Verticale del Riesling Hérzu di ETTORE GERMANO

Non voglio tirar fuori la solita pappardella della longevità e quanto siano sottovalutati alcuni vini bianchi italici, come ho più volte ribadito. Lo stesso Hérzu di Ettore Germano, ha inizialmente subìto dalla maggioranza degli assaggiatori (ma so’ ragazzi..) questo trattamento diffidente, per poi essere riconosciuto universalmente come vino di indubbio valore.
Ogni tanto affiora tuttavia qualcuno che afferma “d’accordo è buono, ma i Riesling della Mosella sono ben altra cosa”. Giusta obiezione: infatti l’Hérzu è un Riesling non prodotto in Mosella ma in Piemonte e sull’etichetta riporta l’indicazione Langhe..
D’altro canto mi rendo conto che sia quasi inevitabile fare questi raffronti, lo stesso succede ogni volta che ci troviamo davanti un Pinot Nero e c’è chi non può fare a meno di sparare: “non dico che non sia buono ma, insomma, non lega neanche le scarpe a un normale Village”.
Se sposto, però, il confronto tra vini dello stesso territorio e non dello stesso vitigno, forse le idee si schiariscono e le differenze emergono. Ve lo immaginate il migliore Pinot Nero prodotto in Langa Versus i Barolo o i Barbaresco? Oppure un altrettanto ambizioso Pinot Noir prodotto in Chianti Classico contro i migliori rossi di quel territorio? Con tutto il rispetto per chi li produce, finirebbero a pezzi.
Se invece prendo un vino come l’Hérzu e lo confronto non solo con i langaroli ma con i migliori bianchi d’Italia, non dico sia il migliore, non esageriamo, ma la sua “porca” figura continua a farla.
Quindi, spero di essere stato sufficientemente chiaro, l’Hérzu è un eccellente bianco italiano, come Riesling è invece “solo” ottimo e risente, come è giusto che sia, della matrice territoriale e non solo di quella varietale.
La degustazione è stata condotta in due fasi diverse. La prima, nel 2017, ha preso in esame le annate 2010, 2013 e 2015; la seconda, effettuata a fine estate 2020 con la preziosa collaborazione di Claudio Corrieri, ha analizzato i millesimi 2008, 2009, 2013 e 2015.
Dopo il 2011 Sergio Germano, figlio di Ettore e titolare dell’azienda di famiglia, ha iniziato a utilizzare una chiusura con il tappo a vite (Stelvin) e non più con il tradizionale sughero: solo per il coraggio di questa scelta meriterebbe di essere portato in trionfo (si fa per dire eh, Sergio non è proprio un peso piuma).
Sta di fatto che se i vini fossero vistosamente peggiorati saltava l’alibi di dare la colpa al solito, povero, inaffidabile tappo; ma, guarda caso, la valutazione del 2013 a distanza di anni è stata identica e il commento molto simile, mentre l’Hérzu 2015, visto che il primo assaggio si era svolto a pochissimi mesi dall’imbottigliamento, ha registrato una crescita prevedibile e coerente, a dimostrazione che il vino compie comunque una sua evoluzione anche usando il discusso tappo a vite e mantiene la sua integrità senza dare spazio agli alibi.

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.