ASSAGGI IN CORSO..

Poche “chiacchiere”, questo è il momento di far parlare i vini e sono i Report sulle varie aziende a conquistare sempre più spazio con una serie di recensioni destinata a diventare sempre più fitta. Alle cantine già pubblicate in passato e a quelle che hanno un numero abbastanza consistente di vini presentati ho riservato, a disposizione degli abbonati, dei Report specifici. Le altre per il momento sono raggruppate insieme.

Gli assaggi dedicati ai vini liguri, più o meno equamente suddivisi tra Riviera di Levante e di Ponente, hanno preso in esame le annate 2024 (in prevalenza) e 2023. Due millesimi non facili (ma ci sono vendemmie facili?) per motivi opposti che, sommariamente, si possono così sintetizzare: carenza di maturità il primo, eccesso di calore il secondo. Al di là dei favori stagionali mi sembra però che, con maggiore frequenza nel Levante, affiorino incertezze sul piano stilistico, con un numero crescente di vini e produttori che si affidano a seguire l’onda modaiola dei vini bianchi macerati o dai toni volutamente più evoluti. Inutile aggiungere quanto i riscontri siano poco convincenti oltre che omologanti.
Per quanto riguarda l’universo dei Rossese di Dolceacqua debbo registrare risposte più che soddisfacenti anche se – salvo rare eccezioni – non proprio entusiasmanti. Ma per una tipologia che se la gioca sulla finezza le annate calde non sono proprio il massimo.

PATTI CHIARI….

Come ogni anno si rinnova la stagione degli assaggi e colgo l’occasione per ribadire ai lettori e ai produttori medesimi che mi hanno gentilmente inviato le loro campionature che i miei giudizi sono svincolati da qualsiasi considerazione non correlata strettamente alla qualità ed evito qualsiasi forma di contaminazione che potrebbe alterarli: non assegno premi, non organizzo eventi, non accetto pubblicità e sono volutamente rimasto all’età della pietra per quanto riguarda l’utilizzo dei social.  Non perdete tempo quindi a seguirmi su Instagram o FB: restereste delusi.
Sono ben cosciente che si tratti di una scelta discutibile e probabilmente poco favorevole a diffondere a una platea più ampia ciò che pubblico ma – in linea con la premessa iniziale e, se permettete, con il mio stile – è anch’essa una scelta di qualità: meglio un lettore buono che cento fasulli. E i “buoni” lettori fortunatamente sono più numerosi del previsto.
Ciò detto, è giusto fare presente che se chi legge vuole riprodurre e riportare le mie recensioni “in chiaro” è assolutamente libero di farlo, anzi diciamo pure che mi fa un favore e mi toglie da certi impicci. E aggiungo che, se usato con buon senso, l’invito è esteso anche alla pubblicazione (ovviamente limitata) di parti riservate agli abbonati.

 

LA QUALITA’ MISTIFICATA

Non ho da dispensare consigli o individuare soluzioni per affrontare l’attuale congiuntura che colpisce (anche) il mondo del vino.
Mi preme esclusivamente salvaguardare la qualità. Si tratta quindi di comprendere quanto possa essere a rischio questo valore quando soffia vento di crisi, i timori aumentano e molti – sia produttori che consumatori, anche se per motivi diversi – rincorrono qualsiasi moda passa loro davanti, distorcendo spesso i capisaldi della qualità.
Emblematica, in tal senso, è stata la presentazione – avvenuta pochi mesi fa presso l’Enoteca Pinchiorri – dell’annata 2021 del Coevo, un rosso a base di Sangiovese e Merlot prodotto, in poche migliaia di bottiglie dalla casa vinicola Cecchi, con l’intento di avere una sorta di testimone dei cambiamenti stilistici correlati alle mutazioni di clima, di gusto e tendenze che avvengono nel corso del tempo. Un vino esplicitamente e volutamente modaiolo insomma, ma, a ben vedere, soprattutto provocatorio, anche perché rispetto ai milioni di pezzi che ogni anno escono dalle cantine Cecchi, il Coevo costituisce solo un frammento marginale e non certo rappresentativo dell’intera produzione aziendale. E non c’è dubbio che la netta differenza stilistica evidenziata dal confronto tra la prima annata prodotta, la 2006, calda, concentrata e fortemente boisé – e l’ultima, la 2021, morbida, bilanciata, dalla beva sicuramente più fresca ed elegante, ha fornito una preziosa istantanea dei cambiamenti, in questo caso positivi, avvenuti nel giro di pochi anni e rafforzato il senso della degustazione.
Purtroppo però, la tentazione di seguire le tendenze del momento, a differenza di chi ci gioca un po’ sopra come Cecchi, non è esclusiva di pochi, piccoli e incerti produttori. Ce ne sono di grandi e vaccinati che, dopo decenni di uscite sul mercato con vini supercolorati, superconcentrati e superboisé, oltre che surmaturi, hanno sposato, di punto in bianco, la causa della leggerezza e della bevibilità, al punto da sfiorare l’immaturità e l’inconsistenza. Come pure ci sono “correnti di pensiero” che hanno sdoganato una serie di difetti e disarmonie come segni di autenticità, in quanto in contrasto con la temuta manipolazione. Debbo dire che è curioso (o drammatico?) osservare che ci sono degustatori (per così dire), e ovviamente consumatori, che non tollerano accenni di rovere o comunque la presenza di tannino in un vino rosso mentre si entusiasmano per bianchi di stile macerativo nei quali la ruvidità tannica combinata con l’ossidazione crea effetti devastanti per il palato.
Un processo di mistificazione insopportabile. Potrei continuare ad affondare il coltello nella piaga con molti altri esempi ma non voglio essere noioso; in fondo, oggi più che mai, non è importante cosa facciamo ma come lo raccontiamo.
Per un pubblico che ormai sembra bere più storielle che vino.

BORDEAUX 2024: Château Figeac (AOC St. Emilion)

La presenza di Cabernet Sauvignon ha sempre distinto Château Figeac dalle altre proprietà della riva destra e con l’annata 2024 la sua importanza nell’uvaggio è stata ancora più decisiva del consueto, come riporta la “cronaca” del millesimo inviata da Figeac:

L’annata 2024 rimarrà impressa nei ricordi per le precipitazioni record e le condizioni meteorologiche difficili. Tuttavia, il grande terroir di Figeac, caratterizzato da terreni che favoriscono il drenaggio naturale, ha permesso di mitigare l’impatto di queste acque in eccesso.
Vigilanza e reattività sono state le parole chiave di questa campagna dove ogni intervento è stato studiato con precisione al fine di garantire l’integrità sanitaria degli acini.

L’andamento del ciclo vegetativo ha rispecchiato queste condizioni climatiche contrastanti:
• Germogliamento: dal 20 marzo, in condizioni relativamente omogenee nonostante l’umidità ambientale.
• Fioritura: dal 25 maggio, caratterizzata da irregolarità a causa delle piogge primaverili.
• Invaiatura: dal 25 luglio, in modo più favorevole, ha avviato una lenta maturazione delle uve.
I mesi di luglio e agosto hanno avuto un ruolo salvifico. Il ritorno di un clima più mite ha permesso agli acini di raggiungere un eccellente stadio di maturità. Tuttavia, le piogge di settembre hanno reso il monitoraggio della maturità ancora più drammatico. In questo delicato contesto, la vendemmia – effettuata tra il 20 settembre e il 5 ottobre – ha richiesto pazienza esemplare e vigilanza continua ed è stato svolto un meticoloso lavoro di selezione in vigna. In cantina, una linea di cernita con bagno densimetrico e una migliore selezione ottica, ha permesso di conservare solo uve di altissima qualità. Questo requisito, cercato senza compromessi, ha portato all’eliminazione del 21% dell’uva vendemmiata, una delle cernite più drastiche mai effettuate a Figeac, dimostrando un impegno assoluto per l’eccellenza. La resa finale è stata di 31 hl per ettaro, con un grado alcolico finale di 13° e un pH di 3,66.
Dopo le macerazioni a freddo, è avvenuta la fermentazione in condizioni ottimali con una macerazione che si è protratta per 3-4 settimane.
L’annata 2024 di Château-Figeac si distingue per una freschezza notevole, una concentrazione controllata e un’espressione fruttata di grande precisione. Ogni vitigno trova il suo posto e quest’anno il Cabernet Sauvignon è salito al rango dei protagonisti principali con il 39% dell’assemblaggio, seguito dal 33% del Merlot e dal restante 28% di Cabernet Franc.

BORDEAUX 2024: Château Angelus (AOC St. Emilion)

Sulla riva destra l’andamento stagionale non è stato molto diverso e questa è la testimonianza pervenuta da Château Angelus:

Hubert de Boüard de Laforest ha firmato nel 2024 la sua quarantesima vendemmia, un importante pietra miliare che sua figlia Stéphanie de Boüard-Rivoal, che lo ha affiancato negli ultimi cinque anni, ha desiderato onorare titolando questa annata “L’Imprevedibile”. Un millesimo effettivamente segnato da continue avversità e da sfide impegnative, due potenti stimoli che da sempre permettono ad Angelus di produrre grandi vini.

Dopo un inverno mite e umido, la primavera, tranne che per una bella parentesi all’epoca di
fioritura, è stato annaffiata in modo insolito, per un periodo che si è protratto fino a giugno. Luglio e agosto, asciutti e soleggiati, hanno restituito il sorriso ai vignaioli confermando il vecchio detto “agosto fa il mosto” e le uve hanno così assunto spessore e carattere. Settembre è stato più incerto, tuttavia ha garantito un raccolto ragionevole con uve molto belle.

Château Angelus: 60% Merlot, 40% Cabernet Franc
Carillon d’Angelus: 90% Merlot, 10% Cabernet Franc.
N° 3 d’Angelus: 85% Merlot, 10% Cabernet Franc, 5% Cabernet Sauvignon
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