Novembre 2016 – Armenia: quì è nato il vino

L’amico Paolo Valdastri mi ha inviato un interessantissimo reportage sui vini armeni, che vi propongo direttamente. Buona lettura.

 

Armenia: qui è nato il vino di Paolo Valdastri

La storia di Zorah e del suo “Why Not?”.

In Armenia sono stati ritrovati vinaccioli che farebbero risalire l’origine della tradizione vinicola a 5000 anni fa, così come l’esistenza di circa 500 vitigni autoctoni differenti confermerebbero la tesi secondo la quale il vino sarebbe nato in quest’area.

In vicinanza del monte Ararat non può che tornare alla mente l’immagine di Noè che beve il succo fermentato della vite e si inebria, ed è  impressionante sapere che qui vicino è stata scoperta la cantina più vecchia del mondo, con datazione di 6100 anni, ritrovata durante le campagne di scavo di Areni-1, nella regione armena dello Yeghegnadzor.

La vinificazione avviene da allora nelle karasì o kwevri, grandi anfore di coccio seppellite sotto terra, dentro le quali tradizionalmente si metteva il grappolo intero, raspi compresi. Il vino ottenuto restava a lungo in contatto con le fecce o addirittura lo si svinava al momento di berlo. Questo metodo, come sarà noto, è stato ripreso di recente ed in molte aree vinicole stanno fiorendo i cosiddetti vini  “in anfora” o macerativi, tra i quali si collocano gli “orange wines”, vini bianchi vinificati in rosso, ovvero in contatto con le bucce. Ovviamente le vinificazioni attuali seguono queste tradizioni, ma applicando molte delle moderne conoscenze soprattutto nel campo dell’igiene in cantina, e i vini che si ottengono si possono a tutti gli effetti considerare tra i vini più interessanti sul mercato, ancorché dividano violentemente i giudizi dei critici e il gradimento dei consumatori.

L’Armenia, paese sotto i riflettori della cronaca (ha celebrato il 24 aprile 2015 i cento anni dall’eccidio e dalle deportazioni subite da parte degli ottomani), possiede questo patrimonio storico. Purtroppo le uccisioni e le deportazioni hanno frenato lo sviluppo di questa nazione, ma attualmente qualcosa sembra cominciare a muoversi.

Ho conosciuto Zorik Gharibian qualche anno fa ad un Vinitaly. Uno stand affollatissimo: in un angolo noto un personaggio dal volto aperto e sorridente, tranquillo tanto da sembrare insensibile alla confusione che lo circonda. Ci guardiamo e sorride di nuovo leggendo il mio sguardo perplesso e interrogativo di fronte al nome dell’azienda: ZORAH. “Siamo Armeni” mi dice, “vuole assaggiare il mio vino?”. Come invitare la lepre a correre! Ma non prima di avere ascoltato la sua storia.

Zorik Gharibian, accompagnato da Yeraz Tomassians, è uno dei discendenti della popolazione sopravvissuta agli eccidi di inizio ‘900 che ha deciso di interrompere la diaspora e di conoscere la terra dei suoi avi. Imprenditore nel mondo della moda, con studi a Venezia, mette piede in Armenia per la prima volta quando è già adulto. Qui capisce subito che esiste una cultura del vino dalle radici profonde. Zorik stava meditando sulla possibilità di impiantare un vigneto in Toscana, ma quando è arrivato in Armenia, in mezzo alle sue montagne, in panorami che si aprono su scenari aerei, è stato folgorato da un’idea: il ritorno alle origini non era stato casuale. Vuole realizzare un sogno: produrre in questa terra il vino, un grande vino, con i metodi antichi degli avi. Non per niente il suo motto è “ The future belongs to those who believe in the beauty of their dreams”. Sogna cose mai esistite e si chiede: “Why not?”.

Decide di far rinascere tutti i valori della viticoltura tradizionale, ma con un approccio moderno per creare vini profondi che parlino di questi luoghi magici. Passa dal sogno alla concretezza e mette insieme un team di professionisti che in dieci anni di lavoro raggiunge la prima vendemmia. Il suo obbiettivo è quello di creare un vino che possa competere con i migliori del mondo, ma grazie principalmente al suo legame con il territorio di origine, senza tecniche invasive.

Quando mi dice da chi è composto il team non posso che esclamare “ma quanto è piccolo il mondo!!”.  Si tratta di Alberto Antonini e dell’amico Stefano Bartolomei di bolgheresi frequentazioni. Una bellissima sfida vedere dei personaggi così competenti, ma nati e vissuti accanto all’uso del rovere, cimentarsi con un mezzo “antico e nuovo” allo stesso tempo come l’anfora.

La ricerca dei luoghi migliori dove impiantare la vigna ha richiesto il suo tempo. Siamo ad una latitudine dai 5 ai 7 gradi più a sud dei vigneti francesi. Le temperature durante il giorno in estate sono molto elevate e quindi occorre compensare con l’altitudine: gran parte dei vigneti si trovano tra i 700 e i 1700 m slm.

La scelta cade proprio sul territorio di Yeghegnadzor, su di un terreno di fronte al quale a poca distanza giace il sito della più vecchia cantina del mondo. Siamo a 1400 metri di altezza, con un microclima straordinario e forti escursioni termiche fra giorno e notte. Qui la maturazione avviene lentamente e progressivamente spingendo la vendemmia fino al mese di ottobre. I suoli sono rocciosi, ricchi di calcare, con capacità di trattenere quel tanto di umidità necessaria a superare le siccità estive, considerando che l’irrigazione in Armenia è una pratica generalizzata e necessaria.

Le viti provengono da un’attenta selezione massale da un vigneto abbandonato di un vicino monastero del XIII secolo e sono piantate su piede franco. Qui la fillossera non è mai arrivata e le varietà antiche possono esprimersi così in tutta la loro originale purezza. La varietà principale è l’Areni Noir, presente su 10 ettari e in una vigna cru che si trova a 1600 metri slm. L’Areni ha sviluppato una buccia molto spessa che lo protegge dalle forti escursioni termiche conservando eleganza e freschezza di frutto.

Gli interventi in vigna sono ridotti al minimo con un concetto che ricorda il “minimal pruning” australiano. Nella vigna più alta si entra addirittura soltanto due volte: una volta per potare e una volta per vendemmiare. La scelta del momento in cui vendemmiare è delicatissima: a queste altitudini la maturazione è lenta e combatte con le variazioni di clima dell’autunno e per questo un’errata previsione meteo può causare danni ingenti. Poi si va in cantina, tra le file di anfore. Zorik è partito dall’idea di utilizzare anfore tradizionali armene, ma quando ha cercato chi le produceva si è accorto che non esisteva più nessun artigiano con il mestiere necessario e le conoscenze necessarie a realizzare questi contenitori. È riuscito a convincere i locali a riprendere la produzione di anfore, ma nel frattempo ha dovuto cercare un espediente per non perdere i primi raccolti di uva. Allora è andato casa per casa a cercare le vecchie anfore abbandonate, anfore che erano posizionate sotto terra e sotto le case stesse. Anfore grandi quanto una o più stanze abitative e dunque la loro estrazione significava la demolizione della casa soprastante. Quando Zorik ha proposto questa soluzione ai proprietari delle case e ha garantito la ricostruzione delle case con materiali e finiture nuove di zecca, questi sono stati felicissimi di aderire e lo hanno lasciato estrarre le anfore. Qualcuna si è rotta nell’operazione, ma Zorik è riuscito a ricavare un numero di recipienti sufficiente ad iniziare la sua produzione.

Assaggio il Karasì 2012. Il nome è la traduzione armena di anfora. Per la precisione un terzo è vinificato in acciaio, un terzo in botte grande, un terzo in anfora sigillata con cera e interrata, dove riposa per 10 mesi, poi viene assemblato per passare altri 6 mesi in bottiglia.

Il colore è rubino brillante gioioso e trasparente.  Portando il bicchiere al naso si entra in un mondo etereo fatto di sensazioni aromatiche intense di erbe e di macchia selvaggia, di bacche nere, di frutto rosso come l’amarena, il tutto reso complesso e intrigante da un sottofondo leggermente affumicato. In bocca è immediatamente succoso, fresco e slanciato con un tannino dolce e una presenza alcolica che contrasta bene con la forte sapidità e la scattante acidità. Grande eleganza, ma soprattutto equilibrio e una bevibilità che invita al riassaggio ad ogni sorso anche se la lunghezza non è eccezionale. Lascia intravedere una grande capacità di invecchiamento grazie alle doti acide e sapide e alla maturità del tannino.

Il Karasì 2013 ha caratteristiche simili. Più condotto dal frutto, con lamponi e fragoline di bosco in evidenza, ha pari slancio e freschezza. Stilisticamente ricorda un vino del sud Rodano.

Yeraz 2012 è un cru dalle vecchie vigne, sempre di Areni noir, recuperate a 1600m di altezza. Riposa per due anni in parte in anfora e in parte in botte grande da 31hl non tostata. Ha un bel frutto rosso di ciliegia e ribes. Palato fresco, piccante, teso, è elegante e slanciato con una bella presa che prolunga piacevolmente il sorso.

Voskì Bianco 2013. Ci sono voluti otto anni per selezionare due vitigni tra le decine e decine di possibili varietà presenti nella zona. Alla fine la scelta è caduta sul Voskeat e sul Garandmak, entrambe vitigni nativi dell’Armenia. le viti derivano da una selezione massale della vecchia vigna su piede franco a 1400 m. slm.

Il Voskeat, letteralmente il “seme d’oro”, è utilizzato sia come uva da tavola che come uva da vino. I grappoli sono medio-grandi, cilindro-conici, non troppo compatti, acino medio, sferico o leggermente ellittico, buccia spessa, bianca che diventa gialla ambrata a maturità, polpa succosa alto contenuto zuccherino. Vitigno vigoroso, ma molto sensibile a oidio e peronospora, di seconda epoca tardiva. Ha aromi tipici di agrume candito con ricordi di noce. Il Garanmak, letteralmente “coda grassa”, è una delle uve più diffuse. Molto resistente, ha buccia verde-gialla con acini grandi e buccia spessa, grappoli compatti.

La vinificazione avviene in cemento tronco conico con lieviti naturali, poi il vino passa in anfora per 11 mesi, quindi si affina per 6 mesi in bottiglia.

Al naso ha profumi di frutta bianca candita, albicocca e agrumi, una speziatura delicata che ricorda il lemon grass e fiori bianchi di campo. In bocca è pieno, ma vibrante per acidità e sapidità, appagante e lungo.

Un progetto affascinante per un gran bel vino, insomma,  della stessa bellezza esteriore ed interiore di  persone vere come  Zorik e Yeraz, grazie alle quali il vino più antico del mondo potrà tornare a dare emozioni  e sensazioni nuove e attuali. E riesco appena ad immaginare, guardando le foto dei loro vigneti, cosa potrebbe significare in termini emotivi una visita in questi territori. Why not?

Paolo Valdastri

www.zorahwines.com

Commenta