Il punto su Bolgheri

Alla data di oggi ho aggiornato più di trenta Report relativi alle cantine di Bolgheri. Altri saranno inseriti nei prossimi giorni ma è già possibile ricavare una prima impressione di insieme.
La tipologia dei Bolgheri Rosso è stata rappresentata in gran parte dall’uscita dell’annata 2023 mentre il Bolgheri Superiore prevedeva la presentazione sul mercato del millesimo 2022, rivelatosi nei fatti più convincente di quanto le premesse e i dubbi del post vendemmia facevano immaginare. Le maturità fenoliche non sono state ottimali ma gli effetti negativi in termini di aggressività tannica sono stati abilmente mascherati da macerazioni soffici e da un uso del rovere generalmente ben calibrato. In questo senso va sottolineato come, a differenza di altre denominazioni, l’elasticità del disciplinare consenta di fronteggiare con apprezzabile efficacia gli umori sempre più imprevedibili del clima.
Un tema a parte nella valutazione complessiva della stagione di assaggi lo meritano i vini bianchi sui quali personalmente non ho mai nutrito troppa fiducia e che al contrario segnalano (miracoli del mercato?) che qualcosa si sta muovendo in positivo. Gli altri temi incrociati da affrontare riguardano le risposte ricevute dai vari vitigni utilizzati, dal classico blend bordolese ai tentativi, sempre più numerosi, di giocarsela “in purezza”: il Cabernet Franc ha ormai largamente soppiantato il Merlot, il Syrah ha un suo convinto gruppo di seguaci e comunque a Bolgheri non si fanno mancare niente, dal Petit Verdot al Malbec tra le uve “internazionali”, dal Sangiovese al Pugnitello e al Foglia Tonda sul fronte dei vitigni autoctoni, la fantasia dei produttori più eccentrici trova costantemente modo di alimentarsi. C’è ben poco da dire, infine, sui vini rosati che restano collocati, con scarsissime possibilità di risalire la china, sul gradino più basso della gerarchia qualitativa bolgherese.

LA QUALITA’ MISTIFICATA

Non ho da dispensare consigli o individuare soluzioni per affrontare l’attuale congiuntura che colpisce (anche) il mondo del vino.
Mi preme esclusivamente salvaguardare la qualità. Si tratta quindi di comprendere quanto possa essere a rischio questo valore quando soffia vento di crisi, i timori aumentano e molti – sia produttori che consumatori, anche se per motivi diversi – rincorrono qualsiasi moda passa loro davanti, distorcendo spesso i capisaldi della qualità.
Emblematica, in tal senso, è stata la presentazione – avvenuta pochi mesi fa presso l’Enoteca Pinchiorri – dell’annata 2021 del Coevo, un rosso a base di Sangiovese e Merlot prodotto, in poche migliaia di bottiglie dalla casa vinicola Cecchi, con l’intento di avere una sorta di testimone dei cambiamenti stilistici correlati alle mutazioni di clima, di gusto e tendenze che avvengono nel corso del tempo. Un vino esplicitamente e volutamente modaiolo insomma, ma, a ben vedere, soprattutto provocatorio, anche perché rispetto ai milioni di pezzi che ogni anno escono dalle cantine Cecchi, il Coevo costituisce solo un frammento marginale e non certo rappresentativo dell’intera produzione aziendale. E non c’è dubbio che la netta differenza stilistica evidenziata dal confronto tra la prima annata prodotta, la 2006, calda, concentrata e fortemente boisé – e l’ultima, la 2021, morbida, bilanciata, dalla beva sicuramente più fresca ed elegante, ha fornito una preziosa istantanea dei cambiamenti, in questo caso positivi, avvenuti nel giro di pochi anni e rafforzato il senso della degustazione.
Purtroppo però, la tentazione di seguire le tendenze del momento, a differenza di chi ci gioca un po’ sopra come Cecchi, non è esclusiva di pochi, piccoli e incerti produttori. Ce ne sono di grandi e vaccinati che, dopo decenni di uscite sul mercato con vini supercolorati, superconcentrati e superboisé, oltre che surmaturi, hanno sposato, di punto in bianco, la causa della leggerezza e della bevibilità, al punto da sfiorare l’immaturità e l’inconsistenza. Come pure ci sono “correnti di pensiero” che hanno sdoganato una serie di difetti e disarmonie come segni di autenticità, in quanto in contrasto con la temuta manipolazione. Debbo dire che è curioso (o drammatico?) osservare che ci sono degustatori (per così dire), e ovviamente consumatori, che non tollerano accenni di rovere o comunque la presenza di tannino in un vino rosso mentre si entusiasmano per bianchi di stile macerativo nei quali la ruvidità tannica combinata con l’ossidazione crea effetti devastanti per il palato.
Un processo di mistificazione insopportabile. Potrei continuare ad affondare il coltello nella piaga con molti altri esempi ma non voglio essere noioso; in fondo, oggi più che mai, non è importante cosa facciamo ma come lo raccontiamo.
Per un pubblico che ormai sembra bere più storielle che vino.

VIGNAIOLI IN DOPPIOPETTO

I meccanismi che hanno storicamente dettato le leggi naturali del mercato del vino (e non solo), ovvero l’incontro tra la domanda, giustificata dalla reputazione qualitativa costruita tenacemente e anche faticosamente nel tempo, e l’offerta, costituita dalla quantità disponibile, sono stati ormai soppiantati dalla speculazione che ha preso nettamente il sopravvento fino a immergersi in una bolla artificiosa dove si finisce con il credere davvero che il prezzo totalmente fuori misura di certi vini corrisponda al loro valore reale.
In questo secolo, ma basterebbe analizzare gli ultimi 15 anni, abbiamo assistito a un’escalation continua dei prezzi. Ce ne sono alcuni che sono addirittura decuplicati, passando da 30 a 300 euro come se niente fosse, per non parlare delle frequenti apparizioni sul mercato di versioni titolate “limited edition” o “special cuvée”, ricavate da vocatissimi quanto ignoti micro-vigneti di 0,05 ettari e commercializzate unicamente in formato magnum, rigorosamente numerato. Bottiglie rarissime e, ovviamente, molto molto preziose.
Società finanziarie, fondi internazionali, applicazioni multimediali sono apparse dal nulla promettendo utili stratosferici a chi  investiva in vino. Come dal nulla sono emerse anche fantomatiche case d’asta online; ma la percentuale sempre più elevata di lotti invenduti ad ogni giro rafforza l’impressione che anche lo spazio speculativo inizi a saturarsi.

Al di là dei casi più estremi sopra citati, quella di alzare disinvoltamente i listini prezzi di un 10 o 20% è stata tuttavia una pratica così abituale e diffusa nel recente passato che non dovrebbe spaventare più di tanto l’assai deprecabile (e non meno speculativa) minaccia di aumento – di simile entità – dei dazi d’importazione, paventata più volte dal presidente Trump. E infatti non c’è da preoccuparsi: la parola d’ordine è “va tutto bene” e le confortanti rassicurazioni dei politici sostenute dal consueto codazzo della quasi totalità dei media, completate, in un esercizio di ineguagliabile ipocrisia collettiva, dai trionfalistici comunicati stampa che si sono susseguiti dopo il Vinitaly 2025, farebbero ancora immaginare un futuro roseo per il vino italiano.
Ed è tutto così verosimile da far sembrare autentica anche l’insostenibile e ormai stantìa retorica dell’idilliaco mondo contadino.
Ma in fondo “siamo tutti vignaioli”.
Magari in doppiopetto.

QUANTITÅ E QUALITÅ

In questi primi mesi del 2025 abbiamo assistito ad un accavallarsi di manifestazioni enologiche particolarmente frenetico. Praticamente ogni fine settimana – e il ritmo non andrà certo a diminuire nei prossimi mesi – ha visto la concomitanza di più e più eventi, ovviamente accompagnati da presentazioni e comunicati stampa trionfalistici da parte degli organizzatori e dei loro uffici stampa, anche se l’affluenza del pubblico non sembra aver sempre raggiunto numeri da record: il livello di saturazione è evidentemente vicino (e io lo ho superato da un pezzo..).
Ognuno se le suona e se le canta come vuole ma questa sorta di tripudio di facciata contrasta con la realtà ben più grama di un mercato in progressiva e, in certi casi, precipitosa discesa sul piano delle vendite. Presupponendo che la partecipazione dei produttori sia motivata essenzialmente dagli effetti promozionali o, comunque, dai contatti commerciali che si possono ottenere in tali occasioni, se ne deduce, senza ponderosi sforzi intellettivi, che gran parte di queste attese siano state deluse.

Negli ultimi anni è anche cambiato il rapporto con i media che, da avere un ruolo essenzialmente critico – ma di critiche il mondo del vino attuale non vuol sentire neanche il brusio – sono passati attraverso i social, il web e quella parte che resta del cartaceo, a una funzione prevalentemente promozionale: solo marketing maldestramente mascherato da critica. Ed è piuttosto singolare dover notare che in tempi, non lontani ma che sembrano oggi appartenere ad un’altra era, nei quali imperava la riservatezza e i giudizi dei critici più autorevoli esaltavano ma anche stroncavano alcune etichette, le vendite erano in costante crescita, mentre in una attualità dove si assiste a un ridicolo, rumoroso e continuo strombazzìo a favore del tal produttore o della tale denominazione, si debba registrare, alla faccia degli intenti promozionali, una preoccupante e progressiva disaffezione dei consumatori più attenti. Un disincanto o un disinteresse che probabilmente dipenderà da mille altri fattori ma che almeno dovrebbe far sorgere il dubbio al mondo della produzione che la strategia “quantitativa” dei mille eventi sul vino, dei falsi consensi e del conteggio dei like e dei followers non conduca da nessuna parte.

BUON 2025

Non cambia solo il clima, cambiano i gusti, i portafogli sono sempre più leggeri e in fin dei conti, dato che il vino viene prodotto per essere venduto, è il mercato che comanda. Certamente, sempre al fine di vendere, fa comodo rivestire il prezioso liquido di leggende e poesie, mitizzando il legame con il territorio, il vitigno, la tradizione, la storia dei padri, degli avi e quant’altro. Se tutto ciò non fosse sufficiente – e non lo è – si passa semplicemente a produrre i vini che vuole il mercato, fossero anche rossi frizzanti o vini spumanti in una regione come la Toscana che non li ha mai prodotti. Così evidentemente va letto il recente comunicato della Regione Toscana che autorizza, appunto, la produzione di spumanti e rossi “petillant”. Ma non è il caso di guardare troppo per il sottile o fare i sofisti, perché, se vogliamo, è pure apprezzabile che chi legifera e governa mostri sensibilità per i quotidiani e crescenti problemi del mondo della produzione.
Tuttavia se è vero che i cambiamenti climatici, di gusti e di abitudini fanno emergere la necessità di aggiustare il tiro, rinnovare e/o modificare l’esistente, sarebbe anche il caso di dare una bella rispolverata a certi disciplinari di produzione che continuano a insistere su affinamenti (anzi il termine usato, e in questi casi quanto mai azzeccato, è invecchiamenti) estenuanti dei vini più prestigiosi che non solo debbono e dovranno misurarsi con gradazioni alcoliche elevate, ma anche con processi evolutivi sempre più marcati, in netta contraddizione con l’esigenza acclarata di freschezza e vitalità.

A completare il quadro del periodo natalizio arriva poi puntuale l’ennesima inchiesta (?) sul vino del programma televisivo Report che è riuscito, una volta di più, a dimostrare la propria inadeguatezza a trattare l’argomento. A tal proposito non posso evitare di recuperare e riproporre parte del testo della recensione – a cura del sottoscritto e di Fabio Rizzari – della Tenuta San Guido come appariva sulla Guida Vini de L’espresso 2004:

Assistiamo sconcertati a stroncature impietose del Sassicaia da parte di critici improvvisati che fanno soldi sul desiderio genuino dei neofiti di farsi un’opinione. Del resto indicare trionfalmente al mondo che “il re è nudo” è una moda antica. Checché ne pensino queste mezze figure, il Sassicaia rimane uno dei vini più fini che si producano in Italia….

Quella rivista dei “critici improvvisati” (ora non più pubblicata) in ogni numero metteva alla berlina i vini e i marchi più importanti confrontandoli con vini (industriali) da GDO dell’epoca dal costo assai più abbordabile, che, ma guarda un po’, finivano con l’essere sistematicamente più apprezzati da una non ben precisata commissione di assaggio. A distanza di oltre venti anni il ruolo di indicare al mondo che “il re è nudo” è stato evidentemente ereditato da trasmissioni come Report. E come al tempo, è bene ricordare a tutti che è una moda antica che speravo facesse ormai parte del passato e non del ricco e apprezzato bagaglio di esperienze e battaglie anche “culturali” della trasmissione di Rai Tre, che, al contrario, presenta al pubblico un servizio approssimativo, impreciso nei dati forniti, allusivo e ingannevole, condotto senza documentarsi (o volersi documentare) adeguatamente. E pensare che oggi i controlli effettuati dagli organismi preposti sono assai più assidui e precisi che in passato oltre che tracciabili e verificabili. Il che non significa che qualcosa non possa sfuggire ed è su queste eventuali lacune che ci attenderemmo un approfondimento per provare a tirar fuori (ammesso che ci siano) le vere magagne, come è stato giustamente fatto con il traffico “di carta” emerso nella puntata, ed evitare di far leva solo sulla “pancia” degli spettatori pur di fare audience. Non voglio farla troppo lunga ed entrare nei dettagli delle numerose manchevolezze, né tanto meno voglio ergermi a paladino delle case vinicole – se ritengono di averne i motivi ci penseranno per conto loro – ma quando si arriva addirittura, da inchiesta a farsa il passo è evidentemente breve, a insinuare l’idea balorda che qualsiasi vino (e sottolineo qualsiasi) sia replicabile in laboratorio, tentando di sostenere l’ipotesi con un test così maldestro da sfiorare la comicità, si tocca il vertice dell’inattendibilità, lanciando un messaggio fuorviante e inutilmente denigratorio per tutto il vino di qualità, nessuno escluso.

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