Benvenuto Brunello, parte seconda: la Riserva 2016 e non solo.

Inevitabilmente si tende a pensare che il Brunello Riserva costituisca il vertice qualitativo della produzione di ogni azienda di Montalcino ma in realtà solo una parte dei Brunello Riserva risultano davvero superiori ai Brunello della stessa annata. I motivi sono molteplici: in alcuni casi si tratta della stessa massa lasciata ad affinare un anno supplementare in botte e non è detto che – a seconda delle caratteristiche dell’annata – quel periodo supplementare possa essere stato davvero utile; in altri può capitare che “si chieda troppo” a una Riserva e quindi, oltre all’affinamento più lungo, si tenda a sovrastrutturare il vino finendo per alterarne l’originale equilibrio. In altri casi ancora il Brunello Riserva viene prodotto solo perché lo richiede il mercato, a prescindere dalle caratteristiche del millesimo.
Ad ogni modo, tanto per non creare equivoci, è bene sottolineare che la 2016 si conferma come una delle poche annate che giustificano pienamente l’utilizzo della tipologia “Riserva” per il Brunello di Montalcino e, anche se la presenza di vini di livello davvero alto non è poi così frequente, il fatto di averne rintracciati alcuni evidenzia comunque un potenziale elevato che potrà svilupparsi adeguatamente nei mesi a venire.

La degustazione è stata effettuata da Claudio Corrieri con un mio parziale supporto. Le Riserve 2016 selezionate e recensite sono 31. Ad esse vanno aggiunte 3 selezioni sempre del 2016 oltre a una Riserva 2015 (lo splendido Poggio al Vento di Col d’Orcia) e a una 2012 (l’eccellente Diecianni de Le Chiuse).

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

ANTEPRIMA BRUNELLO DI MONTALCINO 2017

La degustazione dedicata in gran parte al Brunello di Montalcino 2017, testato in anteprima nel corso di Benvenuto Brunello, non ha riservato sorprese e se è vero che scarsa, per non dire nulla, è stata la presenza di vini davvero emozionanti, al tempo stesso si è confermata una certa predisposizione del territorio a reagire positivamente agli andamenti stagionali particolarmente secchi: le dolci pendenze e la presenza diffusa di argilla consentono evidentemente di mantenere in molti casi un minimo di freschezza nei terreni rispetto alle zone dove le pendenze eccessive o i terreni dal fondo sabbioso non permettono di trattenere una riserva idrica adeguata. Un parallelo interessante può essere individuato con la calda e arida annata 2012 che a Montalcino ha offerto riscontri decisamente più positivi che in altre aree della regione, come Bolgheri e Chianti Classico, mentre, coerentemente, i valori si sono invertiti con la più fresca annata 2013.

In effetti, al di là del sistema di classificazione in stelle adottato dal Consorzio, si assiste da qualche anno a Montalcino a una sorta di compressione di valori tra un’annata e l’altra: quelle ritenute deboli lo sono meno del previsto, quelle considerate grandi non sono poi così entusiasmanti.

Nel primo caso i motivi sono legati in massima parte alla crescita in chiave interpretativa da parte dei produttori – o della parte migliore di essi – e non solo alle peculiarità del territorio o alle pratiche di ringiovanimento dei vini, utilizzate frequentemente anche con il 2017. La maggioranza dei Brunello che ho recensito – poco meno di 60 su 80 provati, un numero non eccessivo ma tuttavia sufficiente per ricavare un’impressione d’insieme sull’annata – rivelano infatti un’accertata capacità nell’uso e nella scelta dei legni che si sono mostrati decisamente poco invasivi, oltre a una gestione calibrata sia del peso alcolico che, e soprattutto, dell’estrazione tannica. I migliori 2017 sono vini sorprendentemente bilanciati pur se difettano di profondità e, parzialmente, anche di complessità.

È mancata purtroppo all’appello una quantità non irrilevante di aziende, tra le quali una parte continua a snobbare la manifestazione messa in piedi dal Consorzio senza tuttavia disdegnare di accogliere nell’occasione buyers e rappresentanti dei media nella propria cantina. Un atteggiamento che già in passato ho avuto modo di mettere all’indice e personalmente cerco di non alimentare evitando di visitare certe, pur eccellenti, cantine durante l’evento.
A queste assenze ormai croniche si è poi aggiunto un ulteriore gruppo di aziende ancora affezionato alla tradizionale struttura organizzativa “fieristica” con banco d’assaggio e rapporto diretto tra produttore e “cliente”.

A margine dell’aspetto degustativo segnalo inoltre, ma non commento, che tra il Consorzio di Montalcino e gli altri Consorzi toscani è ormai stato scavato un solco di distacco visto che il resto delle Anteprime si svolgeranno dal 12 al 18 febbraio 2022 senza, ovviamente, la presenza di Montalcino.
In conclusione, l’organizzazione degli assaggi è stata quanto mai efficace e funzionale e il servizio dei sommelier dell’Ais inappuntabile; approssimativa e dilettantistica si è invece rivelata la gestione degli inviti alla manifestazione e la suddivisione non proprio rigorosa e chiara tra il giornalista (o presunto tale), il blogger e l’influencer.
Si può fare di meglio, ma le occasioni per dimostrarlo fortunatamente non mancheranno.

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

L’ABUSO DI ALCOL

È bene dirlo con chiarezza: l’assunzione di alcol è solo nociva per l’organismo umano. Punto.
Ma, confidando che ognuno sappia darsi una regolata in merito, un po’ tutti noi – chi scrive e chi legge – beviamo nella misura in cui il vino dà piacere, facendo nostra la famosa citazione di Woody Allen che recitava più o meno così: “ho smesso di fumare, ho vissuto una settimana di più e quella settimana ha sempre piovuto”.
Non mi sono assunto quindi nessun compito di censore o di paladino della pubblica salute ma credo che suonare il campanello di allarme per l’eccesso di gradazione alcolica di molti dei nostri vini “secchi” sia anche affar mio e di tutti gli amanti del buon bere, non solo per motivi di salute ma, appunto, anche di piacere. Non è certo la prima volta che entro in questo argomento e non sono assolutamente il primo a farlo, ma ogni tanto – con cadenze sempre più frequenti – è giusto sollevare il problemuccio.

L’input stavolta mi è pervenuto dalla lettura degli appunti sugli assaggi dei Brunello di Montalcino che mi ha recapitato l’amico Claudio Corrieri. Con il “cerca e trova” ho individuato decine e decine, anzi centinaia e centinaia (migliaia e migliaia…) di ripetizioni dei termini alcol e alcolico, senza contare aggettivi come caldo, generoso, potente. E Montalcino non rappresenta certo un’eccezione: i vini sono diffusamente sempre più calienti ovunque.
Quindici gradi alcolici spostano gli equilibri di un vino e reclamano più frutto, più corpo, più acidità e/o più presenza tannica per essere assorbiti, contrastati o mascherati. Il risultato finale è un vinone sovradimensionato che sarà ben difficile trangugiare, anche se non mancano alcune splendide, ma rarissime, eccezioni di vini possenti e (quasi) eleganti.
Molti produttori e molti tecnici hanno presente il problema, che nasce verosimilmente nel vigneto, stanno provando a trovare soluzioni per affrontarlo, ma sappiamo bene che, fino a che non sarà il mercato a dare segnali decisi di rifiuto, non si cambierà davvero registro.
L’imputato principale è, inutile nasconderlo, il famigerato cambiamento climatico ma c’è anche qualcos’altro. Dopo decenni di vini magri, verdi, ossuti, spigolosi e acidi, è arrivata – una ventina di anni fa – un’ondata di euforica ricerca delle dolcezze, delle maturità, delle concentrazioni sempre più estreme. I nuovi impianti di vigneto – dai portainnesti alla scelta dei cloni, dal sistema di allevamento alla fittezza degli impianti e via dicendo – sono stati progettati per ottenere uve sempre più ricche e precoci nella maturazione.
Prima di doversi abituare a bere “forte” o attendere la prossima piccola glaciazione, il sapere, la conoscenza, e, soprattutto, il buon senso possono aiutarci a trovare soluzioni meno drammatiche.
Per continuare a bere con piacere, ovviamente.