SELEZIONI 2021: Chianti Classico Corte di Valle 2017

 

Il primo giro di assaggi per la Selezione 2021 ha già riservato qualche piacevole sorpresa. In questo caso parlo di Corte di Valle, un’azienda che non conosco e, conseguentemente, di un vino che assaggio per la prima volta. La tipologia è certamente importante – Chianti Classico – ma non si tratta né di una Riserva né di una Gran Selezione ma di un meno ambizioso vino di “annata” e anche l’annata – 2017 – non è di quelle che ha fatto collezione di “stelle”. Tuttavia è uno di quei rossi dai tratti leggeri, non supera i 13 i gradi alcolici, che lascia il segno come forse solo certi sangiovese riescono a fare, trasformando una presunta debolezza in un punto di forza: un vino da bere. E ribere. E (visto il prezzo) anche da comprare.

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

La sindrome di Borgogna

Il vino che sto bevendo è fatto solo con l’uva di quel vigneto lì!
È così affascinante pensare di bere un vino che proviene da un solo vitigno coltivato in un singolo vigneto, come succede con i vini di Borgogna. Anche non fosse vero, è l’idea che conta, il senso di autenticità e non contaminazione che trasmette e il forte potere di attrazione che suscita nell’appassionato. Non a caso anche in zone prive di una radicata tradizione sia del monovitigno che del singolo cru, come è la Toscana intera, più di un produttore propone oggi un catalogo ricco di etichette che riportano l’indicazione Vigna o Vigneto, seguito da un toponimo o da un nome di fantasia. Nei casi in cui è appurato che il vino che prende vita in quel determinato terreno possiede caratteristiche uniche e originali, ha sicuramente senso metterle in risalto, su questo non ci piove, ma pur avendo sempre sollecitato la valorizzazione dei singoli vigneti, sto dubitando se ciò sia veramente un segnale di crescita di consapevolezza o solo una forma evoluta di marketing dove il territorio è esibito con il nome di un luogo che stuzzica l’immaginazione dell’eventuale compratore e il parziale successo di mercato così ottenuto faccia perdere di vista l’obiettivo primario di un bravo produttore: ricavare il miglior vino possibile individuando le uve migliori dei propri vigneti.
È il valore della selezione, del blend se vogliamo, della capacità di scegliere e dosare, non è solo il territorio a vincere ma è il fattore umano ad essere decisivo. Meglio un solo, ottimo vino o quattro sbandierati cru di media tacca?
Non è neanche un confronto tra l’idea bordolese e quella borgognona, perché dove la filosofia del cru e del monovitigno è radicata storicamente, l’obiettivo principale di un produttore resta quello di realizzare il miglior vino possibile nel rispetto del proprio stile, ovunque e comunque. Pensiamo a un grande classico della nostra enologia: il Barolo di Teresa (Bartolo) Mascarello, che non rappresenta uno specifico cru ma è una selezione delle migliori uve della proprietà e sfoggia grande qualità, grande carattere, piena riconoscibilità della tipologia e dello stile aziendale. E lo fa in un territorio dove i cru esistono storicamente ma probabilmente, divisi tra loro, non gli darebbero un prodotto superiore.

Ma chi il vino lo compra, il consumatore, che ne pensa, da cosa si sente maggiormente tutelato? Dal nome di una vigna riportata su un’etichetta o dalla prova del bicchiere?

I Carmignano di FABRIZIO PRATESI

Presenti da oltre venti anni nel territorio di Carmignano, i vini di Fabrizio Pratesi stanno esibendo nelle loro ultime uscite una sempre maggiore consapevolezza e coerenza stilistica. Ispirati a modelli non ancorati alla vecchia tradizione, sono rossi dotati di un frutto di buona maturità sostenuto con la giusta misura dalla presenza del rovere. Piacevoli e ben fatti, non hanno ancora prodotto quel cambio di passo che può farli insediare sui gradini più elevati della Denominazione ma, a giudicare dai buoni riscontri ricevuti anche dagli assaggi della scorsa stagione, il momento giusto potrebbe essere più vicino che mai.

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.