LECCI E BROCCHI
Sono rossi robusti e grintosi quelli prodotti dal Podere Lecci e Brocchi nell’area di Castelnuovo Berardenga. Certamente, nel caso del Chianti Classico Riserva e dell’Argento Vivo, la presenza dell’annata 2017 ha accentuato gli aspetti….continua per gli abbonati
BORGO SALCETINO
Fermandosi a dare solo un’occhiata alle note di assaggio si ricaverebbe l’impressione che i vini di Borgo Salcetino sono tutti buoni, lineari, ben fatti, ma limitati ad un ambito prevedibile, più attento alla correttezza tecnica dell’esecuzione che a sfoggiare carattere. In parte ciò è vero ma in realtà debbo dire che più che la prova dei singoli vini sono stato colpito…continua per gli abbonati
SAN VINCENTI
Un solo vino presente in assaggio ha inevitabilmente limitato il commento d’insieme ma è comunque sufficiente per ricavare una prima impressione che conferma l’impronta robusta e tenace che i vini della Tenuta San Vincenti hanno sempre evidenziato. In aggiunta…continua per gli abbonati
Nelle antiche cronache Fontodi, a Panzano in Chianti, era considerato un luogo privilegiato per la coltivazione dell’uva; si diceva, infatti, che vi nascessero “vini fini”, nell’accezione che aveva il termine fine, oggi utilizzato solo come sinonimo di elegante, delicato, sottile. I vini fini erano invece ritenuti quelli dove certamente erano presenti caratteristiche di eleganza ma anche di intensità e, soprattutto, di distinzione, quindi di personalità. Soltanto la piena ed equilibrata maturità delle uve costituiva il presupposto della finezza e non era così facilmente raggiungibile come si può pensare oggi; non tanto per questioni climatiche, che pure sono cambiate molto, e neppure per la gestione strettamente viticola ma, essenzialmente, per problemi collegati alla sanità delle uve che fino a 50/60 anni fa era garantita quasi esclusivamente dalle condizioni ambientali: le posizioni alte, aperte, ben esposte e ben ventilate (le sommità delle colline, i poggi, i “bricchi”) con buoni terreni da vigna, avevano l’esclusiva nella produzione di “vini fini” dato che solo le loro uve arrivavano sane fino a piena maturazione.
Fontodi era una di queste e, certamente, lo è ancora. Però se si assaggiano – come capitato di recente – i vini di annate calde e aride come la 2017 non si pensa alla finezza ma alla potenza, alla ricchezza, alla concentrazione, talvolta anche eccessive.
Un segno dei tempi che cambiano, evidentemente, ma datemi l’annata giusta (2018?) e l’antica finezza (non solo l’eleganza) di Fontodi tornerà a distinguersi e farsi valere.
I valori qualitativi dei vini presenti in questa lista – consultabili, come sempre, in zona abbonati – sono molto simili tra loro. Le differenze sono prevalentemente stilistiche: più inclini a mostrare colori carichi, sostenuti da profumi di frutti neri e note boisé i vini di San Fabiano Calcinaia e Vignole, di tendenza più classica e tradizionale è invece il repertorio di Quercia al Poggio. Meno definiti e definitivi, a metà strada tra i due versanti, sono i Chianti Classico de Il Molino di Grace e della Fattoria dell’Aiola.
Lo stile dei vini è uno degli aspetti che stabilisce in modo radicale le diversità di giudizio tra un critico e l’altro. Non è misurabile – come la complessità (vediqui) – e risente del bagaglio culturale di ognuno oltre che dei singoli livelli di conoscenza di vitigni, territori, tipologie. Alle estremità troviamo da un lato l’assaggiatore internazionale che magari sa di vino ma, nel caso specifico, poco di sangiovese e di Chianti Classico e giudica pertanto in base a parametri organolettici “universali”, dall’altro c’è l’assaggiatore territoriale che conosce benissimo una determinata zona (e poco al di fuori di quella) e assegna un valore sproporzionato all’aderenza a una tipologia. Esemplificando, il primo soggetto valuta i vini in base alla ricchezza, la concentrazione e la profondità, senza crearsi il minimo dubbio se quel sangiovese che sta assaggiando è indistinguibile da un merlot; il secondo minimizza caratteristiche riferite alla consistenza, all’equilibrio e al finale, rispetto alla tipicità di un vino.
Tra questi due estremi esistono potenzialmente una miriade di opzioni, attivabili da ogni vinificatore, che rendono ricco e stuzzicante l’approccio di chi assaggia o vorrebbe semplicemente saperne di più. In teoria ogni azienda e addirittura ogni vigneto potrebbero essere suggeritori di, seppur minime, varianti stilistiche. Nella realtà molti produttori, molti winemakers e anche molti winecritics (usare termini inglesi è più “ganzo”) preferiscono tristemente adeguarsi a ciò che propongono le tendenze di mercato, secondo non si sa bene quali analisi di settore.
È il marketing– oggi mi adeguo alle tendenze e quindi sono anglofono – quindi a decidere lo stile dei vini e non la vigna, il territorio e la sensibilità umana?
Può essere, anzi è più che probabile, ma – porca miseria – non diamoci per vinti.
Vado a memoria, ma credo proprio che il Castello di Ama sia stata la prima azienda chiantigiana a imperniare la parte più pregiata della sua produzione sulla valorizzazione dei suoi cru. Etichette come Vigneto Bellavista, La Casuccia, San Lorenzo sono presenti da una trentina di anni e fino a non molti anni fa esisteva anche il Vigna Bertinga, per cui si può concludere che le prime vere Gran Selezione di Chianti Classico siano nate – con molto anticipo – ad Ama.
La premessa è utile perché, tra i vini recensiti in questa occasione, le assenze di spicco sono proprio costituite dai cru, oggi diventati ufficialmente Gran Selezione, che, come spesso è capitato nelle annate ritenute inadeguate, non sono stati evidentemente prodotti (con l’eccezione del San Lorenzo) in coincidenza del millesimo 2017.
Ma se nella propria gamma ci si avvale di vini come L’Apparita, che nelle ultime uscite sembra aver ritrovato una forma smagliante, le lacune sono felicemente colmate.
La raccolta di assaggi che pubblico oggi è particolarmente corposa e coinvolge ben cinque aziende del Chianti Classico. Si tratta di vini presentati lo scorso anno che ho voluto riprovare a distanza di tempo prima di stabilire il giudizio definitivo.
Tutti coloro che producono o acquistano vini sanno, o dovrebbero sapere, che non tutte le bottiglie sono uguali e, anche se i tappi non presentano difetti evidenti, non è detto che il passaggio di ossigeno all’interno – si parla di quantità infinitesime – sia lo stesso in ogni contenitore, spesso per via della diversa elasticità dei sugheri, più raramente per la forma del collo delle bottiglie medesime. L’effetto di micro-ossidazione modifica gli equilibri e lo stato evolutivo di un vino; non c’è da stupirsi quindi se la frequenza delle differenze tra una bottiglia e l’altra è generalmente più elevata proprio sui vini che affinano un periodo più lungo in vetro; il che significa che sono le bottiglie “importanti” a subirne le maggiori conseguenze e non i vini di annata messi sul mercato appena imbottigliati. Di questi temi, del tappo a vite e via dicendo, ci saranno però occasioni più opportune per parlarne.
Tornando al tema in oggetto, i vini recensiti sono 20 e suddivisi tra il Castello di Querceto, Le Corti-Principe Corsini, Le Fonti, Machiavelli e Montepaldi. Al solito, non mancano spunti interessanti in ognuna delle cantine esaminate e i dettagli sono consultabili, come sempre, in zona abbonati.
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L’immagine riproduce la copertina della versione inglese del mio libro I Grandi Vini di Toscana, uscito il 23 novembre 2016 nelle principali librerie italiane.
Il libro ripercorre, attraverso la descrizione di 69 vini selezionati e particolarmente rappresentativi, un periodo cruciale dell’evoluzione del vino toscano. Su ogni vino sono riportate le informazioni tecniche relative ai metodi di produzione, le note storiche, gli aneddoti, completando il tutto con una degustazione verticale di ogni vino scelto.
Dall’introduzione:
Da tempo meditavo di dare forma e sostanza alla raccolta di oltre venti anni di appunti, di visite, incontri, suggestioni e, soprattutto, degustazioni. Centinaia e centinaia di bottiglie aperte e provate, ma anche assaggi dalla botte, lo stesso vino degustato appena nato e poi testato più volte nel corso degli anni. Insomma. alla fine mi sono accorto di poter raccontare storie all’infinito. E avrei desiderato farlo con un editore toscano, perché un libro sui vini toscani prodotto “in casa” avrebbe avuto un significato tutto particolare. È fortunatamente capitata l’occasione di proporre l’idea a Giunti che ha manifestato immediatamente grande interesse e molta disponibilità per l’argomento. Ne abbiamo parlato, poi abbiamo rimandato l’inizio del progetto, perché un editore di cose da fare ne ha tante, e anch’io avevo le mie. Il progetto originale si è piano piano delineato con maggiore chiarezza a entrambi e alla fine abbiamo, come si dice, messo nero su bianco e l’avventura di questa pubblicazione è partita.
E qui devo premettere che un libro come questo non è un libro qualsiasi, dove si raccolgono le idee, si dà loro un ordine e si inizia a scrivere. Avrei anche potuto fare così, in fondo ho molti assaggi archiviati nel corso degli anni, bastava metterli insieme e il gioco era fatto. In realtà, avendo a che fare con una materia “viva” come il vino poteva essere sicuramente interessante proporre le impressioni che mi aveva fatto quella determinata etichetta dieci anni fa, ma sarebbe stata soltanto una somma di annate diverse, non una verticale vera e propria. Dopo tante degustazioni “orizzontali” (più vini della stessa tipologia e annata) che mostrano solo una faccia della luna, l’assaggio “verticale” permette di esplorare il carattere e il valore di un vino sotto una prospettiva del tutto diversa dal solito. E ne restituisce un’immagine più completa e profonda che va oltre il semplice piacere di una bottiglia…
Come ho scelto i vini? Chiaramente gran parte della selezione effettuata riflette semplicemente il mio gusto, è ovvio che molti dei vini presenti siano tra i miei preferiti sulla base degli assaggi effettuati in tanti anni di attività.
Nella scelta ho tenuto conto non solo delle mie preferenze personali, ma anche della rappresentatività delle varie zone e tipologie, e della presenza di originalità degne di nota. Ho completato l’elenco con vini che, anche se non proprio in cima ai miei desideri, hanno fatto parlare di sé in questi ultimi anni, raggiungendo un’alta reputazione sul piano nazionale e internazionale e che ho ritenuto interessante comprenderli in un’indagine qualitativa che poteva riservare (e riservarmi) qualche sorpresa.
Non ricordo quando ho assaggiato il mio primo vino, ma ricordo bene da quando questa passione si è trasformata in lavoro; e posso dire che ormai sono più di venti anni che, prima come collaboratore, poi come diretto responsabile, ho frequentato varie pubblicazioni specializzate del settore. Quanti vini sconosciuti e oggi apprezzati da tutti ho segnalato in questi anni? Ho perso il conto, ma confesso che ancora oggi continuo ad assaggiare con la stessa passione e voglia di ricerca di allora. Ed è questo che voglio fare, non faccio il filosofo, mi limito semplicemente a dire quanto e perché un vino mi piace. Ma lo faccio rivendicando un’autonomia e un’indipendenza di giudizio che oggi mi sembra merce assai rara. Per questo motivo credo ci sia lo spazio per proporre un sito imperniato seriamente e quasi esclusivamente sulle note di assaggio. Ernesto Gentili Per contattarmi: info@ernestogentili.it
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Dopo le prime collaborazioni con Slow Food Editore per le pubblicazioni Guida al Vino Quotidiano e Guida ai Vini del Mondo, ha iniziato nel 1994 a occuparsi della Guida Vini d’Italia di Gambero Rosso-Slow Food, assumendo dopo pochi anni il ruolo di responsabile della Toscana; e successivamente anche di curatore per due edizioni dell’Almanacco del Berebene. Dal marzo 2003 è passato al ruolo di curatore, insieme a Fabio Rizzari, della Guida I Vini d’Italia del gruppo editoriale L’Espresso, seguendo tutte le edizioni successivamente realizzate, dalla 2004 fino alla più recente 2016. È stato membro permanente del Grand Jury Européen, ha al suo attivo anche varie collaborazioni con testate straniere, come la Revue du Vin de France, Decanter e la giapponese Wine Kingdom, oltre che con altre pubblicazioni specializzate italiane. Nel novembre 2016 è uscito in libreria il suo libro I Grandi Vini di Toscana (The Great Wines of Tuscany nell’edizione inglese), edito da Giunti.
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PREMI E RICONOSCIMENTI – Premio Casato Cinelli Colombini 2001 per Miglior articolo su Montalcino (per Slow Food Editore). – Premio Grandi Cru d’Italia 2008 come “miglior giornalista del vino”. – Segnalato dalla rivista inglese Decanter (gennaio 2010) tra i 10 personaggi più influenti del vino italiano. – Premio Lamole 2012: cittadinanza onoraria di Lamole. – Premio Casato Cinelli Colombini 2013 per Miglior articolo su Montalcino (per L’espresso Editore).
Dopo aver maturato un adeguato bagaglio di esperienza lavorando per ristoranti e alberghi in Italia e Svizzera, Claudio Corrieri decide, nel 1994, di aprire Lo Scoglietto sul lungomare di Rosignano Solvay (LI).
Diplomato Sommelier nel 1996, coltiva la passione per il vino cercando di approfondire la sua voglia di conoscenza, attraverso letture, viaggi, frequentazione di corsi di aggiornamento e, soprattutto, stappando tante bottiglie.
Gestisce, nel frattempo, un altro locale, InVernice, che diventa nel giro di pochi anni il punto di riferimento per gli appassionati di vino dell’area livornese.
Nel 2010 inizia a collaborare con la prima edizione di Slowine e dall’anno successivo entra a far parte del team della Guida Vini dell’Espresso, curata da Ernesto Gentili e Fabio Rizzari, fino al cambio di direzione, avvenuto un paio di anni fa.
Nello stesso periodo inizia il suo rapporto con il web, scrivendo articoli su vini del Rodano e della Borgogna per il sito diretto dall’amico Fernando Pardini (www.acquabuona.it) e continuando, nell’attualità, a mantenere una stretta collaborazione con Ernesto Gentili su queste pagine.
Da pochi anni si occupa, insieme all’amico (nonché valente degustatore) Daniele Bartolozzi, di importazione diretta di Champagne attraverso un’accurata selezione di piccoli produttori (www.lebollicine.eu).