FONTODI e la FINEZZA

Nelle antiche cronache Fontodi, a Panzano in Chianti, era considerato un luogo privilegiato per la coltivazione dell’uva; si diceva, infatti, che vi nascessero “vini fini”, nell’accezione che aveva il termine fine, oggi utilizzato solo come sinonimo di elegante, delicato, sottile. I vini fini erano invece ritenuti quelli dove certamente erano presenti caratteristiche di eleganza ma anche di intensità e, soprattutto, di distinzione, quindi di personalità. Soltanto la piena ed equilibrata maturità delle uve costituiva il presupposto della finezza e non era così facilmente raggiungibile come si può pensare oggi; non tanto per questioni climatiche, che pure sono cambiate molto, e neppure per la gestione strettamente viticola ma, essenzialmente, per problemi collegati alla sanità delle uve che fino a 50/60 anni fa era garantita quasi esclusivamente dalle condizioni ambientali: le posizioni alte, aperte, ben esposte e ben ventilate (le sommità delle colline, i poggi, i “bricchi”) con buoni terreni da vigna, avevano l’esclusiva nella produzione di “vini fini” dato che solo le loro uve arrivavano sane fino a piena maturazione.

Fontodi era una di queste e, certamente, lo è ancora. Però se si assaggiano – come capitato di recente – i vini di annate calde e aride come la 2017 non si pensa alla finezza ma alla potenza, alla ricchezza, alla concentrazione, talvolta anche eccessive.
Un segno dei tempi che cambiano, evidentemente, ma datemi l’annata giusta (2018?) e l’antica finezza (non solo l’eleganza) di Fontodi tornerà a distinguersi e farsi valere.

 

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

I VINI DI RUFFINO

Non ci sono evidenti sbalzi stilistici nella produzione dell’azienda Ruffino, marchio conosciutissimo e ormai da diversi anni proprietà di un gruppo internazionale, e i riscontri complessivi sono stati decisamente soddisfacenti pur rimanendo nell’ambito di una proposta per molti aspetti prevedibile. Ma procediamo con ordine. Continuano a convincermi poco le etichette di Chianti Classico come la Ducale e Ducale Oro dove avverto lo sforzo quasi innaturale di realizzare vini classici con risultati ancora approssimativi e scoordinati. Assai migliore è invece la situazione dei vini dal taglio palesemente meno tradizionale, come l’ottima Gran Selezione Romitorio di Santedame 2016 e l’altrettanto riuscito blend di ispirazione bordolese Alauda 2016. Tuttavia il vino che mi ha sorpreso maggiormente è il più semplice – e prodotto in quantità assai consistenti – Chianti Classico Tenuta Santedame 2018. Niente di fenomenale, intendiamoci, ma confesso che erano anni, ma che dico anni, erano secoli che non assaggiavo un Santedame così garbato e bevibile, fresco e scorrevole.
E mi chiedo, sperando in una risposta negativa, se è solo merito della docile annata 2018.

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I VINI DEL CASTELLO DI AMA

Vado a memoria, ma credo proprio che il Castello di Ama sia stata la prima azienda chiantigiana a imperniare la parte più pregiata della sua produzione sulla valorizzazione dei suoi cru. Etichette come Vigneto Bellavista, La Casuccia, San Lorenzo sono presenti da una trentina di anni e fino a non molti anni fa esisteva anche il Vigna Bertinga, per cui si può concludere che le prime vere Gran Selezione di Chianti Classico siano nate – con molto anticipo – ad Ama.
La premessa è utile perché, tra i vini recensiti in questa occasione, le assenze di spicco sono proprio costituite dai cru, oggi diventati ufficialmente Gran Selezione, che, come spesso è capitato nelle annate ritenute inadeguate, non sono stati evidentemente prodotti (con l’eccezione del San Lorenzo) in coincidenza del millesimo 2017.

Ma se nella propria gamma ci si avvale di vini come L’Apparita, che nelle ultime uscite sembra aver ritrovato una forma smagliante, le lacune sono felicemente colmate.

 

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