SELEZIONE 2022/23: TENUTA DI ARCENO

Da sempre la Tenuta di Arceno ha evidenziato – oltre a una confortante affidabilità di tutta la produzione – una particolare predisposizione e sensibilità nella realizzazione di vini provenienti da vitigni bordolesi, come Cabernet Franc e Merlot. Anche in questa tornata di assaggi ha confermato la propria vocazione, ma ha pure mostrato il segno di una crescita costante nella valorizzazione del carattere delle varie etichette di Chianti Classico e nel raggiungimento di una certa “indipendenza” stilistica – rispetto al resto della gamma – da parte dei Sangiovese coltivati e vinificati alla Tenuta.

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

Bolgheri: non solo Doc

In seguito alla modifica effettuata nel 2011, il disciplinare stabilisce che è possibile produrre un Bolgheri Rosso Doc con Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot nelle percentuali desiderate, dallo zero al cento per cento; con Sangiovese e Syrah la percentuale si riduce fino a un massimo del 50%. È inoltre consentito l’utilizzo, fino al 30%, delle altre varietà autorizzate dalla Regione Toscana nel territorio.
Certamente chi vuole produrre un Sangiovese o un Syrah in purezza non potrà etichettarlo come Doc ma, se confrontiamo le possibilità che ha un produttore di Bolgheri con quelli di altre zone, dove esiste un solo vitigno principale, la differenza in termini di opzioni è vistosa.
Considerando anche l’elevata quotazione commerciale dei vini Doc, non è facile comprendere dall’esterno una presenza così consistente di vini “Igt”. Da un’altra angolazione, ancora meno comprensibile potrebbe apparire la scelta di puntare, con tante opzioni disponibili, su varietà alternative come Petit Verdot o Malbec, anche se, a onor del vero, si tratta generalmente di sperimentazioni incentrate su quantità decisamente modeste. Evidentemente le motivazioni non mancano, inclusa la scelta di riservare alla Doc, come da originaria abitudine, solo i vini derivanti da un blend o lasciarsi comunque uno spazio di autonomia rispetto ai regolamenti e alla gabbia, seppur a maglie larghe, della denominazione.
Il tema degli intrecci tra vini Doc e Igt è ovviamente complesso, non riguarda solo Bolgheri e non può essere affrontato solo guardando in superficie; gli assaggi effettuati quest’anno, consultabili in zona abbonati e limitati in questo caso alle annate 2018 e 2019, non contribuiscono a dipanarlo ma mostrano che il buon grado di “salute” del territorio è al momento più da accreditare alla bontà dei singoli progetti aziendali che non al potenziale qualitativo dei vari vitigni utilizzati.

Château Lafleur, ovvero uno spicchio di Borgogna a Pomerol.

Il Merlot è il vitigno più banale che ci sia, con il Cabernet si fanno vini tutti uguali, i vini di Bordeaux sono solo un fenomeno commerciale, la produzione è da industriali del vino e non da vignaioli come in Borgogna. Posso andare avanti ancora un po’ con serie infinite di luoghi comuni ma probabilmente nessun vino e nessuna tenuta bordolese potrebbe avere un effetto così drastico e rivoluzionario su certi pregiudizi come l’incontro con Château Lafleur.
Vado per gradi, sinteticamente, segnalando che

1 – non è un’azienda dall’estensione infinita: gli ettari vitati sono soltanto quattro e mezzo.
2 – non fa parte delle proprietà di nessun gruppo internazionale, non ha una storia secolare da sbandierare, non è passata nelle mani di nobili, avventurieri, grandi mercanti o personaggi politici ma è un’azienda a conduzione familiare. “Contadina” amerebbe dire qualche mio collega.
3 – non si presenta come uno “Château” ovvero non è una villa con parco e laghetto di cigni né tantomeno un vero castello, ma una bella, semplice casa di campagna con annessa cantina e vigneto, l’ingresso sulla strada comunale, priva di insegne e indicazioni.

Procedendo più nel dettaglio diciamo che si inizia a parlare concretamente del vino di Lafleur e della sua eccellente qualità solo verso fine ottocento quando le sue quotazioni non erano già troppo distanti da quelle di Petrus; circa un secolo fa le proprietà di Lafleur e del confinante (e più esteso) Château Le Gay passarono nelle mani di André Robin, un negociant di Libourne che le diresse fino alla fine del secondo conflitto mondiale. Le due tenute passarono quindi alle due figlie, Therèse e Marie, che continuarono a seguirle all’antica: nessun uso di pesticidi e lavoro nei campi effettuato con i buoi (che già il cavallo costava troppo..).

Il primo trattore arriva a Lafleur e Le Gay solo negli anni ottanta e pochi anni dopo le tenute passarono in gestione con un particolare contratto di affitto/riscatto alla famiglia Guinaudeau che possedeva già qualche esperienza nel settore oltre ad avere un legame di parentela con le due sorelle Robin. I Guinadeau intervennero subito nel vigneto che, seppur incontaminato nei terreni, denunciava molte fallanze e andava riassestato; mantennero – con selezioni massali e una fittezza compresa tra le 6000 e le 7500 piante per ettaro – la stessa composizione di uve, un tempo assai più diffusa nell’intero territorio di Pomerol, oggi “super-merlottizzato”: metà cabernet franc e metà merlot. Questo è il primo aspetto che spiega la differenza tra Lafleur e altri vini della denominazione e per quale motivo non è soltanto un vino ricco e generoso ma anche fresco, teso, reattivo, elegante come nessun altro Pomerol. L’altro aspetto fondamentale è costituito, cerco di non dilungarmi, dalle diverse caratteristiche dei suoli (ghiaia, sabbia, argilla, ancora ghiaia..), dalla loro stratificazione verticale (determinante per l’equilibrio idrico), dalla lavorazione non invasiva dei terreni, lasciando inerbita solo quella striscia più bassa e umida dalla quale si ottiene Les Pensées de Lafleur (l’altra etichetta aziendale); insomma, la cura quasi maniacale, da veri vignerons, che i Guinadeau (divenuti all’inizio di questo secolo finalmente proprietari di Lafleur, cedendo però Le Gay) e in particolare Jacques, il capostipite, hanno avuto e continuano ad avere nella gestione del vigneto.

Un’attenzione ai dettagli che non a caso ha portato Lafleur a scalare le vette della denominazione e affermare un suo preciso carattere che in un’annata come la 2021, favorevole ai Cabernet e poco ai Merlot e conseguentemente penalizzante per i vini di Pomerol, ha avuto occasione di risaltare come non mai.

Le note di degustazione di Lafleur e degli altri Pomerol sono consultabili qui in zona abbonati.

Château Figeac, la solita questione di stile.

Le origini di Figeac sembrano essere antichissime e c’è chi ama collegarle, come nel caso di Château Ausone, a un personaggio di epoca romana, con la differenza che mentre Ausonius è effettivamente esistito, del fantomatico Figeacus (sic) non esiste alcuna traccia e testimonianza. Ciò che è certa è la presenza di alcune parti dell’attuale Château che pare siano da far risalire intorno all’anno mille. Un vero castello medioevale che fu quasi del tutto distrutto durante il periodo delle guerre di religione francesi (fine ‘500).
Come in molte proprietà bordolesi (e in misura anche maggiore) i passaggi di proprietà sono stati innumerevoli e l’aspetto più significativo è costituito dal fatto che le vaste dimensioni dello Château sono state gradualmente frazionate e da una di queste parti è nato il prestigioso Château Cheval Blanc che, almeno da un punto di vista storico, può essere visto come un “figlio” di Figeac. Uno dei tanti, per la verità.

La storia attuale è legata invece agli eventi successivi alla seconda guerra mondiale quando la gestione della tenuta passò a Thierry Manoncourt che ebbe il merito di dare nuovo impulso a Figeac, rinnovando cantina e vigneti e consolidando nel vino quello stile originale che lo aveva reso famoso. Uno stile che personalmente ho sempre ammirato ma che non è mai stato troppo apprezzato dalla critica dominante d’oltreoceano. Nel 1988 Manoncourt ha passato la direzione dell’azienda al genero, il Conte Éric d’Aramon, fino a che nel 2012 la delusione per non aver raggiunto la promozione alla classe A della denominazione ha indotto la proprietà, ovvero le quattro figlie di Manoncourt, a cambiare totalmente registro sostituendo Éric d’Aramon con Frédéric Faye e prendendo come consulente esterno niente meno che Michel Rolland. Una notizia quest’ultima che ha creato qualche apprensione, rivelatasi per ora ingiustificata, ai fedelissimi del classico stile di Figeac.
Ed eccoci al punto: in cosa consiste e da cosa nasce lo “stile Figeac”?

È una pura e semplice questione di territorio. I vigneti di St Emilion sono divisi in quattro terroir principali. Il primo è costituito prevalentemente dalla sabbia e ci sono due regioni principali: 1.200 ettari nelle colline a est della città di St Emilion e altri 2.000 declinando verso le rive della Dordogna. Nessuna delle due regioni ospita le tenute più prestigiose dato che queste sono concentrate nella zona delle colline calcaree intorno alla città di St Emilion (Ausone tanto per citarne uno). Infine all’estremo ovest, confinante con Pomerol, si trova il Graves-St-Emilion ovvero i banchi di ghiaie, dove sono collocati Cheval-Blanc e Figeac. La presenza di ghiaia differenzia la zona dal calcare di St. Emilion e dall’argilla di Pomerol e dà origine a un territorio con caratteri così diversi da prevedere la presenza nei vigneti di un bel 35% di Cabernet Sauvignon che si somma ad altrettanto Cabernet Franc, lasciando solo il 30% al Merlot e creando una vera e propria isola dai connotati organolettici non così distanti da un cru del Médoc.

Una diversità che si esprimeva solitamente con toni più freschi e sapidi, certe volte anche più verdi, rispetto alla maggioranza dei vini della denominazione così caldi, cremosi e voluttuosi ma anche estrattivi e certamente meno classici ed eleganti del buon, vecchio Figeac. E, come ho già accennato, è inutile sottolineare quale delle due interpretazioni ha raccolto i favori della critica del nuovo mondo e non solo quella.

Certo è anche vero che sotto il profilo squisitamente tecnico Château Figeac non è sempre stato del tutto irreprensibile ma oggi certi limiti sono stati ampiamenti superati e l’annata 2021 sembra nata apposta per esaltarne la vecchia finezza associandola a una ritrovata integrità di frutto per un insieme semplicemente delizioso.

Le note di assaggio di Château Figeac sono consultabili, unitamente a quelle degli altri vini di St. Emilion, in area abbonati.

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