IL BRUNELLO DI MONTALCINO DEI BARBI

Il termine storico è un po’ abusato in riferimento al Brunello di Montalcino: viene infatti così definita qualsiasi cosa lo riguardi, anche fosse di recente istituzione; ma è un termine sicuramente appropriato per la Fattoria dei Barbi, una delle pochissime realtà presenti alla nascita della rinomata denominazione, avvenuta nella seconda metà degli anni sessanta del secolo scorso.
La storicità di un’azienda non ha ovviamente e automaticamente alcuna connessione con la qualità espressa dai propri vini ma potrebbe (e dovrebbe) averla con la linea stilistica che la distingue, semplicemente perché si può supporre che non sia mancato il tempo per focalizzarla a dovere.
In effetti, per quanto riguarda la Fattoria dei Barbi, si possono avere opinioni dissimili sul livello qualitativo dei Brunello della casa ma credo che non ci siano disguidi sulla fedeltà a uno stile che si può davvero definire classico e tradizionale.
Ad ogni buon conto l’assaggio delle ultime annate – 2015 e 2016 – e in particolar modo dell’ottimo Brunello Vigna del Fiore 2016 dovrebbe essere in grado di redimere qualsiasi eventuale divergenza interpretativa.

I VINI DI AMBROGIO E GIOVANNI FOLONARI

Il nome Folonari fa indubbiamente parte degli storici marchi del vino italiano. Associato per lungo tempo a Ruffino, ora passato a un noto gruppo internazionale, ha vissuto una ventina di anni fa una divisione all’interno della famiglia, una parte della quale ha continuato a curare una serie di proprietà con il titolo “Ambrogio e Giovanni Folonari”. Ad ogni modo, visto che di Folonari ve ne sono altri con altre aziende a loro nome, sul sito aziendale sono ben specificate quali Tenute fanno parte del gruppo in oggetto, anche se non escludo che si possa continuare a confonderle l’una con l’altra.
Sperando di non avere contribuito ad aumentare i dubbi al riguardo da parte di chi legge, vengo al sodo e riporto sinteticamente le impressioni ricevute dagli assaggi effettuati nella scorsa stagione con particolare riferimento ai vini delle Tenute del Chianti Classico, Montalcino e Bolgheri.
I riscontri sono stati positivi perché tutti i vini sono ben fatti e curati, come poteva essere prevedibile attendersi da un’azienda di lunga esperienza e vaste dimensioni; d’altro canto le produzioni di realtà del genere si mostrano, generalmente, altrettanto carenti sul fronte del carattere e dell’originalità espressiva.
Debbo invece riconoscere, non so quanto dipenda dalle annate in gioco, almeno un’accresciuta attenzione alla valorizzazione dell’equilibrio e della bevibilità, una focalizzazione più precisa dei vini bianchi e, proprio sul piano della personalità, una serie di risposte più convincenti del consueto da parte dei Chianti Classico e, soprattutto, del Brunello di Montalcino 2015 della Tenuta La Fuga.
A questo punto, giusto per non assegnare i meriti alla casualità delle annate, non mi resta che augurarmi di ricevere adeguate conferme dalle prossime uscite sul mercato (che cercherò di pubblicare con maggiore celerità..).

 

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

Il Brunello e il complesso della complessità

Nel Brunello di Montalcino 2016 di Col d’Orcia si colgono aspetti apprezzabili come la piacevolezza immediata, la freschezza, l’integrità del frutto, ovvero un insieme di caratteri dei quali è generalmente carente l’intera tipologia. D’altro canto c’è chi sostiene che è la complessità a fare la differenza tra un Brunello e un Rosso di Montalcino o altri vini a base di sangiovese.

Ma cosa significa realmente il termine complessità? Non ha presupposti analitici (come l’alcol, l’acidità o i polifenoli) e quindi non è misurabile ma collegabile alla ricchezza e, soprattutto, alla qualità della materia prima e alla sua evoluzione nel tempo che porta gradualmente a modificare la struttura e sovrapporre caratteri terziari a quelli primari. È sostanzialmente un concetto intuitivo che un assaggiatore affina con l’esperienza e può coglierne i segnali anche in un vino giovane, ma probabilmente si spiega meglio pensando all’esatto contrario del termine semplicità.

Il Brunello 2016 di Col d’Orcia sembra apparentemente più semplice che complesso.
Ed è questo il punto. Continua a resistere una diffusa abitudine ad accettare che il Brunello di Montalcino, ma non ne sono esenti Barolo e Barbaresco, sin dagli inizi sia un vino più evoluto che fragrante, con profumi più terziari che primari (vedi perdita di frutto) e, nei casi meno riusciti, con tannini precocemente tendenti alla secchezza. Un vino in fase calante, stanco, nato vecchio.
Ma non complesso.
Se è questa la complessità che si chiede a un Brunello, allora viva la presunta semplicità di Col d’Orcia, il suo carattere ancora fruttato, il suo ammirevole equilibrio che lo rende già pronto e godibile, come del resto dovrebbe essere un vino dopo cinque lunghi anni di affinamento.

Ma non è che un vino del genere possa essere meno longevo? Può darsi, magari per limiti di qualità tannica e strutturale ma non certamente perché è tuttora fruttato.
Anche sulla longevità di un vino permangono purtroppo credenze e luoghi comuni difficili da sfatare, come gli eccessi di acidità o di tannini interpretati come presupposti fondamentali per la tenuta nel tempo. Favole.
La netta maggioranza dei vini – di ogni luogo – che ho assaggiato, anzi bevuto e (ri)bevuto a distanza di venti o addirittura trent’anni dalla loro vendemmia, erano perfettamente equilibrati e pronti sin dai loro primi anni di vita. Dopo tanto tempo non avevano ancora perso il loro frutto originario ma si erano arricchiti di altre sensazioni, diventando, appunto, sempre più complessi.