CHÂTEAU MOUTON ROTHSCHILD, Primeurs 2022 e altre storie

Scendo in cantina e pesco due vecchie, non ancora vecchissime, annate, la 1989 e la 1990, di Mouton Rothschild. Due millesimi di altissima reputazione per i vini bordolesi, di quelli che mettono d’accordo la riva destra con la sinistra, ma considerati dalla critica dell’epoca non proprio leggendari per Mouton. Sentite cosa scriveva a suo tempo a proposito dell’annata 1990 Robert Parker Jr:
The 1990, also impressive from barrel, is a disappointment from the bottle. ….. What a shame!”.
Botta di traduttore ed ecco:
Il 1990, anch’esso impressionante dalla botte, è una delusione dalla bottiglia. Sebbene meno evoluto del 1989, è eccessivamente boisé, con un odore simile a quello del Jack Daniel’s e della botte di whisky. È di medio corpo, un po’ vuoto, e francamente imbarazzante quando lo si assaggia accanto a vini del calibro di Latour e Margaux. L’ho assaggiato dalla bottiglia 3 volte con impressioni identiche. Che peccato!
Parker consigliava poi di consumarlo tra il 1999 e il 2010, non oltre. Ho aperto la 1990 nel maggio 2023 e effettivamente è durata pochissimo, nel senso che ce la siamo (in tre) scolata avidamente. Certamente non ha mostrato una struttura monstre, la trama tannica è sottile e il grado alcolico si ferma a 12,5, e sarà che ero preparato al peggio, sarà che la mia cantina non climatizzata (ma di giusta umidità) fa miracoli, sarà che (porca miseria potevo pensarci prima..) non avevo in comparazione Latour e Margaux, ma vorrei provare più spesso questo genere di delusioni: un vino finissimo, dotato di una freschezza irresistibile con intensi profumi di menta, caffè, rose appassite e spezie che restavano a lungo sospesi nell’aria. Avercene..

Mi è sembrato quindi il caso di fare il punto su Mouton Rothschild e sottolineo il punto, in quanto non voglio certo ripercorrere la storia della Tenuta dalle sue origini ma mi piace soffermarmi su alcune curiosità che certamente chi frequenta Bordeaux sa a memoria ma delle quali non tutti sono a conoscenza.

Partiamo intanto dal nome “Mouton”. Credo che molti, io per primo, pensano che stia per montone o ariete e tutte le immagini dello Château che ritraggono un montone o, quanto meno, la sua testa, sembrano confermarlo. In realtà pare che il nome originario provenga dai termini motton o mothe che significano piccola collina, monticello, in corrispondenza dell’altopiano dove risiedono in gran parte i vigneti (84 ettari) della Tenuta dei Rothschild.

L’altra curiosità, probabilmente ben più conosciuta, è invece legata alla classificazione del vino che nel 1855 non fu inserito, come evidentemente si attendeva, tra i premiers crus ma fu classificato come deuxième. A parte l’inserimento del 1856 di Cantemerle, l’unico cambiamento alla gerarchia ufficiale dei crus del Médoc ha riguardato proprio la promozione al primo livello di Mouton nel 1973, esattamente 50 anni fa. Un passaggio significativo condensato nei motti che apparivano sulle etichette. Prima del 1973 si poteva leggere la frase: premier ne puis, second ne daigne, mouton suis. Con l’uscita dell’annata 1973 il motto è stato così modificato: premier je suis, second je fus, Mouton ne change. Non mi pare sia necessario tradurre.

Sul piano strettamente degustativo debbo dire che ho sempre attribuito a Mouton una personalità originale e diversa da qualsiasi altro Grand Vin del Médoc, ma c’è stato un periodo in cui, soprattutto negli assaggi en primeur, questo carattere risaltava anche per una presenza aromatica del rovere più marcata di altri con note di cacao e torrefazione in forte evidenza e in aggiunta a quel singolare mix esotico dove un fiume di spezie orientali si fondeva al ribes e alle amarene. Confrontato, lo ha fatto Parker e allora provo a farlo anch’io, con il distacco austero di Latour, la millimetrica armonia di Margaux o la finezza di Lafite, c’è poco da fare, Mouton appariva sempre quello che ammiccava maggiormente al cosiddetto gusto internazionale. Era un’impressione che affiorava soprattutto negli assaggi dei Primeurs per svanire quando la ricchezza, il senso di opulenza e la personalità inconfondibile trasmessa dal vino finivano per essere dominanti.

Nelle annate più recenti Mouton ha mantenuto l’originalità del suo carattere e il suo classico tatto vellutato ma anche reso meno appariscente la presenza del rovere, assumendo, in misura lieve ma sensibile, un contegno, un portamento, un’impronta stilistica ancora più autorevole.
Jean Emmanuel Danjoy, capo winemaker e direttore delle proprietà Rothschild, ne è evidentemente autore e responsabile e alla mia consueta domanda sui paradossi dell’annata 2022, condivide l’opinione diffusa che attribuisce i meriti alle caratteristiche del terroir (ghiaia, ghiaia e ancora ghiaia) e all’età dei vigneti – a Mouton sono ancora presenti alcuni ceppi addirittura secolari di Cabernet Sauvignon – dai quali derivano vini dalla sbalorditiva maturità e complessità tannica. In questo caso la sorpresa e il mistero sono accentuati dal fatto di trovarsi di fronte un vino che presenta un tenore alcolico superiore ai 14 gradi combinato con un pH di 3,89! Ti attendi quindi un impatto potente, largo, pieno, con un finale robustamente tannico, caldo e boisé e ti trovi un rosso sì ricco e intenso, ma anche morbido e melodioso che ribalta qualsiasi precedente congettura e mostra un finale profumato e interminabile dalla freschezza quasi dissetante. Monsieur Danjoy sottolinea appunto che proprio la presenza di tannini di assoluta integrità e freschezza assume un ruolo parzialmente sostitutivo dell’acidità, consentendo al vino di avere un effetto di contrasto che allunga e distende il finale. Così è, in effetti; il come e il perché non riesco del tutto a spiegarmelo ma lasciamo che resti intorno quel tocco di mistero che in fondo non guasta.
Quello che è certo è che l’ultimo arrivato nella ristrettissima élite dei premier cru, ultimo non lo è mai stato davvero.

Le note di degustazione dell’annata 2022 sono consultabili
qui, nello spazio riservato agli abbonati.

BORDEAUX PRIMEURS 2022: CHÂTEAU FIGEAC

Pervaso dalla voglia di indagare sui misteri del millesimo 2022 ho chiesto anche alla mia gentilissima ospite, Blandine de Brier Manoncourt, di fornirmi la sua versione sull’andamento stagionale a Château Figeac.
L’obiettivo principale di questa annata – ha precisato Madame Blandine sciorinando un italiano assai migliore del mio balbettante francese – era di preservare la freschezza dei suoli e conseguentemente del frutto; le scelte di fondo operate a suo tempo da suo padre Thierry Manoncourt, del quale ha ricordato con passione l’approccio visionario e illuminato, unite all’esperienza acquisita nell’ultimo caloroso decennio dallo staff di vigna e cantina, coordinato come una vera squadra dalla competente guida del direttore Frédéric Faye, hanno permesso, al di là dei pregi innati del territorio, il raggiungimento di un risultato forse inimmaginabile.
D’altro canto è opportuno ribadire, tornando proprio al territorio, che Figeac dispone di numerosi punti a favore che consentono di superare le condizioni climatiche estreme e dei quali per la verità ho già riferito in passato (vedi qui); ma vale la pena ricordare una volta di più la singolarità dei terreni che rendono inimitabile, in tutta la regione bordolese, la proprietà delle sorelle Manoncourt. Un terzo dei vigneti , caso unico sulla riva destra, è infatti riservato al Cabernet Sauvignon che ha trovato un habitat ideale nei suoli totalmente ghiaiosi – con profondità variabili dai 6 agli 8 metri – delle tre piccole collinette (Les Moulins, La Terrasse e L’Enfer) situate all’interno della Tenuta. Il resto, posizionato su terreni argillo-calcarei, è costituito da parti più o meno simili di Merlot e Cabernet Franc. I sottosuoli di argilla blu preservano l’umidità in profondità e i suoi “isolotti” di freschezza distribuiti per 13 ettari tra boschi, stagni e corsi d’acqua, svolgono un ruolo di tampone climatico naturale.
Madame Blandine insiste con fervore nel sottolineare l’importanza della scelta storica, effettuata dal padre, di puntare su portainnesti dalle radici particolarmente capaci di affondare in profondità oltre che sul vantaggio di fare affidamento sulla presenza dei vecchi impianti di vigneto.
La gestione attuale è d’altro canto attentissima a seguire una serie di scelte funzionali allo scopo come le pacciamature, i lavori del suolo ridotti al minimo, la limitazione di cimature, nessuna sfogliatura e via dicendo. La vendemmia, la più precoce di sempre, è iniziata il primo di settembre e la possibilità di utilizzare per il secondo anno le nuovissime attrezzature di cantina – che hanno richiesto investimenti enormi ma non più rimandabili da parte della proprietà – ha consentito di vinificare parcella per parcella, senza uso di solfiti, attraverso un sistema di estrazione dolce dei tannini, con temperature di fermentazione ancora più basse del consueto e senza alcun ricorso a rimontaggi.

Château Figeac svela quindi almeno in parte i segreti dell’annata 2022 e lo fa proponendo un vino fantastico che festeggia nel modo migliore l’ingresso nella ristrettissima élite dei 1er Grand Cru Classé “A”, piazzandosi con disinvoltura e autorevolezza al vertice qualitativo dell’annata.

Le note di degustazione, riservate agli abbonati, sono consultabili qui

BORDEAUX PRIMEURS 2022: CHÂTEAU LÉOVILLE LAS CASES

Dei quasi 100 ettari complessivi di vigneto dello Château più della metà sono racchiusi nei confini del Clos di Las Cases e ancora oggi sono suddivisi nelle stesse numerose parcelle dai caratteri ben distinti, come si vede anche nella vecchia mappa del 1901, quando la proprietà (oggi siamo alla quinta generazione della famiglia Delon) era ancora di Théophile Skawinski, il primo in effetti a separare le vigne situate sul lato che affianca la Gironda – a destra della strada D2 provenendo da Bordeaux – da quelle a sinistra che costituiranno il futuro Clos du Marquis che in effetti non è il secondo vino ma “l’altro” vino di Las Cases. Il secondo vino, ottenuto dalle masse scartate di entrambi, è infatti Le Petit Lion: uno “scarto” (tutto è relativo) che vorrei bere ogni giorno. Gran parte dei vigneti, come dicevo, sono nel cuore dell’azienda, costeggiano la Gironda e sono separati da quelli di Latour, dall’Enclos di Latour per la precisione, da un piccolo ruscello. Non è un caso evidentemente che quest’anno nel Médoc, a partire proprio da Las Cases, nessuna vigna disposta sulla linea costiera, nell’ordine: Las Cases, Latour, Pichon Comtesse, Haut-Bages Libéral fino a salire a Montrose ha dato risultati meno che eccellenti.

Deuxième cru stabilito dalla famosa classificazione del 1855, Château Léoville Las Cases sarebbe probabilmente in prima fila per salire di grado se oggi ci fosse una revisione della vecchia graduatoria. Ma, in ogni caso nessuno può togliere a Las Cases il grande prestigio che si è guadagnato nel tempo mettendo a segno una serie infinita di annate di alto livello.

Tuttavia con il millesimo 2022 la definizione “alto livello” diventa persino limitativa e forse inadeguata: si tratta infatti di un vino semplicemente sbalorditivo per un’annata da favola che rende giustamente orgoglioso il capo enologo, o chef de cave se vi piace, vale a dire il bravissimo Umberto Marino (dalla Sicilia alla Gironda..), che pensa e spera possa restare scolpita a lungo negli annali dello Château. Ed è difficile dargli torto, visto che personalmente faccio fatica a ricordare in questa fase un Las Cases così convincente ed espressivo. Dotato di una grana tannica finissima e di una profondità entusiasmante, profumatissimo e dalla progressione incalzante, è davvero un grandissimo vino.
Per ora la chiudo qui anche perché non riesco a non aggiungere “issimo” a qualsiasi aggettivo che mi viene a mente e finirei per rendere annoiatissimo anche il lettore più tenace.

Le note degli assaggi effettuati durante la visita a Las Cases sono consultabil qui, nello spazio riservato agli abbonati.

SELEZIONE VINI 2023/2024: TOLAINI

Non dico niente di nuovo, ribadisco anzi un concetto che ho espresso più volte e sintetizzo così: la sensibilità e l’intelligenza di un produttore non sono meno importanti del valore innato di un territorio ovvero senza un territorio vocato non si può fare vino ma quanto esso possa essere buono dipende essenzialmente dalle scelte delle persone che lo realizzano.
Lo spunto per tale affermazione me lo ha fornito l’assaggio dei vini di Tolaini, cantina attiva da un quarto di secolo a Castelnuovo Berardenga. Non ho difficoltà ad ammettere che non sono mai stato entusiasta della produzione proposta fino a pochi anni fa. Vini certamente poco criticabili sul piano tecnico ma anche poco comunicativi e portatori di uno stile vago, convenzionale, tendenzialmente internazionale, con il Sangiovese relegato inizialmente a un ruolo da comprimario, come raramente capita di osservare in Chianti Classico. Certamente nel corso degli anni non sono mancate alcune interpretazioni azzeccate e bottiglie di pregio ma, in rapporto al notevole impegno (non solo in termini di investimenti ma anche di passione) profuso dalla proprietà, sono state sporadiche e mai del tutto convincenti su tutta la linea.
D’altro canto è pur vero che il passaggio a una maturità stilistica compiuta richiede tempo, è frutto di una somma di esperienze che portano attraverso vari passaggi a individuare il percorso giusto e non è mai precisamente replicabile da una realtà all’altra. Ecco quindi che oggi Lia Tolaini Banville, dopo aver affiancato per anni il compianto Pier Luigi Tolaini, padre e fondatore dell’azienda, è riuscita, con il supporto fondamentale dello staff tecnico interno diretto dall’enologo Francesco Rosi, ad aprire e consolidare un tracciato che punta a valorizzare gli aspetti di naturalezza e territorialità dei vini rispettando la ricerca dell’equilibrio: una frase che assomiglia a uno slogan già sentito ma che tradotta in concreto significa evitare i protocolli rigidi, le surmaturazioni, l’uso eccessivo di rovere nuovo e di metodi estrattivi, tanto per sottolineare alcuni aspetti. Nello specifico oggi si preferisce calibrare gli interventi con misura, in funzione della tipologia e delle caratteristiche dell’annata, puntando in certi casi a macerazioni anche molto lunghe ma limitando i rimontaggi e abolendo o quasi la pratica del délestage, facendo minor uso di legni piccoli in favore di contenitori gradualmente più ampi e in buona sostanza monitorando l’evoluzione con assaggi sistematici. I vini hanno così iniziato ad assumere una forma più proporzionata e decifrabile, sono più bilanciati ed espressivi, il Sangiovese è tornato al centro delle attenzioni ma l’eccellente potenziale evidenziato anche dalle uve bordolesi – cabernet sauvignon, franc e merlot – non è stato certamente disperso.

Il resoconto degli assaggi è consultabile qui, in area abbonati, ma posso anticipare che le maggiori sorprese arrivano dal Vallenuova 2021 (il miglior Chianti Classico “annata” mai realizzato da Tolaini) e dal Legit 2020 che giustifica – anzi Legit..tima – l’utilizzo del Cabernet Sauvignon in zona Berardenga.

Château Figeac, la solita questione di stile.

Le origini di Figeac sembrano essere antichissime e c’è chi ama collegarle, come nel caso di Château Ausone, a un personaggio di epoca romana, con la differenza che mentre Ausonius è effettivamente esistito, del fantomatico Figeacus (sic) non esiste alcuna traccia e testimonianza. Ciò che è certa è la presenza di alcune parti dell’attuale Château che pare siano da far risalire intorno all’anno mille. Un vero castello medioevale che fu quasi del tutto distrutto durante il periodo delle guerre di religione francesi (fine ‘500).
Come in molte proprietà bordolesi (e in misura anche maggiore) i passaggi di proprietà sono stati innumerevoli e l’aspetto più significativo è costituito dal fatto che le vaste dimensioni dello Château sono state gradualmente frazionate e da una di queste parti è nato il prestigioso Château Cheval Blanc che, almeno da un punto di vista storico, può essere visto come un “figlio” di Figeac. Uno dei tanti, per la verità.

La storia attuale è legata invece agli eventi successivi alla seconda guerra mondiale quando la gestione della tenuta passò a Thierry Manoncourt che ebbe il merito di dare nuovo impulso a Figeac, rinnovando cantina e vigneti e consolidando nel vino quello stile originale che lo aveva reso famoso. Uno stile che personalmente ho sempre ammirato ma che non è mai stato troppo apprezzato dalla critica dominante d’oltreoceano. Nel 1988 Manoncourt ha passato la direzione dell’azienda al genero, il Conte Éric d’Aramon, fino a che nel 2012 la delusione per non aver raggiunto la promozione alla classe A della denominazione ha indotto la proprietà, ovvero le quattro figlie di Manoncourt, a cambiare totalmente registro sostituendo Éric d’Aramon con Frédéric Faye e prendendo come consulente esterno niente meno che Michel Rolland. Una notizia quest’ultima che ha creato qualche apprensione, rivelatasi per ora ingiustificata, ai fedelissimi del classico stile di Figeac.
Ed eccoci al punto: in cosa consiste e da cosa nasce lo “stile Figeac”?

È una pura e semplice questione di territorio. I vigneti di St Emilion sono divisi in quattro terroir principali. Il primo è costituito prevalentemente dalla sabbia e ci sono due regioni principali: 1.200 ettari nelle colline a est della città di St Emilion e altri 2.000 declinando verso le rive della Dordogna. Nessuna delle due regioni ospita le tenute più prestigiose dato che queste sono concentrate nella zona delle colline calcaree intorno alla città di St Emilion (Ausone tanto per citarne uno). Infine all’estremo ovest, confinante con Pomerol, si trova il Graves-St-Emilion ovvero i banchi di ghiaie, dove sono collocati Cheval-Blanc e Figeac. La presenza di ghiaia differenzia la zona dal calcare di St. Emilion e dall’argilla di Pomerol e dà origine a un territorio con caratteri così diversi da prevedere la presenza nei vigneti di un bel 35% di Cabernet Sauvignon che si somma ad altrettanto Cabernet Franc, lasciando solo il 30% al Merlot e creando una vera e propria isola dai connotati organolettici non così distanti da un cru del Médoc.

Una diversità che si esprimeva solitamente con toni più freschi e sapidi, certe volte anche più verdi, rispetto alla maggioranza dei vini della denominazione così caldi, cremosi e voluttuosi ma anche estrattivi e certamente meno classici ed eleganti del buon, vecchio Figeac. E, come ho già accennato, è inutile sottolineare quale delle due interpretazioni ha raccolto i favori della critica del nuovo mondo e non solo quella.

Certo è anche vero che sotto il profilo squisitamente tecnico Château Figeac non è sempre stato del tutto irreprensibile ma oggi certi limiti sono stati ampiamenti superati e l’annata 2021 sembra nata apposta per esaltarne la vecchia finezza associandola a una ritrovata integrità di frutto per un insieme semplicemente delizioso.

Le note di assaggio di Château Figeac sono consultabili, unitamente a quelle degli altri vini di St. Emilion, in area abbonati.

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