SELEZIONE 2022/23: POGGIO SCALETTE

La matrice enologica così netta ha lasciato così fortemente il segno nei vini di Poggio Scalette da farli rubricare da più d’uno, con una certa superficialità, come vini di scarsa connessione con territorio e tradizione. In effetti è giusto precisare che la tradizione intesa come collegamento con i rossi chiantigiani della “prima era” è effettivamente latitante a Poggio Scalette, dove l’impronta dominante è sempre stata più allacciabile a vini che fino a pochi anni fa si potevano definire “moderni”, in quanto ricchi di frutto, di colore e di presenza di note boisé. Sarei invece decisamente più cauto nello sganciare la produzione dell’azienda della famiglia Fiore dalla territorialità: la tensione percepibile, il dinamismo, la decisa sapidità e quel fondo di grafite, liquirizia e florealità presente nei vari rossi, a prescindere dai vitigni rappresentati, ha un legame profondo con la zona di produzione e non si presta a equivoci; senza contare che, quando si ha poi a che fare con due 2019 del calibro de Il Carbonaione o del Piantonaia, certi rilievi stilistici diventano solo accademici.

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

SELEZIONE 2022/23: FONTERUTOLI/MARCHESI MAZZEI

Lo scorso mese di giugno sono stato invitato a una insolita piccola verticale di 5 annate del Siepi, il ben conosciuto rosso ottenuto da un blend paritetico di Sangiovese e Merlot, dei Marchesi Mazzei. Ho definito la verticale “insolita” in quanto incentrata solo sulle ultime uscite – dal 2016 al 2020 – e perché svoltasi nel corso di un pranzo; sufficiente comunque a ricavare un’impressione d’insieme abbastanza precisa sugli orizzonti stilistici del vino e sulle caratteristiche dei singoli millesimi. Ho un ricordo molto positivo del Siepi ai suoi esordi (1992) e complessivamente di quello prodotto negli anni novanta, mentre l’idea che mi è rimasta delle bottiglie della prima decade degli anni 2000 – con l’eccezione di poche annate – è di un vino di alta precisione tecnica ma dallo stile convenzionale, molto concentrato, molto boisé, più associabile al Merlot che al Sangiovese, forse accondiscendente alle presunte esigenze del mercato di quel periodo.
Ma, ripeto, sono sensazioni più emotive che tecniche. Le annate provate in questa occasione hanno invece dato prova di una vitalità e di un senso di caratterizzazione decisamente più accentuato, sempre con l’obiettivo di raggiungere l’equilibrio ottimale. La proprietà afferma di non aver modificato né uvaggio né metodi di vinificazione e affinamento e che il miglioramento riscontrato nei vini è da imputare sostanzialmente alla crescita, in termini di età e acclimatazione, dei vigneti. In effetti il Sangiovese presente oggi è ben diverso da quello di vent’anni fa e fa sentire la sua “voce” con maggiore autorevolezza che in passato regalando al vino tensione, dinamismo e, in breve, maggior senso di identità.
L’assaggio delle cinque annate rispecchia con fedeltà le caratteristiche dei singoli millesimi. In breve: la bottiglia meno brillante è risultata essere la 2018 – vegetale e alcolica al tempo stesso -, mentre la 2017 nel mostrare il segno di un tannino rigido dà anche una certa prova di carattere, la 2020 “sente” maggiormente la presenza del Merlot e possiede il tatto levigato e i profumi balsamici di un vino bordolese; la 2016 conferma i pronostici che le assegnavano un ruolo da primattrice e rappresenta una delle versioni più felici del Siepi.
Per quanto riguarda la (strepitosa) annata 2019 le note sono disponibili qui in zona abbonati, unitamente agli appunti relativi agli altri 8 vini recensiti, tra i quali segnalo le brillanti prove dei tre Chianti Classico Gran Selezione 2019 (Badiòla, Castello di Fonterutoli e Vicoregio 36)

SELEZIONE 2022/23: TENUTA DI FONTODI

Il Flaccianello non è uno dei vini più facili da giudicare in fase giovanile. La ricchezza della struttura, la robusta cornice tannica che lo distingue, il senso di iniziale austerità, possono creare una “cortina” di dubbi sul reale valore della bottiglia che provi a degustare. L’annata 2019, in linea con lo stile della casa, non è esplicita ma fa intravedere sviluppi positivi e promettenti con la permanenza in bottiglia; tuttavia è inutile fare previsioni a lungo termine, è meglio attenersi alle impressioni ricevute al momento dell’assaggio. Tra le altre etichette provate segnalo invece con piacere l’uscita decisamente centrata della Gran Selezione Terrazze San Leolino e la prova sempre affidabile del Chianti Classico Fontodi, anch’esso annata 2019.

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

SELEZIONE 2022/23: QUERCIABELLA

Non bastava produrre uno tra i più grandi Supertuscan (scusate il termine, come usava dire il “primo” Benigni) come il Camartina; non bastava aver rinforzato robustamente il “presidio” dei (scusate di nuovo il termine) SuperMerlot chiantigiani con il Palafreno; Querciabella ha proprio deciso di non accontentarsi di questi successi e ha voluto proprio stravincere. Altrimenti che bisogno avrebbe avuto di sfoderare un Chianti Classico Riserva supersonico come il 2019?
Chi si crogiola nell’immagine sfumata, rarefatta e un po’ acidula di certi Sangiovese o si lascia sedurre dai toni caldi, aperti e un po’ evoluti di altri, provi ad alzare le pretese: la Riserva di Querciabella offre una dimensione complessa e autorevole della tipologia, in grado di assumere un ruolo incisivo da protagonista senza tuttavia essere aggressiva (si limita solo a dare qualche schiaffo morale).
Un vino da conservare a lungo in cantina, ma chi non resiste può anche berlo subito: si troverà comunque bene. Dirò di più, volendo usare la formula, cara a molti colleghi d’oltreoceano, mi voglio cimentare a indicare la forbice ideale di consumo: dal 2023 al 2084 (preferibilmente prima dell’estate, come suggerisce con giusta pignoleria l’amico Fabio Rizzari).

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

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