Bolgheri Superiore 2019

Nei primi di settembre, a distanza di un anno esatto dalla prima edizione, si svolgerà la seconda kermesse delle anteprime bolgheresi. Al centro delle attenzioni l’annata 2020 dei Bolgheri Superiore ma, ovviamente, sarà disponibile in assaggio anche il resto della gamma produttiva di ogni azienda. È da considerare un test interessante non tanto perché avviene con un margine ampio rispetto alle consuete anteprime toscane ma perché a fine estate i vini sono spesso più espressivi e quindi i riscontri, pur effettuati a distanza di tempo, si rivelano piuttosto attendibili.
Facendo un confronto tra gli assaggi dello scorso settembre dei “Superiore” 2019 e quelli che ho effettuato una decina di giorni fa debbo dire che buona parte delle impressioni ricevute all’epoca si sono confermate in modo assolutamente aderente e i casi in cui si è verificata una discordanza sono in gran parte imputabili a campioni non definitivi oppure a vini che palesemente evidenziavano al tempo una fase di chiusura ed erano solo da attendere.
Nel Report, riservato agli abbonati, ho selezionato i vini che si sono maggiormente distinti; e non sono pochi. Bolgheri Sassicaia e altre star del territorio (Paleo etc..) non facenti parte dei “Superiore”, saranno invece recensiti in un’altra occasione.

COLPI DI CUORE

La Guida Hachette è la madre delle Guide-Vini europee, la prima pubblicazione che ha giudicato, catalogato e classificato con ritmo annuale i vini francesi; si può quindi ben dire che ha fatto la storia e, pur con le difficoltà del mercato attuale, continua a farla. Una delle segnalazioni di merito più copiata, il famoso Coup de Coeur, è un marchio storico dell’Hachette e non segnala automaticamente il vino migliore ma quello che ha toccato le corde dell’emozione o che almeno ha sorpreso e stupito gli assaggiatori. Può capitare che sia un vino semi-sconosciuto e quindi una sorpresa totale, oppure un vino famoso che è andato ben oltre il suo pur elevato standard abituale.
Per non lasciare all’asciutto (colpa gravissima) chi mi legge, ho deciso pertanto di segnalare alcuni Coup de Coeur risaltati nei primi giri di assaggio effettuati. Tralascio per ora le griffes più note e pur meritevoli di tale riconoscimento – Paleo e Sassicaia 2019 non scappano.. – e dedico queste righe a una serie di vini che non sempre sono finiti in prima pagina ma che stavolta hanno provocato un giusto “batticuore”.

Il primo gruppo è monopolizzato da vini di Montepulciano e inizio con il Nobile Riserva 2018 de Le Bertille per continuare con il Rosso di Montepulciano 2020 di Manvi e finire con il Chianti Colli Senesi 2019 di Villa S. Anna: tre annate diverse e tre vini che hanno in comune la freschezza, l’eleganza delle forme e la facilità di beva. Tre caratteristiche che fino a pochi anni fa era piuttosto difficile rintracciare a Montepulciano ma che gradualmente stanno diffondendosi sempre di più.

Chiudo questa prima tranche con un vino che ormai non dovrebbe più stupirmi ma che ogni anno immancabilmente ci riesce ed è una versione scintillante e fremente (la 2021) del Rosato di Rocca di Montegrossi.
Da berne a secchi, direbbe Giampaolo Gravina.

Rosso di Montalcino 2020, una débâcle non annunciata

Dall’assaggio di una tipologia più semplice talvolta si possono avere indicazioni su quella che sarà la riuscita futura dei vini più importanti della stessa area. Solo talvolta, ribadisco, perché voglio sperare che la qualità dei Brunello di Montalcino 2020 abbia scarse connessioni con quella esibita nei miei recenti assaggi dei Rosso di Montalcino.
42 i vini provati, con risultati quasi imbarazzanti per una tipologia che, apparentemente, è in cerca di rilancio e valorizzazione. Certamente può capitare un’annata poco riuscita anche se l’attribuzione di 5 stelle su 5 al Brunello 2020 non lo farebbe pensare, ma l’eccesso di alcol, la carenza di frutto e di freschezza, associate a tannini crudi e immaturi, sono caratteri rilevati diffusamente su buona parte dei campioni assaggiati, lasciando l’impressione che abbia prevalso la scelta di imbottigliare partite di vino che avrebbero meritato di essere scartate.
Nello stesso tempo, l’assaggio di una dozzina di Rossi 2019, altra annata universalmente considerata ottima, pur offrendo qualche etichetta degna di sicura attenzione, ha messo in mostra una serie di vini dai toni piuttosto evoluti e quindi non ha offerto motivi validi per addebitare la défaillance della tipologia solo ai limiti emersi con la 2020.
Nasce così il dubbio che a Montalcino, come purtroppo in altre zone di alta reputazione, si faccia più affidamento al vento favorevole che soffia sul mercato, mantenendoselo con qualche operazione di marketing di facciata, che non puntando in concreto a individuare e risolvere gli evidenti problemi di vigna e cantina. 

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

Château Latour, la colombaia e altre curiosità

Confesso di essere stato convinto per anni che quella cupola che si vede in mezzo ai vigneti di Château Latour fosse proprio “La Torre” che dà il nome alla tenuta; ho scoperto successivamente che la vecchia torre e la relativa fortificazione sono state distrutte dai francesi alla fine della guerra dei cent’anni – si parla di più di cinque secoli fa – e la costruzione che vediamo oggi è solo una colombaia. Certamente una delle colombaie più maestose che conosca mentre in effetti, a pensarci bene, una torre tondeggiante e non molto alta è piuttosto anomala e, in quanto a torri, si può trovare qualcosa di più significativo senza doversi spostare troppo.
Però la colombaia, costruita agli inizi del 1600, è un po’ il simbolo di Latour, visto anche che lo Château, quasi nascosto dalla vegetazione, non è dei più vistosi del Médoc e la struttura aziendale, cantine e locali di accoglienza e degustazione sono assolutamente confortevoli e ben configurati ma anch’essi sono improntati alla sobrietà, all’efficienza e non sembra vogliano dare troppo nell’occhio con effetti scenici inadeguati allo stile rigoroso della maison.

Ma insomma, colombaia o torre, si tratta di una delle proprietà più antiche del Médoc tanto è vero che anche nel sito aziendale viene riportata la data del 1331 come “inizio attività” e i passaggi di mano di Latour costituiscono una vera ragnatela tanto sono numerosi gli intrecci che si sono susseguiti fino ai giorni nostri. Piuttosto curioso è invece il fatto che Latour abbia fatto parte per lungo tempo dei possedimenti della famiglia Segur – una delle più note e potenti di Bordeaux – unitamente a Château Lafite fino a tutto il 1700.
Dal 1993 fa parte del ricco portafoglio di attività di Francois Pinault, titolare del potente gruppo Kering che raggruppa una serie di marchi di larga fama della moda e del lusso .

In passato, un appuntamento a Latour richiedeva pazienza, volontà ferrea, estrema precisione nel rispettare gli orari stabiliti, oltre a una serie di referenze autorevoli. La contemporanea presenza di questi attributi e un tocco di fortuna consentiva, spesso ma non sempre, di riuscire a varcare, con un filo di apprensione, le soglie della proprietà. Non è che oggi si entra nello Château fischiettando: chi sei, cosa hai fatto, cosa fai e perché vuoi visitare Latour lo chiedono eccome, ma debbo dire che stavolta quell’aria un po’ rigida e militaresca che si respirava entrando nella sala degustazione si è disciolta e, forse per merito del contagioso entusiasmo della responsabile tecnica (Hélène Genin), il confronto sulla nuova annata è stato occasione di una piacevole e animata discussione sulle variazioni climatiche e soprattutto sulla scelta di abbracciare per oltre la metà del corpo vigneti (90 ettari circa), proprio nel nucleo storico de L’Enclos (dove resistono ceppi di vite con oltre un secolo di vita), le linee della biodinamica.
Per quanto riguarda l’assaggio del 2021 rimando i più esigenti alle note pubblicate di recente, tenendo presente che, fra i grandi rossi di Bordeaux, Latour si fa forte della sua storia secolare e teme meno di tutti il passare del tempo

 

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