I VINI DI AMBROGIO E GIOVANNI FOLONARI

Il nome Folonari fa indubbiamente parte degli storici marchi del vino italiano. Associato per lungo tempo a Ruffino, ora passato a un noto gruppo internazionale, ha vissuto una ventina di anni fa una divisione all’interno della famiglia, una parte della quale ha continuato a curare una serie di proprietà con il titolo “Ambrogio e Giovanni Folonari”. Ad ogni modo, visto che di Folonari ve ne sono altri con altre aziende a loro nome, sul sito aziendale sono ben specificate quali Tenute fanno parte del gruppo in oggetto, anche se non escludo che si possa continuare a confonderle l’una con l’altra.
Sperando di non avere contribuito ad aumentare i dubbi al riguardo da parte di chi legge, vengo al sodo e riporto sinteticamente le impressioni ricevute dagli assaggi effettuati nella scorsa stagione con particolare riferimento ai vini delle Tenute del Chianti Classico, Montalcino e Bolgheri.
I riscontri sono stati positivi perché tutti i vini sono ben fatti e curati, come poteva essere prevedibile attendersi da un’azienda di lunga esperienza e vaste dimensioni; d’altro canto le produzioni di realtà del genere si mostrano, generalmente, altrettanto carenti sul fronte del carattere e dell’originalità espressiva.
Debbo invece riconoscere, non so quanto dipenda dalle annate in gioco, almeno un’accresciuta attenzione alla valorizzazione dell’equilibrio e della bevibilità, una focalizzazione più precisa dei vini bianchi e, proprio sul piano della personalità, una serie di risposte più convincenti del consueto da parte dei Chianti Classico e, soprattutto, del Brunello di Montalcino 2015 della Tenuta La Fuga.
A questo punto, giusto per non assegnare i meriti alla casualità delle annate, non mi resta che augurarmi di ricevere adeguate conferme dalle prossime uscite sul mercato (che cercherò di pubblicare con maggiore celerità..).

 

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

I BAROLO DI VIRNA BORGOGNO

La classificazione delle annate si presta sempre a molte controversie perché si dovrebbe intanto chiarire che cosa si intende per buona o per grande annata, tralasciando poi il fatto che quanto più esteso è il territorio al quale ci si riferisce quanto più approssimativa, ovviamente, è la classificazione. Tagliando corto su un argomento assai meritevole di approfondimento, semplifico sottolineando come ci siano millesimi diffusamente eccellenti (parlando di vini rossi) in certe regioni vinicole e non in altre, come ad esempio il 1989, ottimo in Borgogna, Piemonte e Bordeaux e scadente in Toscana, o il 2005, straordinaria in Francia e assai meno in Italia. Ci sono poi annate disastrose ovunque come la 1992 (appena un po’ meglio in Borgogna) e annate universalmente eccezionali come la 2016. Buona parte dei Barolo di Virna Borgogno che ho assaggiato e recensito appartengono appunto a questo felice millesimo, con l’unica eccezione della pur ottima Riserva 2013.
Un’annata che non poteva quindi deludere e che ha trovato, in questo caso, il suo alfiere nel cru Sarmassa,del quale esibisce il tipico compendio di freschezza su una struttura tradizionalmente robusta.

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I Nero d’Avola di Curto

I terreni calcarei, le argille evolute, la luce infinita e il caldo cocente, il nero d’Avola  e i vigneti ad alberello, costituiscono il biglietto da visita del lembo di Sicilia dove nascono i vini dell’azienda Curto e, con i loro indubbi pregi e le loro indubbie problematiche, rafforzano, una volta di più, l’idea dell’insostituibile valore dell’apporto umano nella realizzazione di vini di pregio. Ed è un’idea che viene alimentata semplicemente dall’assaggio del Fontanelle 2014 dove riconosci immediatamente non dico Eloro, la doc di provenienza, ma certamente quella parte di Sicilia tra Ragusa e Siracusa, esposta senza barriere al sole e ai venti marini. E riesci a orientarti grazie ai profumi, così decisamente speziati da ricordarti un bazar e corredati da quel particolare carattere fruttato fragrantemente maturo che trovi solo nei migliori vini siciliani. A questo punto è giusto e lecito chiedersi dove stia l’apporto umano, perché quello che ho scritto sinora sembra parlare solo di territorio ma è un’immagine voluta da chi il vino lo ha modellato conoscendo bene pregi e limiti del suo ambiente; continuando l’assaggio, il quadro si delinea con maggiore chiarezza, perché non emerge, come ci si potrebbe attendere, un vino caldo e concentrato, ma risaltano le doti di equilibrio, con la freschezza che controbatte con efficacia il calore naturale e il sapore si snoda seguendo agilmente tracciati profondi.
Il volto migliore di un territorio mostrato da chi sa interpretarlo.

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.