SELEZIONE VINI 2023: CANTINA PUIANELLO

Come ormai d’abitudine, pubblico la consueta rassegna dedicata ai vini della Cantina Puianello. E si sa che è difficile rinunciare alle abitudini, soprattutto se piacevoli come in questa tornata di assaggi. Il livello qualitativo dei vini mi è sembrato convincente come non mai, non solo per le ottime prove di alcune versioni di Ancestrale (bianco e rosso) e di Brut, ma per la sensazione di maggiore accuratezza e precisione rilevata un po’ in tutta la gamma presentata nell’occasione.

Le note di degustazione sono consultabili qui, in area abbonati.

SELEZIONE VINI 2023: PANIZZI

Firma tra le più conosciute di San Gimignano, Panizzi costituisce una sponda sempre affidabile per gli appassionati della Vernaccia. La Riserva 2019 mostra, rispetto al passato, di avere affinato il suo rapporto con il rovere, attenuando i toni fortemente affumicati che la caratterizzavano in fase giovanile, mentre la selezione Vigna Santa Margherita 2021 esibisce una personalità sempre più definita, con tratti di eleganza che emergono alla distanza.

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ANTEPRIME CHIANTI CLASSICO 2024

Ho concentrato gli assaggi dell’anteprima di Chianti Classico sulle nuove uscite dei millesimi 2022 e 2021, in questo caso limitatamente alle tipologie Riserva e Gran Selezione. Le anteprime sono occasioni utili per avere una prima impressione sul carattere delle annate in oggetto ma non certo per ricevere riscontri definiti, e tanto meno definitivi, e neppure per stilare classifiche di preferenza. Nelle pagine riservate agli abbonati troverete comunque il relativo resoconto dove non ho assegnato, come faccio solitamente, punteggi in centesimi.
Il documento preparato dai tecnici del Consorzio (che festeggiava ben 100 anni dalla sua fondazione) descrive l’annata 2022 come eccellente: nessuna gelata, caldo estivo costante ma senza picchi eccessivi, la siccità non ha creato problemi grazie alla riserva di acqua lasciata dalle piogge primaverili e di metà agosto che hanno permesso di arrivare senza ulteriori difficoltà alla vendemmia, iniziata (un po’ anticipatamente) verso il 10 settembre e conclusa un mese dopo. Sempre il Consorzio dichiara che i Chianti Classico 2022 si presentano in assaggio “molto equilibrati, con una forza acida non eccessiva, (e) tannini dolci e maturi”. L’annata 2021 ha avuto un decorso anche più confortevole, se così vogliamo dire, con vendemmie iniziate intorno al 20 di settembre, uve “sane e di buona qualità”, viene definita come un’ottima annata, per la qualità della struttura (“tannini e fini maturi”) e del profilo aromatico.
La prova dei fatti, ovvero del bicchiere, ha dato risposte più che buone anche se non altrettanto entusiasmanti. In questa fase buona parte dei vini non sono ancora “molto equilibrati” e anche i tannini non danno esattamente l’impressione di una perfetta maturità. La 2022, in particolare, non appare come un’annata così idilliaca: chi ha raccolto un po’ in anticipo, per non far lievitare ulteriormente il grado alcolico, ha finito con il proporre vini freschi ma anche aciduli e spigolosi, dai tannini non maturi; chi ha atteso un po’ troppo ha finito per scivolare su note di confetture e qualche dolcezza in eccesso. Tuttavia va sottolineato che una parte dei campioni presentati era ancora in affinamento e il resto era presumibilmente imbottigliato da poco tempo. Si tratta di aspetti non secondari soprattutto quando si ha a che fare con tipologie dai pH tendenzialmente bassi, per cui i giudizi ricavati vanno presi comunque con un certo margine di approssimazione. Alla resa dei conti debbo però riconoscere che l’assaggio, in qualsiasi fase evolutiva, dei Chianti Classico non è mai noioso. Anche nelle annate più calde, come le recenti, trovi sempre quel compendio di freschezza e di contrasto che rende i vini del Gallo Nero più attuali che mai: belli da bere, da abbinare con il cibo e anche da discutere. La nascita della Gran Selezione, come l’inizio del percorso tracciato dalle UGA, nonostante le numerose contraddizioni e incomprensioni che l’hanno accompagnata, ha rappresentato indubbiamente un cambio di marcia decisivo per il futuro della Denominazione e, anche se molti passaggi sono ancora da superare, i Chianti Classico di oggi, alla faccia di chi parla di omologazione, sono ben caratterizzati e riconoscibili.
Chiudo ricordando che il vino riprodotto in primo piano nella foto sopra il titolo è risultato senza incertezze il migliore della mattinata di assaggio: ancora una volta il “Barbischio” di Maurizio Alongi non ha deluso.

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C’È REPORT E REPORT

Mi dispiace che una delle pagine di questo sito abbia lo stesso titolo della trasmissione televisiva ma, come si dice, non facciamo ricadere sui “figli” le colpe dei padri. Una battuta amara in quanto, nonostante qualche inciampo occasionale, ho sempre avuto stima del Report televisivo; purtroppo però, anche nella seconda puntata dedicata al vino si persevera negli errori e nell’approssimazione, fornendo un cattivo servizio di informazione agli spettatori, gran parte dei quali, ricordiamolo, sa ben poco dell’argomento.

Certamente sono cambiati i toni, si è saggiamente limitato il raggio di azione dell’inchiesta, ma alla fine il risultato è stato scoraggiante. MCR e lieviti selezionati sono per Report la fonte di tutti i problemi. In sintesi, si parte dall’assunto “chi fa trattamenti sistemici nel vigneto uccide i lieviti indigeni per cui non gli resta che usare quelli selezionati”. E, ovviamente, i diabolici lieviti selezionati sono i responsabili dell’omologazione di sapori e profumi. Non contano niente il territorio, il clima, l’esposizione, la giacitura dei vigneti, il tipo di uva utilizzata e le altre mille variabili che contribuiscono alla nascita di un vino. Generazioni di vignaioli, enologi e scrittori insigni si sono smarrite in un racconto solo immaginato ma in realtà non avevano capito niente del VINO, i cui misteri sono stati svelati in poche ore di trasmissione da una redazione televisiva. Nei confronti della quale buona parte del settore ha così reagito: ma come, in questi due mesi non avete trovato nessuno che vi ha detto che stavate prendendo un granchio? Non avete altri argomenti da tirare fuori? Tutto qui?
Poi, dopo aver sentito definire WineandSiena come uno degli eventi più importanti del panorama nazionale e aver scoperto, bontà loro, che ci sono perfino due produttori (uno scovato in Abruzzo e uno in Veneto) dall’animo puro, qualche dubbio che ci stiano prendendo in giro può anche sorgere.
Poniamo allora il caso che in quello che ci viene fatto vedere e sentire non ci sia niente di casuale e di banalmente sprovveduto. Proviamo quindi a rovesciare le posizioni e guardare con gli occhi del vero destinatario dell’inchiesta, ovvero “il cittadino qualunque” che, come milioni di italiani, il vino lo compra nella GDO. Sulle bottiglie ordinate sugli scaffali ci sono tante informazioni ma non chiariscono perché vini della stessa denominazione di origine abbiano un prezzo che varia da due, anzi da 1,99 euro (ne ho visto giusto uno ieri), a 25 euro che, probabilmente è molto più buono ma fuori dalle tasche di chi consuma una bottiglia tutti i giorni o quasi. Magari 1,99 saranno troppo pochi e rendono perplesso il nostro consumatore che comunque una da 3/4 euro alla fine la compra. Però, insomma, anche in quella che costa meno c’è riportato chiaramente il nome della stessa DOC/DOP che una certa garanzia a un consumatore la dovrebbe dare. O no?
Indubbiamente la presenza dell’indicazione di una denominazione è assai meglio di niente ma, lasciando da parte la storiella dei lieviti, Report – scava, scava – ha sollevato un problema concreto (il nemico in casa..) e l’etichetta non aiuta a dipanarlo: non chiarisce se il produttore è un commerciante da decine di milioni di bottiglie che, se va bene, ricorre a tutte, ripeto tutte, le pratiche lecite (come ha detto la televisione..), oppure, tralasciando le figure intermedie, se rappresenta un’azienda familiare di piccole dimensioni che lavora in modo artigianale. La scritta, in piccolo, riportata nel retro dell’etichetta “imbottigliato all’origine” e formule simili, dovrebbe, a detta del legislatore, eliminare i dubbi ma, insomma, proprio chiara chiara non lo è per nessuno, figuriamoci per “il cittadino qualunque”. Siamo sicuri che non si possa fare di meglio per mettere in maggiore evidenza la diversità “strutturale” tra un produttore e l’altro?
Eccoci quindi al punto. Ho già accennato qui del calo di consumo del vino, anche a livello mondiale. A Bordeaux e in Cile, tanto per fare un paio di esempi, sono stati espiantati migliaia di ettari di vigna. E siamo solo agli inizi. Parallelamente molte delle nostre denominazioni e dei relativi consorzi di tutela hanno iniziato da anni meritorie operazioni di valorizzazione dei singoli territori, con individuazione di cru e sottozone che accentuano il senso di identità di un vino; nello stesso tempo però non riescono a liberarsi – o non vogliono farlo – del fardello del grosso imbottigliatore che propone vini “parimente denominati” a prezzi insostenibili per gli altri e penalizzanti per l’immagine della denominazione. Ma forse il “grosso imbottigliatore” a qualcuno farà pure comodo averlo, soprattutto quando la produzione è in esubero e/o si fa fatica a venderla.
Le contraddizioni però restano, il nemico interno (vero o presunto, in fondo anche gli imbottigliatori hanno un’anima) è stato individuato (dalla TV di stato) e, sulla base delle tendenze mondiali, quel che sembra certo è che una politica di produzione in eccesso abbia poco futuro.
Il momento di prendere decisioni non è troppo rimandabile, sperando di non dover attendere il suggerimento dalla prossima puntata.

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