I LUOGHI del Franc

L’assaggio del Franco 2016, Cabernet Franc dell’azienda I Luoghi di Bolgheri, mi ha indubbiamente sollecitato a dire qualcosa in merito al vitigno, premesso che è l’ennesimo “Franc” di ottimo livello proposto dalle terre bolgheresi.
Dopo avere assistito, nel recente passato, a una diffusione incontrollata e, per molti versi, irragionevole degli impianti di merlot in mezza Toscana oltre che in varie zone d’Italia, ora è il turno, o la rivincita se vogliamo, del cabernet franc.
So benissimo che l’argomento può fare insorgere gli strenui paladini dei vitigni autoctoni che non vogliono sentir parlare di uve la cui pronuncia finisce con una é, una ò oppure con una consonante (con una risicata eccezione per il lagrein), ma tanto qualcuno che si lamenta c’è sempre…
Tornando al confronto Franc-Merlot, è bene ricordare che secondo un pensiero ricorrente queste due uve vanno a braccetto sulla riva destra di Bordeaux proprio perché sono sostanzialmente complementari l’una con l’altra. Non sto parlando di caratteristiche ampelografiche ma di comportamento sul palato ovvero in degustazione. In breve, il Merlot ha un impatto di forte intensità, sviluppa il massimo del suo volume a centro bocca per poi precipitare nel finale e chiudere rapidamente; il Cabernet Franc ha uno sviluppo al contrario con un ingresso lieve, aumenta progressivamente di intensità per impennarsi in un finale in continuo crescendo. La differenza tra questa immagine bordolese e quello che succede alle nostre latitudini è data dall’impatto sul palato che è proporzionalmente più “alto” per ambedue i vini-vitigni e, in generale, favorisce maggiormente il raggiungimento di un punto di equilibrio (e di autonomia) nel Franc rispetto al Merlot, competitivo solo nelle annate più fresche.
Insomma l’ho fatta così lunga semplicemente perché chi scrive di vino qualcosa deve pur trasmettere di ciò che sa (o, meglio, crede di sapere) e non solo per dire che, visto che l’annata 2017 del Bolgheri Superiore Campo al Fico de I Luoghi si è difesa con dignità ma non passerà alla storia, il Franco 2016 è davvero ottimo e farà ancora parlare di sé.

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

RACCONTI BORDOLESI: Courtiers, Négociants e Sociando-Mallet

I cenni storici riguardanti Sociando-Mallet sono dettagliati con precisione sul sito aziendale ma meritano di essere ricordati per la combinazione di eventi che ha dato nuova vita e successo a questa proprietà situata a nord di Pauillac e adiacente alla denominazione di St.-Estephe.
I primi documenti che citano Sociando risalgono al 1633, quando risultava essere la residenza di Sossiondo, un nobile basco dal quale evidentemente deriva parte dell’attuale titolo aziendale; dopo vari passaggi di proprietà, finì con l’essere acquistato da Achille Mallet, un capitano di marina che contribuì alla composizione finale del nome dello Château. Dopo Mallet si alternarono altri proprietari fino a giungere nelle mani di Emile Téreygéol, funzionario dell’INAO (Institut National des Appellations d’Origine) e presidente del sindacato viticolo di Marrakech. E a questo punto ecco che entra in gioco Jean Gautreau, che inizialmente (siamo negli anni ’50) faceva il courtier (mediatore, sensale, intermediario, oggi molti direbbero broker ma nessuna di queste è la definizione esatta) per un Négoce di Bordeaux ed era poi diventato direttamente un négociant (commerciante, ma come nel caso del courtier è una figura che merita un successivo approfondimento) vendendo i pregiati grand crus bordolesi in un mercato di grande riferimento come il Belgio, del quale, nel giro di pochi anni, era arrivato ad essere il principale fornitore. Un suo ricco cliente gli chiese di trovargli uno Château da acquistare nel Médoc e lui, nel 1969, trovò appunto Sociando-Mallet, una proprietà fatiscente, di piccole dimensioni, con diversi edifici abbandonati e una ventina di ettari complessivi, di cui solo sei o sette di vigneto. Ma il facoltoso cliente che gli aveva commissionato l’acquisto si tirò improvvisamente indietro e a quel punto Jean Gautreau, che aveva intuito il potenziale della tenuta osservando che i terreni, sulla riva della Gironda, erano disposti sulla stessa fascia di ghiaia che scorre lungo Château Cos d’Estournel, Pichon-Lalande, Léoville-Las-Cases e altre proprietà di spicco della riva sinistra, fece due conti: l’occasione era troppo favorevole per lasciarsela sfuggire e così cambio la storia di Sociando-Mallet.

Sociando è un Haut-Médoc, una denominazione anomala, nel senso che “alto” (Haut) va inteso nel senso dell’altitudine e non della della latitudine, ovvero sono Haut-Médoc le tenute in posizione più elevata e non quelle più a nord o sud nella regione. Gli Haut-Médoc scorrono praticamente lungo tutto il Médoc.
Mai entrato nella classificazione del 1855 e registrato come cru bourgeois nel 1932, Sociando-Mallet possiede una qualità superiore a quella di molti Cru Classé (leggi qui). Gli ettari vitati sono oggi un’ottantina dei quali tre quarti collocati sulle “ghiaie” o graves che dir si voglia e un quarto su terreni a prevalenza sabbiosa dai quali viene ricavato il second vin.

Jean Gautreau ha lasciato questo mondo poco tempo fa e la sua, in assai estrema sintesi, è un’emblematica storia di uomini e di terre: senza la combinazione – ad alto livello, certamente – di questi due fattori non si possono realizzare grandi vini.

Concludo con il “motivo” che mi ha spinto a scrivere questo brevissimo e, spero, non troppo noioso, raccontino domenicale, ovvero uno splendido Château Sociando-Mallet 1990, bevuto con grande gioia un paio di mesi fa.
Un grande rosso del Médoc, in eccellenti condizioni di forma, fresco, balsamico e speziato, setoso al tatto, dalla chiusura lunghissima.

RACCONTI BORDOLESI: Château Ducru-Beaucaillou e altre curiosità

Ogni Château rispettabile ha qualche storia interessante da raccontare e Ducru-Beaucaillou, deuxième cru di Saint-Julien, ne possiede una che coinvolge e ha coinvolto sino ad ora tutto il mondo del vino. Vediamo perché.

Terreni e vigneti di Ducru B. facevano originariamente parte della tenuta di Beychevelle. Per motivi legati a eredità e debiti, un tema ricorrente nelle storie bordolesi, la proprietà fu smembrata e una parte dei vigneti di Beychevelle furono acquistati da Jean-Baptiste Braneyre nel 1680 e sarebbero poi diventati l’attuale Château Branaire-Ducru; un’altra parte, corrispondente a Ducru-Beaucaillou, passò nelle mani di Jacques de Bergeron, un signore del luogo che possedeva varie altre tenute. A quei tempi D.B. era conosciuta come Maucaillou (da mauvais cailloux, letteralmente cattivi ciottoli/sassi). Bergeron si attivò positivamente, i vini salirono di qualità e il nome della tenuta cambiò radicalmente: da Maucaillou a Beaucaillou.

Nel 1795 Jacques de Bergeron morì e il castello fu acquistato da un nuovo proprietario, Bertrand Ducru e non c’è bisogno di Sherlock Holmes per intuire come il nome cambiasse, stavolta in modo definitivo, in Château Ducru-Beaucaillou. Tralascio, a questo punto, i successivi passaggi di proprietà e le vicende intercorse, ricordando soltanto che nel 1855, quando fu redatta la celeberrima classificazione, la tenuta godeva di un’ottima reputazione, tanto è vero che D. B. finì nel gruppo dei deuxième cru, alla pari – restando a Saint-Julien – dei tre Léoville e di Gruaud-Larose.
Una decina di anni dopo la tenuta fu acquistata da Lucie-Caroline Dassier, moglie del ricco commerciante di origine scozzese-irlandese Nathaniel Johnston, ma pochi anni dopo Madame Dassier Johnston lasciò questo mondo e Ducru-Beaucaillou passò nelle mani del marito che si consolò risposandosi, due anni dopo, con la principessa Marie Caradja di Costantinopoli, figlia del principe Constantin di Turchia. Si può dedurre – anche stavolta senza scomodare Sherlock Holmes – che non mancassero le risorse per ristrutturare, con l’assistenza dell’architetto Louis Garros, lo Château come si può ammirare anche oggi.
E, finalmente, siamo arrivati al punto più interessante (o forse meno noioso) delle vicende di D. B., ovvero all’epidemia di peronospora che, prima ancora della fillossera, svuotò i vigneti francesi alla fine degli anni ’70 del XIX secolo. Il rimedio fu scoperto proprio al “nostro” (si fa parecchio, ma parecchio per dire) Château dal professore di botanica Pierre-Marie-Alexis Millardet in modo del tutto casuale.
Passeggiando lungo i vigneti in una tenuta nei pressi di St. Julien si accorse che le piante disposte lungo il bordo della strada crescevano rigogliose e avevano un deposito bianco e blu sulle foglie mentre quelle lontane erano chiaramente colpite dalla malattia fungina. La tenuta era Ducru B. e il direttore del vigneto, l’agronomo diremmo oggi, confessò tranquillamente di somministrare una miscela di solfato di rame e calce il cui colore agiva come deterrente per i passanti che intendevano rubare l’uva. Millardet mise a punto il preparato, conosciuto poi come poltiglia bordolese e lo provò nei vigneti, meno pregiati ma sempre di proprietà Johnston, di Château Dauzac, prima tappa di un giro del mondo che ancora oggi non si è fermato.