LE VIGNE DI SILVIA, Bolgheri

Venti anni fa si affacciavano a Bolgheri numerose nuove aziende che oggi costituiscono un robusto collante tra le prime, storiche proprietà della zona e le nuove realtà di questi anni recenti. Erano tempi nei quali dominava ovunque, incontrastato o quasi, un modello gustativo appariscente e muscolare e gli ultimi arrivati non potevano evitare, nonostante che qualche classico esempio illuminasse un percorso opposto, di adeguarsi ai tempi. Non erano maturate, né a Bolgheri né altrove, le esperienze necessarie per acquisire la consapevolezza e la convinzione di poter seguire altri tracciati stilistici che in molti casi sono stati frequentati successivamente. Le aziende che nascono oggi sembrano aver fatto tesoro di questi inevitabili passaggi e, saltando le fasi sperimentali, propongono vini che puntano diritti all’equilibrio e all’eleganza delle forme.
In questo quadro mi pare che si incastri con precisione – voglio sperare che non sarà mica tutto dovuto alla clemenza dell’annata 2018 – l’idea produttiva de Le Vigne di Silvia, con la complicità “Itinerante” di un Cabernet Franc di tutto rispetto e prospettiva.

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

I VINI DI PIAGGIA

Per una volta non è l’ottimo Carmignano Riserva Piaggia a dettare legge tra i vini di Silvia e Mauro Vannucci, ma il ruolo di protagonista è toccato alla riuscitissima versione 2017 del Cabernet Franc Poggio de’Colli. Un vino che, in risposta ai superficiali pregiudizi su vitigno e annata, presenta una maturità aromatica e fenolica invidiabili, con strati e strati di frutto e nessuna concessione a note vegetali o a ruvidità tanniche. Assai giovane ma già godibile, non ha sviluppato ancora un’adeguata complessità ma il tempo è dalla sua parte.

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

I VINI DE LE MACCHIOLE

Il successo dei vini de Le Macchiole è consolidato da tempo, i trofei si accumulano, molti produttori non farebbero altro che celebrarli, ma non Cinzia Merli che è più critica di qualsiasi critico nei confronti dei suoi vini: c’è una punta di alcol in più, il tannino non è del tutto maturo, manca l’allungo finale, un pizzico di freschezza supplementare non avrebbe guastato, si sente troppo il rovere, i profumi sono coperti e così via…Non sono parole sue ma le mie traduzioni – spero di non sbagliarmi ma conosco Cinzia da un po’ di tempo – dei suoi sguardi perplessi o delle sue smorfie che si accentuano non solo se non condivide le critiche ma anche quando c’è qualcuno che la lusinga ed esalta eccessivamente il Messorio, il Paleo o lo Scrio anche in annate che lei non trova così ben riuscite. Perché, evidentemente, cerca un confronto serio e non complimenti a buon mercato.
Parto da questa premessa perché nel resoconto degli assaggi delle annate 2017, 2018 e 2019 (le ultime due in anteprima) dei tre rossi sopra citati, le mie considerazioni (leggibili in zona abbonati) evitano le lusinghe, abbondano di apprezzamenti ma non sono esenti da critiche: sempre nel segno del confronto.

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