I VINI DI TENUTA LE CALCINAIE

Raramente mancano motivi di originalità e interesse nell’assaggio dei vini di Simone Santini de Le Calcinaie. Lo spunto principale è stato offerto dalla Vernaccia Riserva Vigna ai Sassi 2016 che avevo già provato e recensito in passato e che ho testato nuovamente nei mesi scorsi ricavandone un giudizio decisamente più lusinghiero. Può capitare, le bottiglie non sono tutte uguali ed è piuttosto frequente verificare la presenza di tappi che, permettendo un maggior passaggio di ossigeno, modificano l’assetto di un vino ma, quale che sia l’origine del disguido, mi sembra opportuno e doveroso correggere il tiro per segnalare l’eccellente esibizione di questa seconda prova che, in ogni caso, testimonia, una volta di più, le capacità evolutive della Vernaccia di San Gimignano.
Ma anche a Le Calcinaie, come in altre aziende sangimignanesi, i vini rossi stanno recitando un ruolo sempre più incisivo. In questa occasione si è distinto per carattere, esecuzione e originalità il rosso MoniRé, singolare combinazione tra uve sangiovese e cabernet sauvignon lasciate ad appassire in fruttaio similmente a un Amarone della Valpolicella. Il risultato è un vino di quasi 17 gradi dall’equilibrio davvero sorprendente.

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

ISOLE E OLENA

Assaggio da una vita i vini di Paolo De Marchi e debbo confessare che assai raramente ne sono stato deluso. E in quei pochissimi casi il colpevole principale non era il vino ma un tappo non perfetto. Una premessa funzionale a rafforzare la percezione dell’attendibilità con la quale si propongono da sempre i vini di Isole e Olena.
Nelle degustazioni di quest’anno hanno primeggiato il Cepparello e il Cabernet Sauvignon, oltre a una straripante versione 2009 del Vin Santo. Ma anche il resto della gamma non ha perso colpi.
E i tappi, stavolta, non hanno giocato scherzi.

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

I VINI DI MONTEVETRANO

Rivoluzionario ai suoi esordi, e non solo perché un cabernet con aggiunte di aglianico non si era mai visto ma anche per l’energia trascinante che esprimeva senza smarrire la sua aristocratica compostezza, il Montevetrano può oggi ritenersi un vero classico dell’enologia campana. Poche cose, oltre a un’aggiunta di merlot e una presenza più consistente di aglianico (inserite già da tempo), sono cambiate rispetto alle origini, ma con il tempo il Montevetrano ha probabilmente perso un po’ di verve rivoluzionaria, è maturato stilisticamente verso forme più lineari e prevedibili, senza tuttavia arrivare, se proprio vogliamo forzare questo parallelo socio-enoico, ad “imborghesirsi” del tutto.
Facendo il punto sugli assaggi di quest’anno, il Montevetrano 2018, si mostra dapprima aperto e prodigo di promettenti evoluzioni e poi intransigente e arroccato su sé stesso, in un’alternanza di sensazioni legata certamente alla gioventù del vino ma, credo e voglio sperare, anche alla presenza di un carattere non del tutto imbrigliato.

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.