I VINI DI PANZANO IN CHIANTI

Panzano in Chianti rientra nei confini del comune di Greve in Chianti ma, come tutti gli appassionati sanno, costituisce un’entità ben distinta per storia, caratteristiche e “peso” qualitativo della sua produzione complessiva.
Merita, pertanto, una vetrina riservata, anche se limitata alla riproduzione dei commenti sui vini assaggiati nello scorso anno delle aziende che fanno parte dell’Unione Viticoltori Panzano . 
Il documento, in formato pdf facilmente scaricabile qui, è riservato agli abbonati.

 
 

 

Un Pinot Nero in Chianti

I vini basati su vitigni internazionali sono inevitabilmente soggetti ad essere comparati a livello assoluto – lo si è visto con le verticali di Riesling di Hérzu e del Kaiton – e l’esempio più fragoroso è fornito da chi si cimenta con il Pinot Nero. C’è chi lo produce per semplici motivi di mercato, il vino si deve pur vendere, ma la scelta modaiola è più frequentemente innescata da quella frangia di consumatori, che è sempre esistita e oggi si è forse amplificata, in costante ricerca di novità da inseguire, perseguire e poi abbandonare rincorrendo la successiva.
La larga maggioranza dei produttori è in realtà stimolata dalla passione e dal senso di sfida che è insita nell’idea temeraria di replicare un Musigny o un Pommard a latitudini diverse dalle originarie. Un atteggiamento ammirevole che ha sempre e dovunque costituito l’ingrediente fondamentale per alimentare la nascita di grandi vini e, in senso generale, le grandi imprese. Ma questa è una “scalata” impervia, per non dire impossibile.
Il valore della tradizione e dell’esperienza umana, forgiata da generazioni e generazioni di vignaioli, le innumerevoli mutazioni clonali, l’età media dei vigneti, la magica alchimia che rende così freschi i terreni, costituiscono solo alcuni dei punti a favore dei Pinot Noir della Côte d’Or, difficilmente replicabili in altri luoghi e anche se la materia sarebbe assai meritevole di essere approfondita, si può già intuire quanto sia problematica la gestione di un progetto che parta da zero in zone prive di un legame storico con il Pinot Nero.
Tuttavia sono numerose le cantine che non si danno per vinte e sembrano aver intrapreso una direzione nuova e concreta, lasciando perdere l’irrealizzabile sogno di scimmiottare un Richebourg o un Volnay e puntando alla realizzazione di vini in grado di fondere positivamente i caratteri del territorio con quelli varietali.
Piuttosto interessante è in tal senso la versione proposta da Alessandro Cellai nel suo Podere Monastero, in Chianti Classico, dove, a fianco del cabernet/merlot Il Campanaio, produce il Pinot Nero La Pineta, un rosso intenso che alterna i sapidi contrasti chiantigiani ai nitidi e caratteristici profumi del vitigno.

Il roseo passato, presente e futuro di un Rosato

Se c’è un vino che non “sente” le annate o, meglio, che in ogni nuova annata è un filo più buono della precedente, questo è il Rosato di Rocca di Montegrossi. Immaginando quanto sia estenuante per un lettore passare da un link all’altro, ho direttamente copiaincollato i commenti al Rosato 2019 e 2018 pubblicati, giusto giusto uno e due anni fa.

Sul 2018 avevo scritto queste note:
brillante nel colore, delicato nell’estrazione tannica, nitido ma non vistoso nei profumi dai riscontri floreali e fruttati, entra sul palato con discrezione, si sviluppa in eleganza e chiude, sul filo della fresca vena acida, con una scìa sapidissima, in armonica congiunzione con il territorio di origine. Perfetto a tavola, in grado di affrontare con successo qualsiasi pietanza (escludendo i dessert..), sarà addirittura migliore tra qualche mese.

Sul 2019, invece:
presenta un profilo stilistico in linea con le caratteristiche dell’annata, per la ricchezza, l’equilibrio, la maturità calibrata del frutto. Il finale intenso, persistente, piacevolmente caratterizzato dalla tipica sapidità di Montegrossi oltre che da profumi di rose e lamponi, promette ulteriori miglioramenti con la permanenza in bottiglia e conferma questa etichetta al vertice della tipologia, almeno in ambito regionale.

E il 2020? Poco da aggiungere, se non che riesce a congiungere la freschezza del 2018 con la ricchezza e la maturità di frutto del 2019 per un insieme assolutamente godibilissimo. Gli amanti della tipologia non possono farselo sfuggire e gli scettici lo possono provare per togliersi i pregiudizi sui vini rosati.