AGGIORNAMENTI: LA TENUTA DI GHIZZANO

L’incontro con i vini della Tenuta di Ghizzano, anche se svoltosi in un contesto conviviale e non proprio tecnico, mi ha rafforzato le impressioni pubblicate giusto un anno fa sulla bontà della svolta interpretativa operata da Ginevra Venerosi Pesciolini. Forse il termine svolta è un po’ eccessivo in quanto il percorso per arrivare alla visione attuale è stato graduale, ragionato e fatto di continui confronti, ma l’idea di vino proposta nei primi anni duemila si può ben dire che oggi ha compiuto, se non un ribaltamento, sicuramente un’evoluzione decisiva.
 Nell’occasione mancavano ovviamente le condizioni per stilare note e relativi punteggi ma a distanza di qualche mese mi resta forte il ricordo di un Nambrot 2018 (Terre di Pisa Doc) davvero elegante, raffinato e profondo, sicuramente tra le migliori versioni di sempre (se non La Migliore). Ma non posso tralasciare i vini – rosso e bianco, 2019 e 2020 – della linea Mimesi: il primo è un Sangiovese in purezza che concilia felicemente – cosa rara – carattere ed equilibrio e fa assumere al vitigno contorni sempre più definiti e personali; il secondo – il Mimesi Bianco – è fresco, profumato, piacevolissimo, una sorpresa assoluta considerando che a Ghizzano in un tempo neanche lontano i vini bianchi non avevano neppure “diritto di cittadinanza”…

SELEZIONE 2022/23: LA LASTRA

Se la Vernaccia (versione annata e riserva) prodotta a La Lastra è da sempre tra le più rappresentative della denominazione, è doveroso sottolineare la crescita brillante e progressiva del reparto “rossi” dell’azienda di Renato Spanu, capeggiati da un Merlot 2018 particolarmente raffinato e da un Cabernet Franc 2017 dotato di slancio e carattere.
Lo stile dei vini nel loro complesso è indirizzato senza mezzi termini sulla precisione e sulla nitidezza aromatica oltre che su una ricerca puntigliosa dei giusti equilibri che conducono verso forme eleganti e longeve.

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

SELEZIONE 2022/23: POGGIO SCALETTE

La matrice enologica così netta ha lasciato così fortemente il segno nei vini di Poggio Scalette da farli rubricare da più d’uno, con una certa superficialità, come vini di scarsa connessione con territorio e tradizione. In effetti è giusto precisare che la tradizione intesa come collegamento con i rossi chiantigiani della “prima era” è effettivamente latitante a Poggio Scalette, dove l’impronta dominante è sempre stata più allacciabile a vini che fino a pochi anni fa si potevano definire “moderni”, in quanto ricchi di frutto, di colore e di presenza di note boisé. Sarei invece decisamente più cauto nello sganciare la produzione dell’azienda della famiglia Fiore dalla territorialità: la tensione percepibile, il dinamismo, la decisa sapidità e quel fondo di grafite, liquirizia e florealità presente nei vari rossi, a prescindere dai vitigni rappresentati, ha un legame profondo con la zona di produzione e non si presta a equivoci; senza contare che, quando si ha poi a che fare con due 2019 del calibro de Il Carbonaione o del Piantonaia, certi rilievi stilistici diventano solo accademici.

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

SELEZIONE 2022/23: FONTERUTOLI/MARCHESI MAZZEI

Lo scorso mese di giugno sono stato invitato a una insolita piccola verticale di 5 annate del Siepi, il ben conosciuto rosso ottenuto da un blend paritetico di Sangiovese e Merlot, dei Marchesi Mazzei. Ho definito la verticale “insolita” in quanto incentrata solo sulle ultime uscite – dal 2016 al 2020 – e perché svoltasi nel corso di un pranzo; sufficiente comunque a ricavare un’impressione d’insieme abbastanza precisa sugli orizzonti stilistici del vino e sulle caratteristiche dei singoli millesimi. Ho un ricordo molto positivo del Siepi ai suoi esordi (1992) e complessivamente di quello prodotto negli anni novanta, mentre l’idea che mi è rimasta delle bottiglie della prima decade degli anni 2000 – con l’eccezione di poche annate – è di un vino di alta precisione tecnica ma dallo stile convenzionale, molto concentrato, molto boisé, più associabile al Merlot che al Sangiovese, forse accondiscendente alle presunte esigenze del mercato di quel periodo.
Ma, ripeto, sono sensazioni più emotive che tecniche. Le annate provate in questa occasione hanno invece dato prova di una vitalità e di un senso di caratterizzazione decisamente più accentuato, sempre con l’obiettivo di raggiungere l’equilibrio ottimale. La proprietà afferma di non aver modificato né uvaggio né metodi di vinificazione e affinamento e che il miglioramento riscontrato nei vini è da imputare sostanzialmente alla crescita, in termini di età e acclimatazione, dei vigneti. In effetti il Sangiovese presente oggi è ben diverso da quello di vent’anni fa e fa sentire la sua “voce” con maggiore autorevolezza che in passato regalando al vino tensione, dinamismo e, in breve, maggior senso di identità.
L’assaggio delle cinque annate rispecchia con fedeltà le caratteristiche dei singoli millesimi. In breve: la bottiglia meno brillante è risultata essere la 2018 – vegetale e alcolica al tempo stesso -, mentre la 2017 nel mostrare il segno di un tannino rigido dà anche una certa prova di carattere, la 2020 “sente” maggiormente la presenza del Merlot e possiede il tatto levigato e i profumi balsamici di un vino bordolese; la 2016 conferma i pronostici che le assegnavano un ruolo da primattrice e rappresenta una delle versioni più felici del Siepi.
Per quanto riguarda la (strepitosa) annata 2019 le note sono disponibili qui in zona abbonati, unitamente agli appunti relativi agli altri 8 vini recensiti, tra i quali segnalo le brillanti prove dei tre Chianti Classico Gran Selezione 2019 (Badiòla, Castello di Fonterutoli e Vicoregio 36)

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