BORDEAUX PRIMEURS 2022: Saint-Estephe

Probabilmente è la denominazione che ha beneficiato maggiormente degli eccessi di calore del millesimo, non tanto per la sua posizione più “nordica” rispetto alle altre ma soprattutto per la freschezza dei terreni dove la componente argillosa è mediamente più marcata della media del Médoc. Purtroppo mancano all’appello alcuni vini sia perché gli incastri degli appuntamenti non sempre combaciano perfettamente sia perché alcuni erano assenti dagli assaggi organizzati dall’UGCB.
Tuttavia le visite a Cos d’Estournel e Montrose (sulle quali mi soffermerò prossimamente) hanno offerto eccellenti motivi per essere soddisfatti e avere un quadro attendibile della vendemmia a Saint-Estephe.

Le note di degustazione sono consultabili qui in zona abbonati.

BORDEAUX PRIMEURS 2022: Pauillac, Saint-Julien, Saint-Estephe.

Le considerazioni sinora accennate valgono ovviamente, con qualche distinguo, anche per la riva sinistra dove il vitigno dominante, il Cabernet Sauvignon, lascia generalmente spazio al Merlot solo nei “secondi” e “terzi” vini. La qualità del millesimo, più che sui singoli vitigni, si è giocata , come già accennato nei precedenti articoli, sull’età delle piante e sulla profondità dei terreni che hanno mantenuto una freschezza sufficiente. Non è un caso che i vini delle proprietà che costeggiano la Gironda, da St. Julien Beychevelle in su, siano generalmente risultati tra i più riusciti dell’intera regione con Léoville Las Cases e Latour da vertici assoluti, per non dire di Pichon Comtesse de Lalande (ma è eccellente anche il “Baron”), Haut-Bages Libéral e Montrose che si sono esibiti tra le loro migliori espressioni di sempre. Alti livelli anche per Ducru-Beaucaillou, Léoville Barton e Poyferré, senza certamente dimenticare un Cos d’Estournel di straordinaria finezza e un Mouton imperioso.

Gli abbonati potranno per il momento consultare qui il Report dedicato ai Pauillac.

Sassicaia 2020, un’occasione di confronto per la nuova annata

La comparazione costituisce un metodo saldo e affidabile per valutare adeguatamente un vino. Può essere affrontata in un contesto di vini diversi della stessa tipologia e annata, oppure attraverso un confronto dello stesso vino di annate diverse. È la mossa che ho scelto, con la preziosa collaborazione della Tenuta San Guido e del suo direttore Carlo Paoli, per inquadrare con maggiore efficacia e precisione il valore della nuova annata di Sassicaia, la 2020.
Cinque i millesimi messi in gioco per l’occasione – 2008, 2017, 2018, 2019 e 2020 – ma è opportuno sottolineare che i rilievi più stuzzicanti e interessanti derivavano dalla prova incrociata degli ultimi tre. Non ho difficoltà a svelare le conclusioni, per certi aspetti anche sorprendenti viste le caratteristiche singolari e non del tutto omogenee della vendemmia 2020. Un’annata che anche in occasione delle anteprime bolgheresi dello scorso mese di settembre avevo definito nevrotica e imprevedibile ma provvista di un interessante potenziale da sviluppare nel tempo, anche se confesso che stavolta non nutrivo grandi aspettative sul vino simbolo di San Guido. Nei fatti invece il Sassicaia 2020 si è rivelato un vino dai contorni stilistici molto classici, molto Sassicaia per intenderci, dotato di un’armonia stupefacente e di un tessuto tannico finissimo. I limiti del livello ideale di freschezza, eleganza ed equilibrio, che sembravano già raggiunti in modo mirabile e difficilmente superabile dal Sassicaia 2018, sono da riparametrare e tarare ancora più in alto – ecco il senso e l’utilità del confronto – dopo aver provato il campione – in tutti i sensi – del 2020 che, pur assai simile nello stile, ha in dote quel tocco di frutto supplementare in grado di assorbire qualsiasi asperità e impuntatura, pur sottilissime, con un effetto avvolgente e setoso ma al tempo stesso intenso e dinamico. Il confronto con il 2019, la cui forza d’urto è coinvolgente, parte invece da presupposti affatto diversi come diverse sono le annate. Più grinta, sapidità e presa sul palato da parte di un 2019 che promette sviluppi ulteriori e “gloriosi” nel tempo, più finezza, slancio e bevibilità per un 2020 che ha dalla sua un finale irradiante e lunghissimo a garantirgli un futuro luminoso.

I dettagli e le note organolettiche sono consultabili, come sempre, in zona abbonati.

I Fedelissimi, terzo round: SASSICAIA

Mi sono colpevolmente accorto di non aver ancora recensito il Sassicaia 2018 uscito lo scorso anno, per cui cerco di farmi perdonare questa mancanza con una recensione anticipata del millesimo 2019, sul quale tuttavia sarò più completo prossimamente.
In estrema sintesi si tratta di due annate dalle caratteristiche diverse: più fresca la 2018, più ricca e matura la 2019.
Il Sassicaia 2018 è un vino dalle forme classiche, di medio peso, molto elegante, flessuoso, balsamico nei profumi, setoso al tatto, lungo nel finale, freschissimo eppure privo di vegetalità. Pronto da bere subito ma godibile a lungo con piena soddisfazione.
Il 2019 della Tenuta San Guido va affrontato con altro spirito e modalità d’uso: raccomando in particolare di non fidarsi di assaggi fugaci e superficiali, soprattutto quando si ha a che fare con vini imbottigliati da pochi mesi ma che hanno la giusta ambizione di durare decenni. In effetti, il giudizio in questi casi non deve essere limitato alle impressioni del momento ma deve, per quanto possibile, sapersi proiettare sull’evoluzione futura del vino in esame. Ed è una considerazione ovviamente valida non solo per il Sassicaia ma per tutti i vini che posseggono caratteristiche più o meno consolidate di longevità.

Ma torniamo al nostro 2019.
Pieno e carnoso, è, come detto, ancora molto giovane e necessita di tempo per esprimersi adeguatamente. Al primo tentativo si rivela ancora chiuso, anche se profondo, nei profumi, è molto denso e morbido all’impatto, continuo e bilanciato nello sviluppo; il finale deve invece trovare ancora un assetto compiuto, la punta di acidità presente va in conflitto e contrasta con la manciata di tannini ancora sparsi sul palato e lo rende meno scorrevole e slanciato, anzi diciamo pure un po’ rigido (rispetto agli standard consueti di estrema levigatezza). Ma, appena superato questo piccolo intoppo, il vino si rilancia con rinnovata energia in una chiusura lunghissima, tipica delle grandi annate.
Vino didattico, perché fa nascere la domanda (e fornisce successivamente la risposta): a cosa dare più credito per la sua evoluzione nel tempo, alle scontrosità di fine bocca o alla inesauribile spinta successiva? Sono casi che richiedono pazienza e, se permettete, esperienza. Per andare sul sicuro sono comunque ricorso ai vecchi metodi che, al pari del Sassicaia, non tradiscono mai. Ho lasciato la bottiglia, contenente poco più di un bicchiere, aperta per due giorni e ho riprovato il vino: senza mostrare alcuna traccia ossidativa, i profumi si sono aperti, con contorni floreali e speziati in particolare rilievo, e la “bocca” ha espresso la rassicurante classe del Sassicaia dei giorni migliori, vellutato, quasi opulento eppure dinamico e scattante; l’impuntatura finale è scomparsa, il tannino è finemente integrato, ma è rimasta quella sottile e gradevole vena di freschezza acida a dare “respiro” alla beva e un finale interminabile a sancirne il valore e le prospettive future.
Più un vino è profondo, più si deve analizzare in profondità.
Chi si ferma – in superficie – è perduto.

I FEDELISSIMI, ovvero quelli che non tradiscono mai: SAN LEONARDO

Nella piccola verticale di San Leonardo, pubblicata lo scorso anno qui, avevo forzatamente – vedi tappo balordo – rimandato il giudizio sull’annata 2016. Ho probabilmente preso un margine sin troppo ampio di tempo per tornare a trattarne, ma il grande potenziale di longevità del rosso dei Marchesi Guerrieri Gonzaga consente di rendere attuali per molti anni ancora queste brevissime riflessioni che non riservo ai soli abbonati perché, giusto per ripagare l’attesa, mi pare opportuno che tutti i lettori sappiano e non si stupiscano dell’ennesima prova di grandezza del San Leonardo.
Certo l’annata è favorevole, la coltre dolce e matura di frutto e tannini che la caratterizza ha un effetto avvolgente e quasi ammaliante, ma il carattere del vino non cambia direzione, mantenendo magicamente intatte le sue innate doti di freschezza ed eleganza.

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