RACCONTI BORDOLESI: Château Ducru-Beaucaillou e altre curiosità

Ogni Château rispettabile ha qualche storia interessante da raccontare e Ducru-Beaucaillou, deuxième cru di Saint-Julien, ne possiede una che coinvolge e ha coinvolto sino ad ora tutto il mondo del vino. Vediamo perché.

Terreni e vigneti di Ducru B. facevano originariamente parte della tenuta di Beychevelle. Per motivi legati a eredità e debiti, un tema ricorrente nelle storie bordolesi, la proprietà fu smembrata e una parte dei vigneti di Beychevelle furono acquistati da Jean-Baptiste Braneyre nel 1680 e sarebbero poi diventati l’attuale Château Branaire-Ducru; un’altra parte, corrispondente a Ducru-Beaucaillou, passò nelle mani di Jacques de Bergeron, un signore del luogo che possedeva varie altre tenute. A quei tempi D.B. era conosciuta come Maucaillou (da mauvais cailloux, letteralmente cattivi ciottoli/sassi). Bergeron si attivò positivamente, i vini salirono di qualità e il nome della tenuta cambiò radicalmente: da Maucaillou a Beaucaillou.

Nel 1795 Jacques de Bergeron morì e il castello fu acquistato da un nuovo proprietario, Bertrand Ducru e non c’è bisogno di Sherlock Holmes per intuire come il nome cambiasse, stavolta in modo definitivo, in Château Ducru-Beaucaillou. Tralascio, a questo punto, i successivi passaggi di proprietà e le vicende intercorse, ricordando soltanto che nel 1855, quando fu redatta la celeberrima classificazione, la tenuta godeva di un’ottima reputazione, tanto è vero che D. B. finì nel gruppo dei deuxième cru, alla pari – restando a Saint-Julien – dei tre Léoville e di Gruaud-Larose.
Una decina di anni dopo la tenuta fu acquistata da Lucie-Caroline Dassier, moglie del ricco commerciante di origine scozzese-irlandese Nathaniel Johnston, ma pochi anni dopo Madame Dassier Johnston lasciò questo mondo e Ducru-Beaucaillou passò nelle mani del marito che si consolò risposandosi, due anni dopo, con la principessa Marie Caradja di Costantinopoli, figlia del principe Constantin di Turchia. Si può dedurre – anche stavolta senza scomodare Sherlock Holmes – che non mancassero le risorse per ristrutturare, con l’assistenza dell’architetto Louis Garros, lo Château come si può ammirare anche oggi.
E, finalmente, siamo arrivati al punto più interessante (o forse meno noioso) delle vicende di D. B., ovvero all’epidemia di peronospora che, prima ancora della fillossera, svuotò i vigneti francesi alla fine degli anni ’70 del XIX secolo. Il rimedio fu scoperto proprio al “nostro” (si fa parecchio, ma parecchio per dire) Château dal professore di botanica Pierre-Marie-Alexis Millardet in modo del tutto casuale.
Passeggiando lungo i vigneti in una tenuta nei pressi di St. Julien si accorse che le piante disposte lungo il bordo della strada crescevano rigogliose e avevano un deposito bianco e blu sulle foglie mentre quelle lontane erano chiaramente colpite dalla malattia fungina. La tenuta era Ducru B. e il direttore del vigneto, l’agronomo diremmo oggi, confessò tranquillamente di somministrare una miscela di solfato di rame e calce il cui colore agiva come deterrente per i passanti che intendevano rubare l’uva. Millardet mise a punto il preparato, conosciuto poi come poltiglia bordolese e lo provò nei vigneti, meno pregiati ma sempre di proprietà Johnston, di Château Dauzac, prima tappa di un giro del mondo che ancora oggi non si è fermato.

RACCONTI BORDOLESI, la promessa

Facendo seguito alle promesse contenute nella premessa (almeno nei giochi di parole sono forte) leggibile qui, ricordo a miei affezionati abbonati che ho pubblicato in pagina le classificazioni dei vini delle quattro appellations più importanti del Médoc (Margaux, St. Julien, Pauillac e St. Estephe).
Seguirà, a breve, la graduatoria delle altre zone e tipologie dell’area bordolese, completata, in una fase successiva, da un’abbondante, e spero più attraente, parte descrittiva.

RACCONTI BORDOLESI, la premessa

Per scrivere compiutamente di un territorio bisogna averlo frequentato da tempo, aver conosciuto direttamente i personaggi più rappresentativi, averne vissuto i vari passaggi storici, i cambiamenti, gli umori, il confronto con le tendenze di gusto e di mercato del momento, oltre ad aver condiviso le evoluzioni tecniche e climatiche che ne hanno condizionato e, talvolta, modificato lo stile. E, aggiungo, avere assaggiato tanto, che non significa solo aver provato molti vini ma aver testato più volte la stessa annata dello stesso vino in fasi diverse per verificarne l’evoluzione nel tempo. 
Nel fare queste riflessioni mi sono deciso a mettere insieme le esperienze e il materiale di cui dispongo, anche se qualche foglio l’ho “perso per strada”, su Bordeaux e i suoi vini, sollecitato anche da qualche eccellente bottiglia che ho scovato in cantina e che ho bevuto proprio nei passati giorni di feste (si fa per dire) natalizie.

Inizierò con la pubblicazione di una personale classificazione dei vini dell’AOC Margaux. Continuerò con le altre zone e, senza seguire nessun canovaccio prestabilito, approfondirò i temi parlando di stili e caratteri dei vari Châteaux e delle rispettive zone di produzione.

Segue, per gli abbonati, la classificazione dei vini di Margaux.