SELEZIONE VINI 2021: FONTODI

Curiosamente i quattro rossi presentati nei mesi scorsi in assaggio da Fontodi facevano parte della stessa annata 2018 e trattandosi, nella sostanza, di tre Chianti Classico (Fontodi, Filetta di Lamole e Gran Selezione Vigna del Sorbo), con l’aggiunta di un “Igt” (Flaccianello della Pieve) sempre a base di Sangiovese, esistevano tutti i presupposti per una prevedibile omogeneità di valori. Come è facile immaginare, è successo quasi il contrario. La diversità riscontrata non sarebbe poi così sorprendente se teniamo conto delle caratteristiche dei vari vigneti, della loro età, collocazione come pure della caratterialità innata del Sangiovese; tuttavia il disallineamento è risultato particolarmente marcato proprio sui due vini più ambiziosi e a un Vigna del Sorbo, intenso ma anche scomposto e indecifrabile, almeno in questa fase, ha risposto una delle versioni più riuscite del Flaccianello, possente ma anche rigoroso, compatto e profondo.

Certo lo stile è di quelli che non ammettono mezze misure e chi ama i Sangiovese languidi, dai toni sfumati, difficilmente può restarne affascinato ma questo è un aspetto che accompagna quasi da sempre il Flaccianello che, come altri vini dalle caratteristiche spiccate e magari opposte, continuerà a dividere gli appassionati. Come ho detto e scritto in almeno sette-otto mila occasioni, il punto debole di un vino non è costituito dal tipo di stile adottato – le preferenze possono essere soggettive e mutevoli – ma dalla sua assenza, dal vuoto di personalità e identità.
Non è evidentemente il caso del Flaccianello.

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

SELEZIONE VINI 2021: VECCHIE TERRE DI MONTEFILI

La precisione tecnica, espressione che tradotta in positivo non significa omologazione ma estrema nitidezza aromatica, unita alla robustezza strutturale, derivante da una conduzione del vigneto che non lascia evidentemente niente al caso, costituiscono il punto di ripartenza dei vini delle Vecchie Terre di Montefili. Austeri e compatti, non lasciano, almeno in fase giovanile, molto spazio alle emozioni ma anche in un’annata come la 2017 esprimono con sicurezza il loro carattere, sia con i vini a base di sangiovese sia con una splendida versione del Bruno di Rocca (cabernet sauvignon con aggiunta di sangiovese).

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

I VINI DI PANZANO IN CHIANTI

Panzano in Chianti rientra nei confini del comune di Greve in Chianti ma, come tutti gli appassionati sanno, costituisce un’entità ben distinta per storia, caratteristiche e “peso” qualitativo della sua produzione complessiva.
Merita, pertanto, una vetrina riservata, anche se limitata alla riproduzione dei commenti sui vini assaggiati nello scorso anno delle aziende che fanno parte dell’Unione Viticoltori Panzano . 
Il documento, in formato pdf facilmente scaricabile qui, è riservato agli abbonati.

 
 

 

FONTODI e la FINEZZA

Nelle antiche cronache Fontodi, a Panzano in Chianti, era considerato un luogo privilegiato per la coltivazione dell’uva; si diceva, infatti, che vi nascessero “vini fini”, nell’accezione che aveva il termine fine, oggi utilizzato solo come sinonimo di elegante, delicato, sottile. I vini fini erano invece ritenuti quelli dove certamente erano presenti caratteristiche di eleganza ma anche di intensità e, soprattutto, di distinzione, quindi di personalità. Soltanto la piena ed equilibrata maturità delle uve costituiva il presupposto della finezza e non era così facilmente raggiungibile come si può pensare oggi; non tanto per questioni climatiche, che pure sono cambiate molto, e neppure per la gestione strettamente viticola ma, essenzialmente, per problemi collegati alla sanità delle uve che fino a 50/60 anni fa era garantita quasi esclusivamente dalle condizioni ambientali: le posizioni alte, aperte, ben esposte e ben ventilate (le sommità delle colline, i poggi, i “bricchi”) con buoni terreni da vigna, avevano l’esclusiva nella produzione di “vini fini” dato che solo le loro uve arrivavano sane fino a piena maturazione.

Fontodi era una di queste e, certamente, lo è ancora. Però se si assaggiano – come capitato di recente – i vini di annate calde e aride come la 2017 non si pensa alla finezza ma alla potenza, alla ricchezza, alla concentrazione, talvolta anche eccessive.
Un segno dei tempi che cambiano, evidentemente, ma datemi l’annata giusta (2018?) e l’antica finezza (non solo l’eleganza) di Fontodi tornerà a distinguersi e farsi valere.

 

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

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