Testa bassa e pedalare

Molti colleghi si interrogano sul ruolo colpevolmente passivo e superficiale che potrebbero aver avuto i media di settore nella diminuzione dei consumi di vino. Il cambiamento di costumi, il calo di interesse e, in sostanza, il distacco crescente delle nuove generazioni di consumatori nei confronti del vino potrebbero, secondo questa visione, essere state accentuate o almeno non indirizzate nel verso giusto da una comunicazione approssimativa e soprattutto antiquata rispetto alle esigenze attuali.
E quindi, in un crescendo autoaccusatorio, capita di leggere da più parti che abbiamo sbagliato tutto, dobbiamo comunicare diversamente, usare un altro linguaggio, raccontare storie e storielle, miti e leggende, e se non ci sono – e in buona parte non ci sono..- inventiamole, soprattutto se vogliamo avvicinare i giovani al vino…
Ci manca l’autofustigazione e poi siamo a posto.
Personalmente credo che in queste letture la realtà sia rovesciata. Il declino dei consumi è sicuramente connesso da un lato al cambiamento dei costumi, in atto però da qualche decennio, e dall’altro semplicemente a fattori economici, molto più strettamente legati all’attualità e a scelte politiche internazionali. I prezzi, non solo dei vini ovviamente, raddoppiano e triplicano, mentre le entrate della maggioranza dei consumatori, se va bene, sono sempre le stesse. Il problema risiede quindi nella comunicazione? Raccontiamola meglio.
Certamente l’azione dei media potrebbe essere più incisiva e autorevole ma insomma, la frase che ricorre maggiormente è di “usare un altro linguaggio”. Che significa? Quale linguaggio? Mi pare sia un po’ come appellarsi alle capacità di intortare meglio il prossimo. Personalmente, tanto per essere chiari, la polemica non mi tange, svolgo modestamente un ruolo da critico, mi limito a dare giudizi qualitativi sui vini che assaggio ed evito accuratamente di fare il comunicatore-intortatore.
Tuttavia, come detto, la realtà è rovesciata e mi chiedo invece se esiste ed è mai esistito un settore produttivo – di qualsiasi genere – che senza disporre di un’organizzazione commerciale, di una rete di distribuzione, di consistenti investimenti pubblicitari, non solo è sopravvissuto ma in non pochi casi si è arricchito sostanziosamente nel giro di pochi decenni? Esiste. E’ il mondo dei produttori di vino. O almeno di una loro parte non proprio irrilevante. Alcuni, per un certo periodo, senza avere nessuna delle strutture di vendita sopra citate, hanno venduto l’intera produzione di un anno solo grazie a una recensione lusinghiera di una pubblicazione specializzata, in un contesto socio-economico che favoriva queste reazioni. E gli anni successivi hanno continuato a vendere aumentando sistematicamente il prezzo del loro prezioso liquido. Senza una vera rete vendita, senza spendere mezza palanca in iniziative promozionali e via dicendo. Conoscete altri settori che hanno raggiunto il successo commerciale solo con la (ipotetica) qualità della loro produzione? Non credo proprio.
Nello stesso tempo che facciamo? Ci basiamo sull’illusoria equazione di collegare i successi del passato con la (presunta) qualità della comunicazione e, conseguentemente, la crisi di oggi con la sua (sempre presunta) mediocrità?
Il ridimensionamento in termini quantitativi era annunciato da tempo e, forse anche grazie alla comunicazione, è stato solo rimandato.
Non ci sono ricette magiche, ma se comunicare oggi significa parlare di crisi, di calo delle vendite, di mercati in picchiata, è meglio un sano e riservato silenzio.
Come si diceva una volta quando si restava indietro: “testa bassa e pedalare”.

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