FONTODI e la FINEZZA

Nelle antiche cronache Fontodi, a Panzano in Chianti, era considerato un luogo privilegiato per la coltivazione dell’uva; si diceva, infatti, che vi nascessero “vini fini”, nell’accezione che aveva il termine fine, oggi utilizzato solo come sinonimo di elegante, delicato, sottile. I vini fini erano invece ritenuti quelli dove certamente erano presenti caratteristiche di eleganza ma anche di intensità e, soprattutto, di distinzione, quindi di personalità. Soltanto la piena ed equilibrata maturità delle uve costituiva il presupposto della finezza e non era così facilmente raggiungibile come si può pensare oggi; non tanto per questioni climatiche, che pure sono cambiate molto, e neppure per la gestione strettamente viticola ma, essenzialmente, per problemi collegati alla sanità delle uve che fino a 50/60 anni fa era garantita quasi esclusivamente dalle condizioni ambientali: le posizioni alte, aperte, ben esposte e ben ventilate (le sommità delle colline, i poggi, i “bricchi”) con buoni terreni da vigna, avevano l’esclusiva nella produzione di “vini fini” dato che solo le loro uve arrivavano sane fino a piena maturazione.

Fontodi era una di queste e, certamente, lo è ancora. Però se si assaggiano – come capitato di recente – i vini di annate calde e aride come la 2017 non si pensa alla finezza ma alla potenza, alla ricchezza, alla concentrazione, talvolta anche eccessive.
Un segno dei tempi che cambiano, evidentemente, ma datemi l’annata giusta (2018?) e l’antica finezza (non solo l’eleganza) di Fontodi tornerà a distinguersi e farsi valere.

 

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

I VINI DEL CASTELLO DEI RAMPOLLA

È piuttosto raro trovare un filotto di vini di livello così elevato ma, trattandosi del Castello dei Rampolla, viene meno qualsiasi forma di stupore. E se non mi ha sorpreso il fatto che il d’Alceo 2015 esibisca lampi da autentico fuoriclasse o che il Sammarco 2015 stia a ricordare quanto a Panzano anche il Cabernet sappia di territorio, sono rimasto interdetto nello scoprire che quel delizioso rosso del 2018 dal curioso, originale e divertente nome di Liù fosse un Merlot in purezza. Ora, io che predico costantemente di essere sempre liberi da pregiudizi, soprattutto quando si assaggia, debbo confessare i miei forti dubbi sulla valenza del vitigno principe della rive droite di Bordeaux coltivato dalle nostre parti (e non mi riferisco solo alla Toscana). Poi succede che da Rampolla mi propongono non un Vieux Château Certan né, tanto meno, un Petrus, ma un apparentemente innocuo Liù e le mie convinzioni un po’ vacillano. Merito di Panzano o la 2018 è davvero l’annata della riscossa del Merlot?

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I VINI DI TENUTA DEGLI DEI

Sin dagli esordi i vini di Tenuta degli Dei, indipendentemente dalle tipologie di appartenenza – dal Chianti Classico al Cavalli Tenuta degli Dei (ricavato da uve internazionali), sono sembrati ispirati e legati fra loro da un modello stilistico di riservata eleganza. E anche quando sono in gioco annate con caratteristiche più ruvide e scorbutiche, come è capitato negli assaggi della scorsa estate, il filo conduttore resta il solito: ricerca di equilibrio, compostezza e distinzione. Un esercizio di coerenza e continuità che merita di essere sottolineato.

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