordolese – il taglio definitivo del primo vino, il Caiarossa, all’inizio e non alla fine dell’affinamento, permettendogli così di evolvere in modo omogeneo. Come pure la selezione del rovere, le percentuali ridotte di legno nuovo, l’uso di cemento e botti grandi in funzione delle varie tipologie prodotte, vanno nella direzione di trovare la misura giusta con vini più pronti, freschi e bevibili da subito senza rinunciare al loro potenziale di longevità e carattere.

I dettagli dei vari assaggi sono, come sempre, disponibili qui in zona abbonati.

SELEZIONE 2022/23: QUERCIABELLA

Non bastava produrre uno tra i più grandi Supertuscan (scusate il termine, come usava dire il “primo” Benigni) come il Camartina; non bastava aver rinforzato robustamente il “presidio” dei (scusate di nuovo il termine) SuperMerlot chiantigiani con il Palafreno; Querciabella ha proprio deciso di non accontentarsi di questi successi e ha voluto proprio stravincere. Altrimenti che bisogno avrebbe avuto di sfoderare un Chianti Classico Riserva supersonico come il 2019?
Chi si crogiola nell’immagine sfumata, rarefatta e un po’ acidula di certi Sangiovese o si lascia sedurre dai toni caldi, aperti e un po’ evoluti di altri, provi ad alzare le pretese: la Riserva di Querciabella offre una dimensione complessa e autorevole della tipologia, in grado di assumere un ruolo incisivo da protagonista senza tuttavia essere aggressiva (si limita solo a dare qualche schiaffo morale).
Un vino da conservare a lungo in cantina, ma chi non resiste può anche berlo subito: si troverà comunque bene. Dirò di più, volendo usare la formula, cara a molti colleghi d’oltreoceano, mi voglio cimentare a indicare la forbice ideale di consumo: dal 2023 al 2084 (preferibilmente prima dell’estate, come suggerisce con giusta pignoleria l’amico Fabio Rizzari).

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

LIBERATECI DAI PREMI

Come ogni anno in questo periodo escono in libreria le nuove Guide dedicate ai vini e in rete appaiono le lunghe, sempre più lunghe, liste dei premi assegnati che in verità mi appassionano poco e neanche sto più a osservare come facevo un tempo. Un amico mi ha però stuzzicato invitandomi a dare uno sguardo a qualcuno di questi elenchi la cui diffusione, a mio parere, non promuove affatto le vendite delle pubblicazioni. 

Non mi azzardo assolutamente a criticare le varie selezioni, ognuno la pensa come vuole e in ogni caso qualsiasi appunto innescherebbe una discussione infinita e del tutto sterile. Ma non posso evitare di sottolineare che sia l’architettura editoriale delle Guide-vini nel loro complesso ad essere vetusta, ripetitiva, noiosa. Sotto accusa è proprio il “sistema premi”.

Il premio è ritenuto così importante e centrale per le Guide e la loro sopravvivenza che alcune di esse ne assegnano solo uno per azienda, evidentemente per riuscire ad accontentare un numero più alto di Cantine e non importa se un produttore ha tre o quattro vini di alto livello: un premio per uno non fa male a nessuno (escluso il lettore che non è informato adeguatamente). Ci sono addirittura Guide che non classificano i vini recensiti però assegnano premi: come la mettiamo? La domanda che nasce spontanea è: se non li classificate come fate a premiarli?

E infine l’editore, qualsiasi editore, dovrebbe idealmente alimentarsi con le vendite di libri a chi i vini li acquista, ma è ormai palese che se facesse affidamento solo su questi introiti andrebbe poco lontano. Ma non è questo il punto che mi interessa trattare, facciamo finta che sia tutto perfetto.

In pratica le Guide sono passate da essere strumento critico (con effetti anche promozionali) a strumento con ambizioni promozionali (non dimostrate) tout court. Nonostante tutto, è giusto sottolineare che ci sono persone e colleghi stimabili che continuano a profondere passione, impegno e pure competenza nella preparazione annuale di una Guida-vini – anche a loro la logica contorta del Premio finisce per non rendere merito – e che tra le pagine di queste pubblicazioni è contenuta una tale quantità di informazioni che da sola giustificherebbero il loro acquisto; eppure nell’idea di tutti una Guida serve soltanto a distribuire premi.

Certo mi rendo conto che non sia facile svincolarsi da un meccanismo che è stato finora l’asse portante del comparto, finendo con il creare una sorta di dipendenza, ma è proprio l’assegnazione dei premi a inquinare il lavoro critico e a costituire un naturale portatore di “contagio”. Non attribuire premi – e intanto smetterla almeno di pubblicare liste – non significa evitare di assegnare valutazioni, anzi tutti i vini assaggiati dovrebbero essere classificati perché una Guida, senza valutazioni e senza capacità di spiegare il motivo per cui un vino è più o meno buono, perde buona parte della propria ragione di essere. L’obiettivo di una Guida-vini non sarebbe quello di far vendere bottiglie – che sarebbe solo un’eventuale conseguenza – ma di far comprendere, apprendere, stimolare, indirizzare consumatori e produttori ad un approccio critico che possa aiutare a migliorare costantemente la qualità dei vini e, in un ciclo virtuoso, elevare la competenza dei degustatori medesimi. Avere quindi, perché no, una valenza culturale.

Ma ci vuole comunque coraggio a dare un colpo di spugna.
E se di “spugne” in giro ne abbiamo in abbondanza, di coraggio ne vedo davvero poco.

SELEZIONE 2022/23: CORZANO E PATERNO

Come capita ormai da qualche anno, è il Sangiovese I Tre Borri il vino che riesce a porsi maggiormente in evidenza tra i vini di Corzano e Paterno. La versione 2019, assaggiata recentemente, è tra le più riuscite di sempre e il fatto che non sia un vino celebrato più platealmente non deve stupire più di tanto: l’azienda ha da sempre un profilo sobrio ed è più attenta a produrre qualità che a raccontarla.
Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

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