I meccanismi che hanno storicamente dettato le leggi naturali del mercato del vino (e non solo), ovvero l’incontro tra la domanda, giustificata dalla reputazione qualitativa costruita tenacemente e anche faticosamente nel tempo, e l’offerta, costituita dalla quantità disponibile, sono stati ormai soppiantati dalla speculazione che ha preso nettamente il sopravvento fino a immergersi in una bolla artificiosa dove si finisce con il credere davvero che il prezzo totalmente fuori misura di certi vini corrisponda al loro valore reale.
In questo secolo, ma basterebbe analizzare gli ultimi 15 anni, abbiamo assistito a un’escalation continua dei prezzi. Ce ne sono alcuni che sono addirittura decuplicati, passando da 30 a 300 euro come se niente fosse, per non parlare delle frequenti apparizioni sul mercato di versioni titolate “limited edition” o “special cuvée”, ricavate da vocatissimi quanto ignoti micro-vigneti di 0,05 ettari e commercializzate unicamente in formato magnum, rigorosamente numerato. Bottiglie rarissime e, ovviamente, molto molto preziose.
Società finanziarie, fondi internazionali, applicazioni multimediali sono apparse dal nulla promettendo utili stratosferici a chi investiva in vino. Come dal nulla sono emerse anche fantomatiche case d’asta online; ma la percentuale sempre più elevata di lotti invenduti ad ogni giro rafforza l’impressione che anche lo spazio speculativo inizi a saturarsi.
Al di là dei casi più estremi sopra citati, quella di alzare disinvoltamente i listini prezzi di un 10 o 20% è stata tuttavia una pratica così abituale e diffusa nel recente passato che non dovrebbe spaventare più di tanto l’assai deprecabile (e non meno speculativa) minaccia di aumento – di simile entità – dei dazi d’importazione, paventata più volte dal presidente Trump. E infatti non c’è da preoccuparsi: la parola d’ordine è “va tutto bene” e le confortanti rassicurazioni dei politici sostenute dal consueto codazzo della quasi totalità dei media, completate, in un esercizio di ineguagliabile ipocrisia collettiva, dai trionfalistici comunicati stampa che si sono susseguiti dopo il Vinitaly 2025, farebbero ancora immaginare un futuro roseo per il vino italiano.
Ed è tutto così verosimile da far sembrare autentica anche l’insostenibile e ormai stantìa retorica dell’idilliaco mondo contadino.
Ma in fondo “siamo tutti vignaioli”.
Magari in doppiopetto.




