TENUTA SAN LEONARDO, una verticale e altri assaggi

Grazie alla gentile disponibilità del Marchese Anselmo Guerrieri Gonzaga ho avuto la splendida occasione di tornare ad assaggiare, con una piccola verticale che incrocia e affianca quella pubblicata tre anni fa, le recenti annate del San Leonardo, un vino che per qualità e continuità stilistica si merita indubbiamente di salire sul podio dei migliori tagli bordolesi prodotti in Italia.
Ricavato da un uvaggio con prevalenza di cabernet sauvignon (60%) e quote di carmenère (30%) e merlot (10%), il San Leonardo possiede molti risvolti organolettici di un classico vino del Médoc. La freschezza è una sua dote innata, anche in virtù di un moderato contenuto alcolico visto che raramente supera i 13 gradi, è un vino elegante, armonioso, longevo come pochi altri.
Le annate esaminate partivano dal 2010 al 2016 con l’esclusione del 2012, non prodotto. Le prime tre (2010, 2011, 2013) erano state assaggiate anche tre anni fa e rileggendo i commenti debbo rilevare che quelle impressioni sono state confermate con lievi variazioni nei punteggi finali. Sul 2011, ad esempio, scrivevo all’epoca “…un San Leonardo dall’impronta giovanile, al momento meno complesso ma già godibilissimo e in grado di migliorare con il tempo”. Cosa puntualmente avvenuta: negli assaggi attuali  il 2011 non ha perso un’oncia di frutto acquisendo nel contempo quel pizzico di articolazione in più che lo rende oggi più completo, testimoniando, come ripeto fino alla noia, che sono le parole più che i numeri ad avere valore nella valutazione di un vino.
Oltre al San Leonardo erano presenti in assaggio altri ottimi vini della Tenuta San Leonardo come il Riesling 2017 e il Villa Gresti 2015 oltre alle annate 2016 (eccellente) e 2015 (irresistibile) di un Carmenère in splendida forma.

Tre anni dopo: Nosiola Fontanasanta FORADORI

 

Vigneti delle Dolomiti Nosiola Fontanasanta FORADORI 

Non sono particolarmente attratto e ancor meno affascinato dai vini “orange” o “all’antica”, quei bianchi, cioè, macerati più o meno a lungo sulle bucce e spesso affinati in contenitori non convenzionali anche se di diffusione sempre maggiore, come le anfore di terracotta. Li trovo generalmente vini approssimativi, ossidati, rustici, pesanti, con ingerenze tanniche che sarebbero considerate fuori misura anche in un vino rosso. E se non bastasse, nella considerazione che sono nati anche per sottolineare una specifica originalità, sono, al contrario, tragicamente omologati tra loro: stessi profumi (volatile e ossidazione) e stesso sapore (dolciastro e tannico) a prescindere dalle annate, dal territorio e dal vitigno di origine. Riconoscibilità zero. Né più né meno di certi famigerati bianchi di fine anni ’90, orrendamente definiti all’epoca come “barriccati”.

Detto questo – oggi sono in vena di complimenti -, dato che anch’io ho qualche pregio in mezzo a mille difetti tra i quali primeggia quello di non riconoscermi difetti, riesco tuttavia ad avere la capacità di distaccarmi e assaggiare senza pregiudizi. Anzi, ogni volta che provo un bianco di stile macerativo il mio atteggiamento è di sperare sempre, e spesso vanamente, di essere stupito in positivo.

Negli ultimi tempi, debbo confessare che ho apprezzato con maggiore frequenza che in passato (bastava davvero poco in realtà per alzare la media) qualche bianco macerato. Tutta questa premessa prima di affrontare il tema odierno è probabilmente un po’ eccessiva ma volevo chiarire il punto di partenza della degustazione annunciata.

Ho assaggiato più volte la Nosiola Fontanasanta di Elisabetta Foradori e.………segue per gli abbonati