Dicembre 2016 – Martedì 6, assaggi sparsi

DATA DI ASSAGGIO DENOMINAZIONE TIPO NOME DEL VINO ANNATA AZIENDA GIUDIZIO VOTO
Settembre 2016 Suvereto Sangiovese DOCG Ciparisso 2013 LA FRALLUCA Il colore, di lieve intensità ed evoluzione, è quello che ci si attende da un sangiovese e anche sul palato conferma una linea fresca e slanciata, non penalizzata né dai sentori di confetture di ciliegie né dagli affioramenti boisé. 87
Settembre 2016 Toscana Rosso IGT Donna Mingarda 2012  COLLINE SAN BIAGIO Di buona struttura, dotato di un’apprezzabile vena acida ma ancora piuttosto “imbottito” di rovere. 83
Settembre 2016  Toscana Rosso IGT Dulcamara 2013 I GIUSTI E ZANZA Il colore è nero cupo, il frutto è ben maturo, possiede calore ed energia ma anche dosi non timide di rovere che limitano il carattere e l’equilibrio. Da attendere. 85
Settembre 2016 Toscana Rosso IGT Fufluna 2015 POGGIO ROSSO Buona densità, buon frutto, speziature assortite, l’alcol sembra prendere il sopravvento ma recupera subito il giusto equilibrio. Vino semplice ma intenso e piacevole.  85
Settembre 2016  Toscana Rosso IGT Gagliole 2013 GAGLIOLE Aspetto vivo e brillante, carattere “chiantigiano” in evidenza, buona verve acida, tannini dolci e morbidi, finale dal fondo sapido. È un vino realizzato con cura che lascia al rovere solo un ritaglio di presenza nel finale, ma che promette di salire ancora di tono con la permanenza in bottiglia.  91
Settembre 2016 Toscana Rosso IGT Pecchia 2013 GAGLIOLE Ben fatto, di apprezzabile freschezza ed equilibrio, anche se la speziatura del rovere è decisamente avvertibile. Il finale, pulito e coerente, è di buona intensità.  87
Settembre 2016  Toscana Rosso IGT Tages 2014 POGGIO ROSSO Caldo, speziato, leggermente evoluto; il grado alcolico si fa sentire, dona avvolgenza ma manca dell’adeguato contrasto.  82
Settembre 2016 Toscana Rosso IGT Velthune 2013 POGGIO ROSSO È ricco e potente, ampio e avvolgente, l’alcol è in evidenza ma il resto della struttura è ben equilibrato, rovere e tannini sono dosati con la giusta misura.  90
Settembre 2016 Vino Nobile di Montepulciano DOCG Gersemi 2012 FASSATI Robusto e ancora tonico ma anche confuso nel disegno stilistico dalla sovraestrazione tannica. 81

Dicembre 2016 – Assaggi sparsi toscani

DATA DI ASSAGGIO DENOMINAZIONE TIPO NOME DEL VINO ANNATA AZIENDA GIUDIZIO VOTO
Novembre 2016 Bolgheri Rosso DOC Noi 4 2013 TENUTA DEI SETTE CIELI Pulito nei profumi, è sapido, di discreta consistenza a centro bocca ma un po’ diluito nel finale. 82
Novembre 2016  Bolgheri Rosso DOC Stupore 2015 CAMPO ALLE COMETE Un po’ verde nei profumi, di buona polpa, fresco e arioso, semplice nel finale. 83
Novembre 2016 Barco Reale di Carmignano DOC Le Farnete 2015 PIERAZZUOLI Leggero, di scarsa intensità ma di apprezzabile freschezza. 80
Novembre 2016  Chianti DOCG Puro 2015 FATTORIA LAVACCHIO Note di ciliegie mature, aperto, diretto, fruttato, vinoso, un po’ elementare ma gradevole. 82
Novembre 2016  Chianti Classico DOCG Poggerino 2014 POGGERINO Leggero, vivace, tonico, semplice ma ben equilibrato e rappresentativo della tipologia. 84
Novembre 2016  Chianti Classico DOCG San Fabiano Calcinaia 2014 SAN FABIANO CALCINAIA Fresco, netto, essenziale, sobrio, il carattere è da sangiovese; un po’ corto nel finale. 83
Novembre 2016  Chianti Rufina DOCG Cedro 2014 FATTORIA LAVACCHIO Speziato e pimpante, contrasta con efficacia e rilancia, manca un po’ di slancio nel finale. 85
Novembre 2016  Chianti Rufina DOCG I Veroni 2014 I VERONI Frutti rossi al naso, è piacevole, reattivo, non manca di carattere e sorprende con un buon allungo finale. 87
Novembre 2016  Chianti Rufina DOCG Villa Travignoli 2015 TRAVIGNOLI Sciolto, carezzevole, bilanciato, non manca il frutto; di buona continuità e media lunghezza. 85

Dicembre 2016 – Brunello di Montalcino – Il Marroneto: verticale completa

Emanuele Alessandro Gobbi ha partecipato alla verticale del Brunello di Montalcino Il Marroneto, svoltasi durante “Sangiovese Puro Sangue”, la pregevole manifestazione organizzata da Davide Bonucci dell’Enoclub di Siena. E ce la racconta nel dettaglio..

 

VERTICALE BRUNELLO DI MONTALCINO DOCG IL MARRONETO (1980-2012)

 

  • 1980: la prima “vera” annata dell’allora diciannovenne Alessandro Mori che, guarda caso, coincide con la prima annata della denominazione. Colore rubino sorprendentemente intenso, date le sue 36 primavere, al naso inizia con una lieve nota marsalata, per poi effondere tutto il suo splendore. Il fruttato e l’erbaceo giocano su ritmi molto elevati, l’acidità è protagonista e oltremodo ficcante, il tannino è misurato ma presente. Il finale, lungo, è di rilevante piacevolezza. 93
  • 1987: certo, sono trascorsi sette anni e l’annata non è neppure delle migliori, ma il marchio di fabbrica non viene smentito. Affascinante e austero, con cenni di silice, pietra focaia e con il frutto che non si nasconde per nulla. Una bocca saporita e gradevolmente acida lascia un soave ricordo. 91
  • 1989: un vino maestoso che agisce in perfetto equilibrio tra la sua componente fruttata e quella dei sentori terziari (caffè tostato, fumo di tabacco e cacao su tutti). Pazzesca freschezza e bevibilità. Tannino pesato e vellutato, per una chiusura lunghissima. 95
  • 1992: peculiare olfatto sulla scia del precedente, che ci rammenta sempre la vibrazione e l’intensità propria del Sangiovese, con note di selvatico, cuoio e pietra bruciata; il tutto affiancato da ricordi di frutta rossa. Il palato è disteso, ma il tannino è eccessivamente allappante. 85
  • 1994: sembra strano che un vino di ventidue anni possa conservare una definizione di frutto così vivace come questo Brunello. Aromi di prugna e susina assai netti. La bocca è gustosa e sapida. L’invecchiamento, stavolta, non pare strano, ma garantito. 91
  • 1995: un vino che parla perfettamente il linguaggio della sua origine, ossia il versante nord di Montalcino. Leggere sfumature terziarie di carne e cuoio si uniscono a una prorompente frutta fresca. La giovinezza del bicchiere è scandita da un’acidità intensa e da un finale maestoso. E’ l’annata del “NO alla barrique!” (di “Bartoliana” memoria), da parte Alessandro… 93
  • 1998: naso che sa di affumicato, seguito da nuance di fragola e mirtillo. La bocca è piena e succosa, a tratti pungente e quasi speziata. Vitalità e potenzialità di invecchiamento appaiono notevoli. 89
  • 1999: simile al suo diretto anteriore, con un approccio olfattivo in cui si ritrovano polvere e legno bruciato, ma forse lievemente più “oziato”. Una dolcezza di fondo lo armonizza e comunque lo impreziosisce. 88
  • 2000: un nettare che si presenta con una grande integrità di frutto nonostante gli “annetti” che si reca sulle spalle. La chiusura è godibile ma un’unica piccola perplessità: un tannino ancora marcato. 85
  • 2001: intriganti toni ematici, tipici, con corredo invitante di fiori d’acacia e finocchio selvatico. In bocca ha una vitalità superiore ai suoi fratelli di fine anni 90, danza e guizza sulla lingua in maniera magistrale. Finale fruttato e balsamico. 90
  • 2003: l’annata è quella che è… (Senza scadere nella banalità di giudizio). Nonostante questo, si presenta più distintivo che mai e comunque con un ottimo spessore, come sanno essere i Brunello settentrionali, le cui uve crescono non a caso in zone “tendenzialmente” fresche. 87
  • 2004: la platea non si esprime e lo stesso Alessandro rimane perplesso… Il naso non convince tanto, con rimandi eccessivi della serie empireumatica, così come il tannino amarognolo e duro che secca troppo in chiusura. 80
  • 2008: un brunello molto apprezzabile, elegante e aristocratico. Naso molto aperto con note di visciola e un ritorno in bocca a dir poco metallico. La salinità e la sapidità sono appaganti in un finale di pregevole lunghezza. 92
  • 2010: il cugino Madonna delle Grazie ha già avuto la sua consacrazione… Anche lui andrebbe messo da parte e rivalutato fra un po’ di anni, tuttavia mi dà quella sensazione di non possedere quella grinta necessaria di encomiabile prospettiva futura. 86
  • 2011: un vino promettente che fa ben pensare alla longevità e che esprime un’egregia personalità grazie a profumi di ribes, uva spina e a un’acidità sostenuta; un succo che riprende con autenticità la terra natìa e quindi il Sangiovese Grosso. 90
  • 2012: sì certo, la bottiglia più giovane che mostra ancora lampanti e naturali segni di vinosità. La profonda asprezza con un saldo allungo e una conclusione incisiva e nervosa (classica del vitigno di appartenenza), fa però soltanto sperare in positivo. 89

Emanuele A. Gobbi

Novembre 2016 – Armenia: quì è nato il vino

L’amico Paolo Valdastri mi ha inviato un interessantissimo reportage sui vini armeni, che vi propongo direttamente. Buona lettura.

 

Armenia: qui è nato il vino di Paolo Valdastri

La storia di Zorah e del suo “Why Not?”.

In Armenia sono stati ritrovati vinaccioli che farebbero risalire l’origine della tradizione vinicola a 5000 anni fa, così come l’esistenza di circa 500 vitigni autoctoni differenti confermerebbero la tesi secondo la quale il vino sarebbe nato in quest’area.

In vicinanza del monte Ararat non può che tornare alla mente l’immagine di Noè che beve il succo fermentato della vite e si inebria, ed è  impressionante sapere che qui vicino è stata scoperta la cantina più vecchia del mondo, con datazione di 6100 anni, ritrovata durante le campagne di scavo di Areni-1, nella regione armena dello Yeghegnadzor.

La vinificazione avviene da allora nelle karasì o kwevri, grandi anfore di coccio seppellite sotto terra, dentro le quali tradizionalmente si metteva il grappolo intero, raspi compresi. Il vino ottenuto restava a lungo in contatto con le fecce o addirittura lo si svinava al momento di berlo. Questo metodo, come sarà noto, è stato ripreso di recente ed in molte aree vinicole stanno fiorendo i cosiddetti vini  “in anfora” o macerativi, tra i quali si collocano gli “orange wines”, vini bianchi vinificati in rosso, ovvero in contatto con le bucce. Ovviamente le vinificazioni attuali seguono queste tradizioni, ma applicando molte delle moderne conoscenze soprattutto nel campo dell’igiene in cantina, e i vini che si ottengono si possono a tutti gli effetti considerare tra i vini più interessanti sul mercato, ancorché dividano violentemente i giudizi dei critici e il gradimento dei consumatori.

L’Armenia, paese sotto i riflettori della cronaca (ha celebrato il 24 aprile 2015 i cento anni dall’eccidio e dalle deportazioni subite da parte degli ottomani), possiede questo patrimonio storico. Purtroppo le uccisioni e le deportazioni hanno frenato lo sviluppo di questa nazione, ma attualmente qualcosa sembra cominciare a muoversi.

Ho conosciuto Zorik Gharibian qualche anno fa ad un Vinitaly. Uno stand affollatissimo: in un angolo noto un personaggio dal volto aperto e sorridente, tranquillo tanto da sembrare insensibile alla confusione che lo circonda. Ci guardiamo e sorride di nuovo leggendo il mio sguardo perplesso e interrogativo di fronte al nome dell’azienda: ZORAH. “Siamo Armeni” mi dice, “vuole assaggiare il mio vino?”. Come invitare la lepre a correre! Ma non prima di avere ascoltato la sua storia.

Zorik Gharibian, accompagnato da Yeraz Tomassians, è uno dei discendenti della popolazione sopravvissuta agli eccidi di inizio ‘900 che ha deciso di interrompere la diaspora e di conoscere la terra dei suoi avi. Imprenditore nel mondo della moda, con studi a Venezia, mette piede in Armenia per la prima volta quando è già adulto. Qui capisce subito che esiste una cultura del vino dalle radici profonde. Zorik stava meditando sulla possibilità di impiantare un vigneto in Toscana, ma quando è arrivato in Armenia, in mezzo alle sue montagne, in panorami che si aprono su scenari aerei, è stato folgorato da un’idea: il ritorno alle origini non era stato casuale. Vuole realizzare un sogno: produrre in questa terra il vino, un grande vino, con i metodi antichi degli avi. Non per niente il suo motto è “ The future belongs to those who believe in the beauty of their dreams”. Sogna cose mai esistite e si chiede: “Why not?”.

Decide di far rinascere tutti i valori della viticoltura tradizionale, ma con un approccio moderno per creare vini profondi che parlino di questi luoghi magici. Passa dal sogno alla concretezza e mette insieme un team di professionisti che in dieci anni di lavoro raggiunge la prima vendemmia. Il suo obbiettivo è quello di creare un vino che possa competere con i migliori del mondo, ma grazie principalmente al suo legame con il territorio di origine, senza tecniche invasive.

Quando mi dice da chi è composto il team non posso che esclamare “ma quanto è piccolo il mondo!!”.  Si tratta di Alberto Antonini e dell’amico Stefano Bartolomei di bolgheresi frequentazioni. Una bellissima sfida vedere dei personaggi così competenti, ma nati e vissuti accanto all’uso del rovere, cimentarsi con un mezzo “antico e nuovo” allo stesso tempo come l’anfora.

La ricerca dei luoghi migliori dove impiantare la vigna ha richiesto il suo tempo. Siamo ad una latitudine dai 5 ai 7 gradi più a sud dei vigneti francesi. Le temperature durante il giorno in estate sono molto elevate e quindi occorre compensare con l’altitudine: gran parte dei vigneti si trovano tra i 700 e i 1700 m slm.

La scelta cade proprio sul territorio di Yeghegnadzor, su di un terreno di fronte al quale a poca distanza giace il sito della più vecchia cantina del mondo. Siamo a 1400 metri di altezza, con un microclima straordinario e forti escursioni termiche fra giorno e notte. Qui la maturazione avviene lentamente e progressivamente spingendo la vendemmia fino al mese di ottobre. I suoli sono rocciosi, ricchi di calcare, con capacità di trattenere quel tanto di umidità necessaria a superare le siccità estive, considerando che l’irrigazione in Armenia è una pratica generalizzata e necessaria.

Le viti provengono da un’attenta selezione massale da un vigneto abbandonato di un vicino monastero del XIII secolo e sono piantate su piede franco. Qui la fillossera non è mai arrivata e le varietà antiche possono esprimersi così in tutta la loro originale purezza. La varietà principale è l’Areni Noir, presente su 10 ettari e in una vigna cru che si trova a 1600 metri slm. L’Areni ha sviluppato una buccia molto spessa che lo protegge dalle forti escursioni termiche conservando eleganza e freschezza di frutto.

Gli interventi in vigna sono ridotti al minimo con un concetto che ricorda il “minimal pruning” australiano. Nella vigna più alta si entra addirittura soltanto due volte: una volta per potare e una volta per vendemmiare. La scelta del momento in cui vendemmiare è delicatissima: a queste altitudini la maturazione è lenta e combatte con le variazioni di clima dell’autunno e per questo un’errata previsione meteo può causare danni ingenti. Poi si va in cantina, tra le file di anfore. Zorik è partito dall’idea di utilizzare anfore tradizionali armene, ma quando ha cercato chi le produceva si è accorto che non esisteva più nessun artigiano con il mestiere necessario e le conoscenze necessarie a realizzare questi contenitori. È riuscito a convincere i locali a riprendere la produzione di anfore, ma nel frattempo ha dovuto cercare un espediente per non perdere i primi raccolti di uva. Allora è andato casa per casa a cercare le vecchie anfore abbandonate, anfore che erano posizionate sotto terra e sotto le case stesse. Anfore grandi quanto una o più stanze abitative e dunque la loro estrazione significava la demolizione della casa soprastante. Quando Zorik ha proposto questa soluzione ai proprietari delle case e ha garantito la ricostruzione delle case con materiali e finiture nuove di zecca, questi sono stati felicissimi di aderire e lo hanno lasciato estrarre le anfore. Qualcuna si è rotta nell’operazione, ma Zorik è riuscito a ricavare un numero di recipienti sufficiente ad iniziare la sua produzione.

Assaggio il Karasì 2012. Il nome è la traduzione armena di anfora. Per la precisione un terzo è vinificato in acciaio, un terzo in botte grande, un terzo in anfora sigillata con cera e interrata, dove riposa per 10 mesi, poi viene assemblato per passare altri 6 mesi in bottiglia.

Il colore è rubino brillante gioioso e trasparente.  Portando il bicchiere al naso si entra in un mondo etereo fatto di sensazioni aromatiche intense di erbe e di macchia selvaggia, di bacche nere, di frutto rosso come l’amarena, il tutto reso complesso e intrigante da un sottofondo leggermente affumicato. In bocca è immediatamente succoso, fresco e slanciato con un tannino dolce e una presenza alcolica che contrasta bene con la forte sapidità e la scattante acidità. Grande eleganza, ma soprattutto equilibrio e una bevibilità che invita al riassaggio ad ogni sorso anche se la lunghezza non è eccezionale. Lascia intravedere una grande capacità di invecchiamento grazie alle doti acide e sapide e alla maturità del tannino.

Il Karasì 2013 ha caratteristiche simili. Più condotto dal frutto, con lamponi e fragoline di bosco in evidenza, ha pari slancio e freschezza. Stilisticamente ricorda un vino del sud Rodano.

Yeraz 2012 è un cru dalle vecchie vigne, sempre di Areni noir, recuperate a 1600m di altezza. Riposa per due anni in parte in anfora e in parte in botte grande da 31hl non tostata. Ha un bel frutto rosso di ciliegia e ribes. Palato fresco, piccante, teso, è elegante e slanciato con una bella presa che prolunga piacevolmente il sorso.

Voskì Bianco 2013. Ci sono voluti otto anni per selezionare due vitigni tra le decine e decine di possibili varietà presenti nella zona. Alla fine la scelta è caduta sul Voskeat e sul Garandmak, entrambe vitigni nativi dell’Armenia. le viti derivano da una selezione massale della vecchia vigna su piede franco a 1400 m. slm.

Il Voskeat, letteralmente il “seme d’oro”, è utilizzato sia come uva da tavola che come uva da vino. I grappoli sono medio-grandi, cilindro-conici, non troppo compatti, acino medio, sferico o leggermente ellittico, buccia spessa, bianca che diventa gialla ambrata a maturità, polpa succosa alto contenuto zuccherino. Vitigno vigoroso, ma molto sensibile a oidio e peronospora, di seconda epoca tardiva. Ha aromi tipici di agrume candito con ricordi di noce. Il Garanmak, letteralmente “coda grassa”, è una delle uve più diffuse. Molto resistente, ha buccia verde-gialla con acini grandi e buccia spessa, grappoli compatti.

La vinificazione avviene in cemento tronco conico con lieviti naturali, poi il vino passa in anfora per 11 mesi, quindi si affina per 6 mesi in bottiglia.

Al naso ha profumi di frutta bianca candita, albicocca e agrumi, una speziatura delicata che ricorda il lemon grass e fiori bianchi di campo. In bocca è pieno, ma vibrante per acidità e sapidità, appagante e lungo.

Un progetto affascinante per un gran bel vino, insomma,  della stessa bellezza esteriore ed interiore di  persone vere come  Zorik e Yeraz, grazie alle quali il vino più antico del mondo potrà tornare a dare emozioni  e sensazioni nuove e attuali. E riesco appena ad immaginare, guardando le foto dei loro vigneti, cosa potrebbe significare in termini emotivi una visita in questi territori. Why not?

Paolo Valdastri

www.zorahwines.com

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