Aggiornamenti, quarta parte

TENUTA DEGLI DEI
Non ci sono dubbi che il vino più giustamente ambizioso e che, in sostanza, ha fatto conoscere l’azienda di Tommaso Cavalli è il blend quasi omonimo – Cavalli Selection – di matrice bordolese che con l’annata 2022 torna a convincere pienamente. Tuttavia mi piace sottolineare l’ennesima conferma del più semplice Chianti Classico Forcole: anche il millesimo 2023 per freschezza, slancio e ariosità costituisce un ammirevole esempio di coerenza stilistica.

MAURIZIO ALONGI
Il “Barbischio” di Maurizio Alongi è una delle più belle novità apparse nel territorio chiantigiano negli ultimi anni. Debbo dire che mi ha colpito sin dalla sua prima uscita e, anno dopo anno, non si smentisce. L’annata 2022 certamente non possiede l’energia esplosiva della precedente ma si afferma in virtù di uno stile consolidato, dove la ricchezza aromatica e il tratto gustativo fresco ed elegante emergono con ineffabile sicurezza.

CANTALICI
Vini di carattere quelli di Cantalici: ben riconoscibili, esprimono tensione gustativa e sapidità senza penalizzare l’equilibrio complessivo. In risalto la Gran Selezione 2021 e, nondimeno, il Chianti Classico Baruffo 2022, uno dei più riusciti dell’annata.

LE CINCIOLE
C’è solo l’imbarazzo della scelta per individuare il vino più significativo de Le Cinciole, in quanto si sprecano gli aspetti positivi sulle etichette presentate in assaggio, tutte in grado di conciliare il carattere con l’equilibrio. Molto buoni, come sempre del resto, i due IGT, Camalaione 2020 e Petresco 2021, ma altrettanto validi sia il Chianti Classico 2022 che la Gran Selezione Aluigi 2021.

LE CORTI/PRINCIPE CORSINI
Ormai da qualche anno i vini de Le Corti hanno raggiunto una configurazione stilistica stabile e nitida. Il Chianti Classico Cortevecchia 2021 si distingue per il suo profilo rigoroso e, appunto, classico, mentre la Gran Selezione Don Tommaso, stessa annata, presenta un’interpretazione diversa, ricca nel frutto, dai contorni boisé, più “internazionale” se proprio vogliamo assegnarle un’etichetta definita. Molto positivo anche il riassaggio a distanza di un anno della Gran Selezione Zac 2020, fresco ed elegante oltre che in chiara crescita rispetto alle sue prime uscite.

Aggiornamenti, terza parte

CECCHI-VILLA CERNA-VILLA ROSA
In un insieme di vini ben fatti, rispettabili e di buona qualità complessiva, staccano in modo perentorio le due etichette, annata 2022, realizzate a Villa Rosa, proprietà acquisita pochi anni fa dalla famiglia Cecchi. E se il Chianti Classico Ribaldoni si fa apprezzare per il suo profilo agile e slanciato, la Gran Selezione Villa Rosa aggiunge alle suddette doti un plus di eleganza e personalità.

FONTODI
Energici, concentrati e possenti, i vini di Fontodi hanno un loro specifico carattere che conta su molti fedeli appassionati, anche se, come è ovvio, non incontra i favori di chi predilige interpretazioni più leggere e agili del Sangiovese. La stagione di assaggi del 2025 ha ribadito in ogni caso il potenziale notevole della Gran Selezione Pastrolo, annata 2021, e, soprattutto, ha proposto una versione superlativa del Flaccianello, in grado di far risaltare gli aspetti più positivi di una vendemmia non proprio facilissima come la 2022.

LAMOLE di LAMOLE
Ancora un annata molto positiva per i vini dell’azienda facente parte del gruppo Santa Margherita. E se alla conferma ad alti livelli, ai quali è abituato da tempo, della Gran Selezione Vigneto di Campolungo 2021 risponde una versione della stesso millesimo della G. S. Vigna Grospoli pienamente convincente, va segnalato che anche il resto della gamma non perde colpi, a partire dalla Riserva Lareale 2022 e per finire con il piacevolissimo Chianti Classico 2023 Maggiolo.

BERTINGA
Recensiti per la prima volta su queste pagine i vini di Bertinga non mi hanno proprio lasciato indifferente. Anzi, diciamo pure che hanno rivelato una combinazione particolarmente felice tra l’espressività del carattere e la qualità dell’esecuzione tecnica. Il Sangiovese Punta di Adine 2019 tocca punte (non è un gioco di parole) di eccellenza muovendosi con una finezza sorprendente, il Bertinga 2018, blend di Sangiovese e Merlot, ha un assetto più prevedibile e convenzionale ma non certo banale e, comunque, di notevole prospettiva, il Chianti Classico La Porta di Vertine 2022 esibisce il volto più dinamico, slanciato e fragrante della tipologia.

CASTELLO DI MELETO
Il numero elevato (4) di etichette di Gran Selezione proposte dal Castello di Meleto trova una comprensibile motivazione nelle diverse caratteristiche dei vari cru rappresentati e non è un caso se, a fianco dei valori molto stabili espressi dal Vigneto Casi e dal “Castello”, le differenze maggiori emergano dal confronto tra il Vigna Poggiarso e il Trebbio, rispettivamente al di sotto e al di sopra del consueto standard. Indubbiamente l’annata 2020 ha mostrato un buon livello qualitativo nel complesso senza tuttavia raggiungere i valori evidenziati dai millesimi più quotati. Da segnalare, infine, l’ottima performance del Merlot Parabuio 2021 e, su un piano di minor complessità, la convincente riuscita del Chianti Classico 2022.

Aggiornamenti, seconda parte

Continuo la carrellata sugli assaggi della passata stagione.

TENUTA di LILLIANO
Le annate 2021 e 2022 sembrano essere state decisamente favorevoli per la Tenuta di Lilliano e se la Riserva e la Gran Selezione Ruspoli esprimono senza incertezze e con la giusta “disciplina” la forza d’urto del millesimo 2022, l’annata precedente è più che degnamente rappresentata da un avvolgente e coinvolgente Anagallis e, soprattutto, dal brillantissimo esordio della Gran Selezione Vallanzone, un rosso in grado di far emergere gli aspetti più eleganti e complessi del territorio di Lilliano.

CASTELLO DI QUERCETO
Da qualche anno i vini del Castello di Querceto hanno trovato una configurazione stilistica più definita liberandosi da alcune “sovrastrutture” che li appesantivano e rendevano meno esplicito il loro carattere. Certamente anche in questa sessione sono le etichette più ambiziose, ovvero le due Gran Selezione, a ottenere i riscontri più convincenti ma anche il Chianti Classico “annata” e la Riserva confermano un livello qualitativo di apprezzabile costanza.

FATTORIA NITTARDI
Più fatti che parole per la Fattoria Nittardi: l’annata 2023 costituisce indubbiamente un consistente passaggio in avanti nell’evoluzione qualitativa del Chianti Classico Vigna Doghessa che sarà atteso ad adeguate conferme nelle prossime uscite, mentre su un livello sempre più elevato si muove ormai la Gran Selezione Nittardi che, con l’annata 2022, si piazza su valori di assoluta eccellenza.

BORGO LA STELLA
I riscontri numerici, in termini di punteggio, segnalano un’ascesa diffusa in tutte le etichette prodotte da Borgo La Stella, ma in realtà l’aspetto più significativo emerso dagli assaggi dello scorso anno è costituito dal senso di nitidezza, ariosità e freschezza presente nei vini dell’azienda di Radda, in linea con le caratteristiche del territorio.

TERRENO
Tra i vini dell’azienda Terreno solitamente apprezzo molto il profilo morbido ed elegante della Gran Selezione A Sofia e anche con l’annata 2021 non posso che confermare l’ottima riuscita di questo rosso. Tuttavia debbo rilevare di essere stato particolarmente colpito dalla naturale energia del Sillano, sempre Gran Selezione, che, almeno per una volta, merita di posizionarsi sul podio più alto dei vini aziendali.

Aggiornamenti, prima parte

A pochi giorni di distanza dalle anteprime toscane è opportuno fare il punto delle degustazioni della scorsa stagione. Riporterò quindi, in forma sintetica, i commenti conclusivi sull’andamento degli assaggi dei vini di ogni azienda che ritengo meritevole di attenzione sulla base dei riscontri ricevuti e che gli abbonati potranno consultare anche nei singoli Report aziendali. Tanto per chiarire nessun premio, trofeo o medaglia da distribuire ma soltanto un’occasione per ricordare quali vini e produttori si siano particolarmente distinti nel 2025.

Seguendo l’ordine di pubblicazione dei vari Report, la prima tranche comprende gli appunti relativi a Tenuta Casenuove, Ricasoli, Caparsa e Podere Ciona.

TENUTA CASENUOVE
I vini sembrano aver trovato un assetto stilistico e qualitativo più stabile rispetto agli esordi e la variabile, come è giusto che sia, è costituita essenzialmente dalle caratteristiche dell’annata. La materia prima appare di ottimo livello e in cantina l’interpretazione mette in maggiore evidenza che in passato i caratteri del Sangiovese, pur mantenendo un profilo stilistico che tiene debitamente conto delle esigenze tecniche.

RICASOLI
Un’annata che fa emergere con maggiore evidenza lo stacco qualitativo e di personalità tra le Gran Selezioni e le altre tipologie della denominazione. Il carattere dei vini di punta è tuttavia più spiccato nelle – eccellenti – selezioni di vigneto (CeniPrimo, Colledilà e Roncicone) che si alternano nella gerarchia aziendale in funzione, evidentemente, delle caratteristiche dell’annata rispetto alla più stabile e rassicurante Gran Selezione Castello di Brolio.

CAPARSA
I vini di Paolo Cianferoni non hanno mai difettato in carattere e anche in questa tornata di assaggi non si smentiscono. L’annata 2021 sembra inoltre aver concesso la migliore versione di sempre della Riserva Caparsino: una bottiglia da non perdere per i suoi appassionati.

PODERE CIONA
I vini del Podere Ciona non hanno fretta di uscire sul mercato e, visti i risultati, non si può dare torto alla scelta della proprietà. Questo giro di assaggi è stato particolarmente ricco di brillanti contenuti, vale a dire di belle bottiglie anche se debbo rilevare che, in contrasto con le attuali tendenze e con l’altitudine dei vigneti, le ultime uscite, come la Gran Selezione e il Chianti Classico Riserva 2018, mostrano una certa abbondanza di calore alcolico che tuttavia è ben integrato con la struttura dei vini. Non va, infine, dimenticata la conferma avuta dal riassaggio, a distanza di tempo, dell’eccellente Merlot Le Diacce 2016.

 

 

Il peso della leggerezza ovvero come prendere “alla leggera” le tendenze di moda

Leggerezza è un termine che oggi crea dubbi e preoccupazioni nel mondo della produzione di vino. Si sente ripetere in continuazione che il mercato e i consumatori di oggi vogliono vini più leggeri, agili, scorrevoli, meno alcolici, meno densi, meno tannici e via dicendo. Non penso ci sia da stupirsi più di tanto se emerge questa esigenza ma credo anche che i dubbi derivino dall’incertezza legata alla misura dell’eventuale “alleggerimento” e ai modi per attuarla. Quanto e come alleggerire, insomma.
A tal proposito ricordo che molti anni fa un consulente enologico affermò in pubblico di aver impostato i vigneti delle sue aziende con impianti fittissimi, rese produttive molto basse (almeno nei casi migliori) e vendemmie posticipate, in quanto il mercato, spinto dall’influenza dei media, voleva vini imponenti e concentratissimi. In sostanza uno stimato consulente (ma ovviamente non era l’unico, la maggioranza era come lui) aveva indirizzato le aziende che seguiva a operare non in funzione di approfondite valutazioni tecniche (agronomiche ed enologiche) che gli competevano, ma semplicemente perché all’influente critico X piacevano i vini super strutturati. Come conseguenza di queste scelte, tanto per fare un esempio, ogni ettaro di terreno disponibile è stato riempito da diecimila barbatelle di Merlot, uva che andava per la maggiore in quanto garantiva “calore e colore”, per poi verificare, non molti anni dopo, che gli stessi impianti venivano estirpati o sostituiti, con densità ridotte, da altre varietà più adeguate a certi suoli e certe condizioni climatiche. Sulla base di queste esperienze è evidente che non sia campato in aria il timore che questa esigenza di leggerezza possa far parte della solita ondata modaiola, anche se di segno opposto, che rischia di creare solo danni, confusione e incertezze sia in chi produce come in chi consuma, senza apportare benefici sulla qualità dei vini.

La qualità
Quante volte abbiamo sentito dire il vino si fa in vigna? Qualcuno avrebbe qualcosa da obiettare su questa affermazione? Assolutamente no, tutti – dai produttori grandi ai piccoli artigiani, dai convenzionali ai super bio, dalle Alpi alle Piramidi – concordano che è dalla cura attenta e meticolosa della vigna, oltre che ovviamente dalle caratteristiche ambientali, che dipende, virtuosamente, la qualità di un vino. Allora, giusto per semplificare, prendiamo a riferimento la resa produttiva. Con rese elevate per ogni pianta si possono generalmente ricavare vini semplici, con pochi profumi, scarsa intensità e un modesto potenziale di longevità; in compenso potranno essere sicuramente leggeri, sicuramente bevibili. E’ questo l’obiettivo? La risposta è affermativa se ci limitiamo a parlare di vini-base, di primo ingresso, che spesso sono troppo carichi e sproporzionati rispetto alla loro naturale predisposizione e vanno giustamente alleggeriti.
Tuttavia, sempre facendo riferimento alla qualità del lavoro di vigna, con rese contenute (ma, attenzione, non estremizzate al ribasso), si può ambire alla complessità, alla profondità, alla ricchezza aromatica, a sapori più intensi, a vini più longevi, all’espressione più marcata del carattere e, soprattutto, a un equilibrio più completo e stabile nel tempo.
Fino a prova contraria, mi sembra sia stata la strada che ha permesso ai vini francesi di mantenersi a lungo ai vertici mondiali e a quelli italiani di raggiungerli.
Esistono davvero motivi concreti per abbandonarla?
E, ancora, come si conciliano le esigenze contrapposte di un mercato che da un lato ha ridotto i consumi e invita quindi a produrre di meno, mentre dall’altro spinge sulla leggerezza che – come visto – si ottiene producendo di più?

L’equilibrio e la freschezza
Viviamo una fase schizofrenica, purtroppo non passeggera, dove la vera parola chiave dovrebbe essere equilibrio e non leggerezza. Un equilibrio ispirato dalla focalizzazione dei dettagli che compongono il quadro d’insieme di un vino.
Pensiamo, ad esempio, al ruolo del frutto, o polpa o corpo che dir si voglia, come prezioso ammortizzatore degli eccessi strutturali. Senza un’adeguata presenza di frutto, di densità, di spessore, – tutti elementi che senza una viticoltura scrupolosa e di qualità non ci sarebbero – saltano tutti gli equilibri, in quanto le varie componenti, dall’alcol ai tannini e all’acidità vengono messe a nudo. Per contro, una concentrazione esasperata e un “frutto” sovradimensionato hanno un effetto soffocante, appesantiscono il vino, limitano il dinamismo, lo slancio e, conseguentemente, l’equilibrio come pure il senso di leggerezza di beva.
Cercare gli equilibri giusti può significare produrre quel mezzo chilo di uva in più per pianta ma non certo passare da un chilo e mezzo a quattro, può portare ad anticipare la raccolta di una settimana ma non certo di un mese, oppure di porre un freno, anzi un divieto assoluto, in cantina a quelle macchinette (concentratori e Co.) che arricchiscono (anzi, arricchivano) oltre misura e innaturalmente la struttura ma non certo di trattare un vino rosso come un rosato. Significa essere disposti a comprendere, rinunciando a inutili e stupide guerre pregiudiziali, in quale tipo di contenitore – legno, ceramica, terracotta, acciaio, cemento.. – e di quali dimensioni, affinare il proprio vino sulla base delle caratteristiche dei vitigni, del clima e di tutte le altre concrete variabili presenti.
Significa, infine, valorizzare maggiormente la freschezza. Una freschezza ottenuta non acidificando il vino (pratica diffusissima) ma proteggendolo, sia in vigna come in cantina, da qualsiasi contaminazione ossidativa che penalizza, quella si, l’ambita leggerezza.

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