FONTODI e la FINEZZA

Nelle antiche cronache Fontodi, a Panzano in Chianti, era considerato un luogo privilegiato per la coltivazione dell’uva; si diceva, infatti, che vi nascessero “vini fini”, nell’accezione che aveva il termine fine, oggi utilizzato solo come sinonimo di elegante, delicato, sottile. I vini fini erano invece ritenuti quelli dove certamente erano presenti caratteristiche di eleganza ma anche di intensità e, soprattutto, di distinzione, quindi di personalità. Soltanto la piena ed equilibrata maturità delle uve costituiva il presupposto della finezza e non era così facilmente raggiungibile come si può pensare oggi; non tanto per questioni climatiche, che pure sono cambiate molto, e neppure per la gestione strettamente viticola ma, essenzialmente, per problemi collegati alla sanità delle uve che fino a 50/60 anni fa era garantita quasi esclusivamente dalle condizioni ambientali: le posizioni alte, aperte, ben esposte e ben ventilate (le sommità delle colline, i poggi, i “bricchi”) con buoni terreni da vigna, avevano l’esclusiva nella produzione di “vini fini” dato che solo le loro uve arrivavano sane fino a piena maturazione.

Fontodi era una di queste e, certamente, lo è ancora. Però se si assaggiano – come capitato di recente – i vini di annate calde e aride come la 2017 non si pensa alla finezza ma alla potenza, alla ricchezza, alla concentrazione, talvolta anche eccessive.
Un segno dei tempi che cambiano, evidentemente, ma datemi l’annata giusta (2018?) e l’antica finezza (non solo l’eleganza) di Fontodi tornerà a distinguersi e farsi valere.

 

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

ASSAGGI SPARSI 2020 N. 27 (e lo stile dei vini)

I valori qualitativi dei vini presenti in questa lista – consultabili, come sempre, in zona abbonati – sono molto simili tra loro. Le differenze sono prevalentemente stilistiche: più inclini a mostrare colori carichi, sostenuti da profumi di frutti neri e note boisé i vini di San Fabiano Calcinaia e Vignole, di tendenza più classica e tradizionale è invece il repertorio di Quercia al Poggio. Meno definiti e definitivi, a metà strada tra i due versanti, sono i Chianti Classico de Il Molino di Grace e della Fattoria dell’Aiola.

Lo stile dei vini è uno degli aspetti che stabilisce in modo radicale le diversità di giudizio tra un critico e l’altro. Non è misurabile – come la complessità (vedi qui) – e risente del bagaglio culturale di ognuno oltre che dei singoli livelli di conoscenza di vitigni, territori, tipologie. Alle estremità troviamo da un lato l’assaggiatore internazionale che magari sa di vino ma, nel caso specifico, poco di sangiovese e di Chianti Classico e giudica pertanto in base a parametri organolettici “universali”, dall’altro c’è l’assaggiatore territoriale che conosce benissimo una determinata zona (e poco al di fuori di quella) e assegna un valore sproporzionato all’aderenza a una tipologia. Esemplificando, il primo soggetto valuta i vini in base alla ricchezza, la concentrazione e la profondità, senza crearsi il minimo dubbio se quel sangiovese che sta assaggiando è indistinguibile da un merlot; il secondo minimizza caratteristiche riferite alla consistenza, all’equilibrio e al finale, rispetto alla tipicità di un vino.
Tra questi due estremi esistono potenzialmente una miriade di opzioni, attivabili da ogni vinificatore, che rendono ricco e stuzzicante l’approccio di chi assaggia o vorrebbe semplicemente saperne di più. In teoria ogni azienda e addirittura ogni vigneto potrebbero essere suggeritori di, seppur minime, varianti stilistiche. Nella realtà molti produttori, molti winemakers e anche molti winecritics (usare termini inglesi è più “ganzo”) preferiscono tristemente adeguarsi a ciò che propongono le tendenze di mercato, secondo non si sa bene quali analisi di settore.
È il marketing– oggi mi adeguo alle tendenze e quindi sono anglofono – quindi a decidere lo stile dei vini e non la vigna, il territorio e la sensibilità umana?
Può essere, anzi è più che probabile, ma – porca miseria – non diamoci per vinti.

I VINI DEL CASTELLO DI AMA

Vado a memoria, ma credo proprio che il Castello di Ama sia stata la prima azienda chiantigiana a imperniare la parte più pregiata della sua produzione sulla valorizzazione dei suoi cru. Etichette come Vigneto Bellavista, La Casuccia, San Lorenzo sono presenti da una trentina di anni e fino a non molti anni fa esisteva anche il Vigna Bertinga, per cui si può concludere che le prime vere Gran Selezione di Chianti Classico siano nate – con molto anticipo – ad Ama.
La premessa è utile perché, tra i vini recensiti in questa occasione, le assenze di spicco sono proprio costituite dai cru, oggi diventati ufficialmente Gran Selezione, che, come spesso è capitato nelle annate ritenute inadeguate, non sono stati evidentemente prodotti (con l’eccezione del San Lorenzo) in coincidenza del millesimo 2017.

Ma se nella propria gamma ci si avvale di vini come L’Apparita, che nelle ultime uscite sembra aver ritrovato una forma smagliante, le lacune sono felicemente colmate.

 

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.