DOC o non DOC?

E´ notizia recente, anche se non recentissima, che Château Lafleur – del quale tratto qui e qui – ha deciso di abbandonare la prestigiosa denominazione (appellation) Pomerol per svincolarsi da un disciplinare che impediva la possibilità di effettuare scelte, indotte anche dal cambiamento climatico, ritenute fondamentali per mantenere l’elevato livello qualitativo e il profilo stilistico che hanno sempre caratterizzato i vini della famiglia Guinaudeau. Il motivo è ovviamente comprensibile, come del resto è altrettanto comprensibile che quando il marchio di un vino, e di un’azienda vinicola, raggiunge la fama, il valore e, soprattutto, la quotazione di mercato di Lafleur, evidentemente può anche fare a meno del supporto della denominazione. Insomma, dopo aver ammirato per anni la normativa francese che ha sempre posto in rilievo il peso delle denominazioni e dei territori, oggi ci accorgiamo i nostri produttori hanno anticipato con largo anticipo questa mossa, visto che molti grandi vini nostrani sono nati senza la copertura di una DOC/DOCG…
Non ho però l’intenzione di mettere in discussione, e neanche avrebbe senso farlo, la scelta di Lafleur che tuttavia offre vari spunti di riflessione non solo sulle criticità attuali delle nostre denominazioni ma anche sulla natura essenzialmente individualistica del vino e di chi lo produce.

L’insostenibile disciplina dei disciplinari

Le numerose denominazioni di origine (politica) create “a tavolino” prima di essere verificate sul campo sono praticamente naufragate, al punto che oggi una buona fetta di esse sono esistenti solo sulla carta. Ma non sono esenti da critiche neanche certi disciplinari di produzione imperniati su regole rigide e conservatrici che, tanto per fare un esempio, arrivano a dettare con estremo puntiglio anche le norme per l’affinamento – dal tipo di contenitore, al periodo minimo di permanenza in ogni contenitore etc..- come se un po’ di legno uguale per tutti fosse sufficiente a creare riconoscibilità e uniformità stilistica, come se ogni annata fosse uguale alla precedente, se ogni vigneto per altitudine, giacitura, esposizione e composizione dei suoli fosse assimilabile ad altri. Come, aggiungo visto che il tema è quanto mai attuale, se il clima non cambiasse mai e non occorresse maggiore libertà di azione (vedi appunto Lafleur) per mantenere un elevato livello qualitativo e non disperdere gli sforzi impiegati nel tempo da ogni azienda vinicola per consolidare la propria identità.
Ma vale davvero la pena limitare le singole personalità e potenzialità qualitative per puntare, con risultati peraltro incerti, a un timbro di riconoscibilità condivisa più omogeneo e diffuso? Si tratta di una visione superficiale che ha funzionato in tempi di marketing “alla buona”, mentre oggi sta sempre più emergendo l’esigenza di valorizzare, anche nell’interesse collettivo, lo stile del singolo produttore.

Uno stile per ogni produttore

Ogni vigneto – e ogni vino che ne deriva – rappresenta un’entità unica e non replicabile: le caratteristiche di suoli e sottosuoli, dei vitigni e dei loro cloni, come dei portainnesti e dei sistemi di allevamento, oltre alle innumerevoli e mutevoli scelte effettuate in cantina, costituiscono un insieme infinito di variabili e inducono ad affermare con certezza quasi scientifica che ogni vino può essere simile ad altri, ma mai uguale, come non è uguale a sé stesso se cambia l’annata.
Il bravo vignaiolo deve possedere la sensibilità e la competenza per comprendere quale carattere e quali caratteristiche può avere il vino che nasce nei suoi vigneti, deve saper interpretare i messaggi che arrivano dopo ogni stagione e ogni vendemmia per definire l’identità e lo stile che dovrà avere il suo vino. Per raggiungere questo obiettivo deve essere libero e avere meno vincoli possibili, non importa se il vino che ottiene è semplice e modesto, quello che conta è che sia la massima espressione, soprattutto in termini identitari, che può scaturire dai propri vigneti.
Se superiamo l’esempio del singolo vignaiolo e della sua vigna e proiettiamo queste brevi considerazioni nell’ambito di un territorio più ampio, il valore “dell’individualismo” nel vino può apparire in contrasto con lo spirito di “squadra” e l’omogeneità che dovrebbe invece distinguere – o vorremmo che distinguesse – ogni denominazione di origine, ma in realtà è proprio dall’insieme delle esperienze individuali che possono derivare le fondamenta più salde di una denominazione, soprattutto se verifichiamo che i vari percorsi, pur avendo seguito ognuno una traccia personale, finiscano per convergere tra loro almeno nei tratti essenziali. In fondo, se teniamo conto delle suddette innumerevoli variabili di partenza, avere qualcosa in comune con i produttori limitrofi è già un valore positivo.
Ma essere difficilmente imitabili e replicabili lo è ancora di più.

BORDEAUX 2024: Domaines Delon (Château Léoville Las Cases, Nenin, Potensac e Clos du Marquis)

Il resoconto delle varie proprietà bordolesi della famiglia Delon è racchiuso in poche righe, espresse con un taglio più “letterario” che tecnico, ma che in buona sostanza corrisponde alle dichiarazioni ricevute dagli altri Châteaux sinora pubblicati.

Il 2024 rimarrà nella memoria dei viticoltori come un’annata in cui la natura e le sue sfide non hanno lasciato tregua, dal primo germoglio all’ultima uva raccolta. Ogni giorno è stata una battaglia, che ha richiesto una vigilanza costante, rendendo ogni decisione tecnica un atto decisivo, dettato dall’intuizione e dall’anticipazione, per portare l’uva in cantina al momento più maturo possibile, ponderato e selezionato appezzamento dopo appezzamento. Eppure, alla fine del viaggio, non è mancata la ricompensa! Dal nord del Médoc all’altopiano del Pomerol, passando per Saint-Julien, i Merlot seducono con la loro freschezza abbagliante e la loro polpa succosa, mentre i Cabernet, veri re dei vitigni, si svelano in una rara armonia, coniugando potenza ed eleganza, opulenza e finezza, profondità e brillantezza. Vini nati sotto il sigillo delle avversità, scolpiti dalle esigenze e dalla sapiente precisione degli uomini, e che ci insegnano che anche nelle prove e nelle difficoltà, i grandi terroir regalano sempre i loro tesori più inestimabili, a patto che li accompagniamo con passione e maestria.

Epoca di raccolto:

Château Léoville Las Cases – St. Julien, dal 30 settembre al 9 ottobre

Clos du Marquis – St. Julien, dal 25 settembre al 10 ottobre

Château Nénin – Pomerol, dal 18 settembre al 2 ottobre

Château Potensac – Médoc, dal 28 settembre al 7 ottobre

BORDEAUX PRIMEURS. Château Lafleur

In linea con le altre recensioni pubblicate sinora, anche in questo caso ho raccolto in un unico documento gli assaggi delle ultime tre annate “en-primeur”. Non avrei molto da aggiungere alle eloquenti note consultabili
qui, se non che anche l’annata 2023 sarà da registrare come l’ennesimo successo per i vini di Lafleur. E se il Grand Vin – Château Lafleur – si presenta in una versione maestosa, semplicemente inarrivabile, ho registrato una diffusa e coerente crescita anche per tutte le altre etichette prodotte: Les Pensées (sempre Pomerol) mostra una tensione gustativa sorprendente, Les Perrières è un’etichetta per la quale ho un debole e il millesimo 2023, ricavato da uve Bouchet (Cabernet Franc) in purezza, mi conforta ampiamente, ma non va certamente sottovalutato il delizioso Château Grand Village, altro Bordeaux Rouge, mentre più convincenti che mai sono i due Bordeaux Blancs, Grand Village (sauvignon blanc e semillon) e Les Champs Libres, un Sauvignon Blanc che, come Les Perrières, lancia più di un’occhiata ai vini della Loira.

BORDEAUX PRIMEURS 2022: CHÂTEAU LAFLEUR

Non sto a ripetere ciò che ho già riferito dopo la visita a Lafleur dello scorso anno (potete leggerla qui) ma mi piace rimarcare alcuni aspetti che rendono davvero singolare, non solo a Pomerol e nell’intera regione bordolese, lo Château della famiglia Guinaudeau, a partire dalla scelta di privilegiare un’impostazione “borgognona” puntando alla diversità e alla caratterizzazione di crus specifici, contrapposta al pensiero dominante in area bordolese fondato sulla selezione delle migliori uve disponibili nella proprietà (anche se spesso corrispondenti a determinate parcelle) da destinare al Grand Vin. In questo senso è emblematica l’evoluzione che ha avuto “l’altro” vino di Lafleur che fino a non molti anni fa era il secondo vino: Les Pensées.

Les Pensées
Les Pensées de Lafleur nasce infatti come second vin nel 1987 per volontà di Jacques e Sylvie Guinaudeau con l’obiettivo di selezionare le uve migliori da destinare a Ch. Lafleur lasciando a Les Pensées le uve dei vigneti più giovani. Così è rimasto fino al secolo scorso ma, a partire dal 2000 ecco che prende forma e sostanza l’idea di non seguire un criterio selettivo su tutta l’estensione delle vigne (soltanto 4,5 ettari) ma di iniziare a delimitare gradualmente le parcelle di suolo dai caratteri omogenei che alla fine costituiranno il cru dei Pensées: una striscia, irregolare e profonda, di 0,7 ettari composta in prevalenza da argilla, sabbia e scarsa presenza di ghiaia (graves). Un suolo dalle caratteristiche tipiche del territorio di Pomerol al punto che Les Pensées, diventato ormai un cru autonomo, si avvicina allo stile attuale dei vini della denominazione ancor più di Lafleur, che costituisce un modello di vino unico e poco assimilabile ad altri.

Les Perrières
L’ennesima prova di grandezza di Ch. Lafleur, che nell’annata 2022 ha raggiunto vertici assoluti, non credo stupisca più nessuno. Le note di assaggio, consultabili in zona abbonati, sono più che esplicite al riguardo per cui non voglio insistere in toni elogiativi e preferisco parlare del cru Les Perrières, prodotto nella proprietà originaria della famiglia, lo Château Grand Village, situato nell’area di Fronsac.
È una vigna di 3 ettari e mezzo argillo-calcarei, poco profondi, nella zona di Meyney. Dopo una serie di annate sperimentali proposte con il nome di Acte (da 1 a 9), con il millesimo 2018 ha assunto il nome definitivo di Les Perrières (pietre o pietraie) che ricordiamo come toponimo frequente anche in alcuni crus di Borgogna (Mersault, Puligny-Montrachet..). L’intento è di riprodurre con lo stesso uvaggio (Cabernet Franc e Merlot in parti uguali), anzi con gli stessi cloni, un vino come Lafleur in un’area diversa ma non distante da Pomerol e dalla reputazione infinitamente meno prestigiosa visto che è imbottigliato semplicemente come Bordeaux Supérieur. Quando sottolineo gli stessi cloni mi riferisco in particolare al Bouchet che è il nome assunto dal Cabernet Franc in alcune aree della riva destra. Il Bouchet di Lafleur deriva da una selezione massale ottenuta nel 1930 dal vecchio proprietario, André Robin, e mantenuta in vita dalle figlie Thérèse e Marie dopo le gelate del 1956. Oggi il Cabernet Franc di Lafleur è in realtà quel Bouchet e lo stessa, identica varietà è stata piantata nei suoli di calcare a “astéries” (stelle marine) presenti a Les Perrières. Sembra che, oltre a Lafleur, il Bouchet sia presente soltanto in qualche vigneto di Ausone e di Cheval Blanc con marginali presenze a Vieux Château Certan e a Figeac. Si dice inoltre che, rispetto al Franc, sia meno fruttato ma più articolato sul piano aromatico, meno corposo ma anche meno duro nei tannini che sono più fini e setosi; solo apparentemente più delicato, in realtà è il Bouchet a dare l’ossatura e il nerbo intorno al quale si avvolge – come sempre da comprimario, anche se in questo caso di lusso – il Merlot.
Ho assaggiato per la prima volta Les Perrières 2021 lo scorso anno e la seconda quest’anno con il 2022 e debbo dire che è un vino con una personalità già così forte e netta da non potersi dimenticare facilmente. Uno dei pochi per i quali non è sprecato o fuori luogo l’utilizzo del termine “minerale”. Tensione, freschezza, verticalità, sapidità, finezza tannica, purezza espressiva, sono i termini che ricorrono sistematicamente tra le note di assaggio. Non sono in grado di poter fare confronti e affermare con certezza che queste caratteristiche dipendano dal calcare de Les Perrières o dal ruolo del Bouchet ma sono portato a pensare che la combinazione – gestita sapientemente – tra i due fattori sia la chiave vincente di un vino destinato a lasciare il segno a lungo.

D’altro canto, quando sei di fronte a una realtà dove la proprietà (rappresentata “fisicamente” dai figli Baptiste e Julie) è sempre presente e dove il capo enologo, Omri Ram, non ostenta il suo palato finissimo ma rivela un animo più da vigneron che da cantiniere, parlando con fervore dell’influenza dei terreni, dei cloni e, in genere, della vigna più che indugiare su barriques e tempi di macerazione, non dovresti più avere solidi motivi per provare meraviglia.
Ma davanti a certi vini non si può restare impassibili…

BORDEAUX PRIMEURS 2022. Degustazione UGCB: Pomerol e Saint-Emilion

Cambiano le zone, in questo caso cambia l’intero fronte visto che dalla riva sinistra ci spostiamo sulla destra, nell’area dove il vitigno principale non è più il Cabernet Sauvignon ma il Merlot, spesso accompagnato dal Cabernet Franc. I caratteri di calore e secchezza del millesimo dovrebbero, sul piano delle elucubrazioni puramente teoriche, aver prodotto disastri vista la tendenza del Merlot a maturare precocemente, ad accumulare zuccheri – quindi alcol –  a calare in acidità, ad assorbire con facilità aromi surmaturi. Invece, al contrario, succede quel che non ti aspetti – la freschezza e l’equilibrio prevalgono – e pensi anche di aver elucubrato male, di essere arrivato a conclusioni frettolose, fantasiose e via dicendo. La 2022 sta solo a dimostrare che siamo troppo attenti a tenere di conto degli effetti superficiali e non di quelli meno apparenti, ci accorgiamo quindi di ciò che ci tocca anche personalmente e si controllano le temperature medie, i giorni senza pioggia e si perde di vista – ma è normale perché non lo vediamo – quel che succede all’interno dei terreni, alla composizioni di suolo e sottosuolo, alla loro profondità e alla loro reazione – drenante o meno – con l’acqua, all’età dei vigneti, all’azione dei portainnesti e via dicendo. Un’annata che, al di là di facili slogan, rivaluta il ruolo del territorio: il rapporto tra calore esterno e freschezza interna, in estrema sintesi,  è la chiave di volta e rende comprensibile e giustificabile la risposta sorprendente ricevuta dai Merlot di questo millesimo negli assaggi effettuati all’Hangar 14. Alle visite specifiche, e debbo aggiungere anche entusiasmanti, effettuate, in precedenza, in altri Château del territorio (Angelus, Ausone, Figeac, Lafleur) dedicherò nei prossimi articoli adeguati approfondimenti.

Gli abbonati possono consultare qui le note di degustazione.

© 2016 ErGentili - build proudly by Stuwebmakers and Wordpress
contact: info@ernestogentili.
Privacy Policy