Bordeaux Primeurs 2021, Pauillac

Poche sorprese a Pauillac, gerarchie fondamentalmente rispettate, non ci sono delusioni e le differenze di valutazione tra i migliori vini della denominazione sono davvero sfumate e inevitabilmente condizionate dalle condizioni di forma sia del vino che del degustatore al momento dell’assaggio. Basta quindi davvero poco per spostare le posizioni in graduatoria e credo che continuerà ad essere così per molto tempo. In sostanza le interpretazioni sono state centrate, il Cabernet Sauvignon che in questa area è normalmente il padrone si può dire che ha spadroneggiato più che mai: a Lafite e Latour è presente per il 96%, a Mouton per l’89%, nei due Pichon (Baron e Comtesse) per l’88%.
I ritratti specifici degli Château più significativi, non solo dei più importanti, sono rimandati ad altre occasioni ma gli abbonati potranno per il momento leggersi qui le note di degustazione.

BORDEAUX PRIMEURS 2021, Cos d’Estournel e Saint-Estephe

Annata di rilievo per i vini di Saint-Estephe. La freschezza innata dei terreni è stata esaltata dall’annata che, seppur difficile da gestire, ha finito con consegnare una serie di vini raramente così espressivi in questa fase. Come è capitato in altre denominazioni, le gerarchie qualitative consolidate sono state rispettate senza sorprese e quindi Cos d’Estournel e Montrose hanno prevedibilmente primeggiato anche se non ho potuto assaggiare un altro cru di rilievo come Calon-Ségur. Tuttavia anche gli altri cru hanno ben figurato, con un sorprendente Château de Pez in evidenza grazie a uno sviluppo arioso, scandito dalla sapidità e dalla tensione gustativa più che dall’accumulo di frutto e tannini.
Sarebbe facile concludere che l’antica classificazione del 1855 e il valore del terroir in senso generale continuano ad avere un peso rilevante ma è un’affermazione un po’ superficiale, condivisibile se in questi concetti comprendessimo il fattore umano. Cerco di spiegarmi meglio. In più di un’occasione lo stile adottato da Cos d’Estournel a partire dalla fine degli anni ’90 fino a pochi anni fa, sotto la direzione di Jean-Guillaume Prats, mi ha lasciato piuttosto perplesso. Abbandonato il profilo classico che lo aveva caratterizzato da sempre, il vino aveva assunto una veste super concentrata, rappresentata da un colore nero pece, da profumi di confetture, cioccolato, frutti neri al limite del surmaturo e una struttura ricca, potente, spesso vicina ai 15 gradi alcolici, assistita da quote ingenti di tannini e rovere. Uno stile che personalmente non apprezzo molto e in alcune annate ho trovato quasi caricaturale, sicuramente poco in linea con il carattere dei Saint-Estephe, ma che al momento è stato osannato da molti critici e il mercato ha premiato con una consistente crescita dei prezzi.
Dubito tuttavia che per i vini classici, di lunga tradizione, possa risultare vincente una politica produttiva volta a rincorrere le mode del momento e, in ogni caso, se dovessi giudicare solo dal 2021, non posso che dire che il cambiamento riscontrato è stato rivoluzionario. Cos sembra aver trovato l’antica finezza con l’aggiunta di un frutto incredibilmente puro e succoso su una struttura robusta ma non vistosa, rovere e tannini perfettamente fusi e un grado alcolico al di sotto dei 13 gradi.


Merito dell’annata? In parte sicuramente si. Merito del terroir? In parte sicuramente si. Anzi, assolutamente si, se nel terroir comprendiamo il fattore umano. Nel 2013 Prats ha lasciato Cos per andare in California e il proprietario, Michel Reybier, che sino a quel momento si era tenuto in disparte, ha prima deciso di sostituirlo con Aymeric de Gironde per assumere poi, dopo pochi anni, direttamente la gestione incaricando, sotto il profilo tecnico, un eccellente professionista come Dominique Arangoïts.


“2021, humilté et precision” recita il titolo dell’elegante brochure consegnatami durante la visita allo Château. Ma cambiano gli uomini e quasi per incanto cambia il vino. D’accordo, alla base c’è un territorio di eccezione, ma lo stile lo decidono le persone, non le percentuali di ghiaia o di merlot.

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione dei vini di St. Estephe.

Château Lafleur, ovvero uno spicchio di Borgogna a Pomerol.

Il Merlot è il vitigno più banale che ci sia, con il Cabernet si fanno vini tutti uguali, i vini di Bordeaux sono solo un fenomeno commerciale, la produzione è da industriali del vino e non da vignaioli come in Borgogna. Posso andare avanti ancora un po’ con serie infinite di luoghi comuni ma probabilmente nessun vino e nessuna tenuta bordolese potrebbe avere un effetto così drastico e rivoluzionario su certi pregiudizi come l’incontro con Château Lafleur.
Vado per gradi, sinteticamente, segnalando che

1 – non è un’azienda dall’estensione infinita: gli ettari vitati sono soltanto quattro e mezzo.
2 – non fa parte delle proprietà di nessun gruppo internazionale, non ha una storia secolare da sbandierare, non è passata nelle mani di nobili, avventurieri, grandi mercanti o personaggi politici ma è un’azienda a conduzione familiare. “Contadina” amerebbe dire qualche mio collega.
3 – non si presenta come uno “Château” ovvero non è una villa con parco e laghetto di cigni né tantomeno un vero castello, ma una bella, semplice casa di campagna con annessa cantina e vigneto, l’ingresso sulla strada comunale, priva di insegne e indicazioni.

Procedendo più nel dettaglio diciamo che si inizia a parlare concretamente del vino di Lafleur e della sua eccellente qualità solo verso fine ottocento quando le sue quotazioni non erano già troppo distanti da quelle di Petrus; circa un secolo fa le proprietà di Lafleur e del confinante (e più esteso) Château Le Gay passarono nelle mani di André Robin, un negociant di Libourne che le diresse fino alla fine del secondo conflitto mondiale. Le due tenute passarono quindi alle due figlie, Therèse e Marie, che continuarono a seguirle all’antica: nessun uso di pesticidi e lavoro nei campi effettuato con i buoi (che già il cavallo costava troppo..).

Il primo trattore arriva a Lafleur e Le Gay solo negli anni ottanta e pochi anni dopo le tenute passarono in gestione con un particolare contratto di affitto/riscatto alla famiglia Guinaudeau che possedeva già qualche esperienza nel settore oltre ad avere un legame di parentela con le due sorelle Robin. I Guinadeau intervennero subito nel vigneto che, seppur incontaminato nei terreni, denunciava molte fallanze e andava riassestato; mantennero – con selezioni massali e una fittezza compresa tra le 6000 e le 7500 piante per ettaro – la stessa composizione di uve, un tempo assai più diffusa nell’intero territorio di Pomerol, oggi “super-merlottizzato”: metà cabernet franc e metà merlot. Questo è il primo aspetto che spiega la differenza tra Lafleur e altri vini della denominazione e per quale motivo non è soltanto un vino ricco e generoso ma anche fresco, teso, reattivo, elegante come nessun altro Pomerol. L’altro aspetto fondamentale è costituito, cerco di non dilungarmi, dalle diverse caratteristiche dei suoli (ghiaia, sabbia, argilla, ancora ghiaia..), dalla loro stratificazione verticale (determinante per l’equilibrio idrico), dalla lavorazione non invasiva dei terreni, lasciando inerbita solo quella striscia più bassa e umida dalla quale si ottiene Les Pensées de Lafleur (l’altra etichetta aziendale); insomma, la cura quasi maniacale, da veri vignerons, che i Guinadeau (divenuti all’inizio di questo secolo finalmente proprietari di Lafleur, cedendo però Le Gay) e in particolare Jacques, il capostipite, hanno avuto e continuano ad avere nella gestione del vigneto.

Un’attenzione ai dettagli che non a caso ha portato Lafleur a scalare le vette della denominazione e affermare un suo preciso carattere che in un’annata come la 2021, favorevole ai Cabernet e poco ai Merlot e conseguentemente penalizzante per i vini di Pomerol, ha avuto occasione di risaltare come non mai.

Le note di degustazione di Lafleur e degli altri Pomerol sono consultabili qui in zona abbonati.

Château Figeac, la solita questione di stile.

Le origini di Figeac sembrano essere antichissime e c’è chi ama collegarle, come nel caso di Château Ausone, a un personaggio di epoca romana, con la differenza che mentre Ausonius è effettivamente esistito, del fantomatico Figeacus (sic) non esiste alcuna traccia e testimonianza. Ciò che è certa è la presenza di alcune parti dell’attuale Château che pare siano da far risalire intorno all’anno mille. Un vero castello medioevale che fu quasi del tutto distrutto durante il periodo delle guerre di religione francesi (fine ‘500).
Come in molte proprietà bordolesi (e in misura anche maggiore) i passaggi di proprietà sono stati innumerevoli e l’aspetto più significativo è costituito dal fatto che le vaste dimensioni dello Château sono state gradualmente frazionate e da una di queste parti è nato il prestigioso Château Cheval Blanc che, almeno da un punto di vista storico, può essere visto come un “figlio” di Figeac. Uno dei tanti, per la verità.

La storia attuale è legata invece agli eventi successivi alla seconda guerra mondiale quando la gestione della tenuta passò a Thierry Manoncourt che ebbe il merito di dare nuovo impulso a Figeac, rinnovando cantina e vigneti e consolidando nel vino quello stile originale che lo aveva reso famoso. Uno stile che personalmente ho sempre ammirato ma che non è mai stato troppo apprezzato dalla critica dominante d’oltreoceano. Nel 1988 Manoncourt ha passato la direzione dell’azienda al genero, il Conte Éric d’Aramon, fino a che nel 2012 la delusione per non aver raggiunto la promozione alla classe A della denominazione ha indotto la proprietà, ovvero le quattro figlie di Manoncourt, a cambiare totalmente registro sostituendo Éric d’Aramon con Frédéric Faye e prendendo come consulente esterno niente meno che Michel Rolland. Una notizia quest’ultima che ha creato qualche apprensione, rivelatasi per ora ingiustificata, ai fedelissimi del classico stile di Figeac.
Ed eccoci al punto: in cosa consiste e da cosa nasce lo “stile Figeac”?

È una pura e semplice questione di territorio. I vigneti di St Emilion sono divisi in quattro terroir principali. Il primo è costituito prevalentemente dalla sabbia e ci sono due regioni principali: 1.200 ettari nelle colline a est della città di St Emilion e altri 2.000 declinando verso le rive della Dordogna. Nessuna delle due regioni ospita le tenute più prestigiose dato che queste sono concentrate nella zona delle colline calcaree intorno alla città di St Emilion (Ausone tanto per citarne uno). Infine all’estremo ovest, confinante con Pomerol, si trova il Graves-St-Emilion ovvero i banchi di ghiaie, dove sono collocati Cheval-Blanc e Figeac. La presenza di ghiaia differenzia la zona dal calcare di St. Emilion e dall’argilla di Pomerol e dà origine a un territorio con caratteri così diversi da prevedere la presenza nei vigneti di un bel 35% di Cabernet Sauvignon che si somma ad altrettanto Cabernet Franc, lasciando solo il 30% al Merlot e creando una vera e propria isola dai connotati organolettici non così distanti da un cru del Médoc.

Una diversità che si esprimeva solitamente con toni più freschi e sapidi, certe volte anche più verdi, rispetto alla maggioranza dei vini della denominazione così caldi, cremosi e voluttuosi ma anche estrattivi e certamente meno classici ed eleganti del buon, vecchio Figeac. E, come ho già accennato, è inutile sottolineare quale delle due interpretazioni ha raccolto i favori della critica del nuovo mondo e non solo quella.

Certo è anche vero che sotto il profilo squisitamente tecnico Château Figeac non è sempre stato del tutto irreprensibile ma oggi certi limiti sono stati ampiamenti superati e l’annata 2021 sembra nata apposta per esaltarne la vecchia finezza associandola a una ritrovata integrità di frutto per un insieme semplicemente delizioso.

Le note di assaggio di Château Figeac sono consultabili, unitamente a quelle degli altri vini di St. Emilion, in area abbonati.

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