TERRE DEL MARCHESATO

Attiva nel territorio da una ventina di anni, Terre del Marchesato produce vini ben strutturati con una gamma di etichette distribuita tra Bolgheri Doc e una serie di selezioni da monovitigno articolate tra un Cabernet Sauvignon (Tarabuso), un Merlot (Aldone) e perfino un Petit Verdot dedicato al titolare della cantina, Maurizio Fuselli. Fino a pochi anni fa era presente anche un Syrah in purezza (Marchesale) che oggi è diventato un Bolgheri Superiore Doc dal singolare uvaggio: per metà syrah e per metà un classico mix di uve bordolesi.
Ed è anche il vino, tra quelli provati quest’anno, dal profilo stilistico più definito e improntato all’equilibrio e alla bevibilità, due obiettivi difficili da cogliere in un’annata complicata come la 2017 ma che sono stati raggiunti rinunciando probabilmente (e opportunamente) a una ipotetica frazione di complessità supplementare.

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

I VINI DI POMONA

La struttura non fa mai difetto ai vini della Fattoria Pomona di Monica Raspi ma i caratteri che risaltano maggiormente sono l’equilibrio, la compostezza, il senso di naturalezza e di raccordo territoriale che esprimono anche se sull’etichetta c’è scritto Cabernet Sauvignon invece che Chianti Classico. E quando parlo di naturalezza mi riferisco unicamente alle sensazioni che ricevo dal bicchiere, senza curarmi troppo delle dichiarazioni formali effettuate dai produttori medesimi ovvero se l’azienda è bio, se usa lieviti selezionati o no, se diserba, vendemmia a mano e via dicendo. Ognuno è libero di raccontare la storiella che preferisce come io sono libero di dare credito al bicchiere che ho di fronte.
Per tornare al titolo, i vini di Pomona assaggiati quest’anno – Chianti Classico, Cabernet Sauvignon e Piero Rosso – posso dire che raccontano storie forse semplici ma molto piacevoli e sincere. E non è davvero poco.

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VALLEPICCIOLA

Vigneti estesi per ben 105 ettari nel territorio del Chianti Classico e una cantina di nuovissima concezione sono il biglietto da visita di Vallepicciola, azienda di recente fondazione che nasce con propositi che non possono non essere ambiziosi. Al di là delle prevedibili velleità qualitative, Vallepicciola si distingue per il grande spazio concesso nelle sue vigne alle varietà internazionali – dal merlot al cabernet franc, dal cabernet sauvignon al pinot nero, senza dimenticare lo chardonnay. Una scelta che può senz’altro apparire come originale, visto che siamo in un’area coperta da una denominazione storica, ma alla resa dei conti quello che conta è produrre vini di alta qualità e le etichette di Chianti Classico non sono comunque marginali rispetto alla proposta complessiva.

Per quanto riguarda i vini assaggiati in questa stagione debbo dire che confermano le impressioni ricevute lo scorso anno: vini ben strutturati e tecnicamente irreprensibili che formano un insieme compatto e affidabile. Sul piano della caratterizzazione invece qualcosa ancora manca ed è piuttosto bizzarro, ma forse non casuale, il fatto che il vino che ho apprezzato maggiormente (il Pievasciata) sia il meno costoso del gruppo e, teoricamente, il più semplice.
Ma l’azienda è giovane, ha un potenziale di rilievo e il tempo gioca dalla sua parte.

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I VINI DI QUERCIABELLA

Querciabella e Camartina (azienda e vino) costituiscono un binomio difficilmente separabile: come ne nomini una non puoi evitare di citare l’altra. Eppure l’azienda grevigiana, in un contesto (è bene ricordarlo) di scelte viticole imperniate da inizio secolo su principi biodinamici, di frecce al proprio arco ne possiede più d’una, a partire dalle ben caratterizzate interpretazioni di Chianti Classico per chiudere con il Batàr, forse il bianco più rinomato della regione, passando per un’altra serie di etichette importanti (Palafreno su tutte). Ma il Camartina (uvaggio di cabernet sauvignon e sangiovese) continua a essere la bottiglia più rappresentativa e capace nelle annate migliori di lasciare un segno quasi indelebile nella memoria di chi lo assaggia. Il millesimo 2016, provato di recente, sembra possedere le virtù necessarie per farsi ricordare a lungo e non fatevi ingannare se inizialmente, all’apertura, è restìo a rivelarsi: quel che non concede subito lo dona, con gli interessi, nel corso del tempo.

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I BOLGHERI DI VILLANOVIANA

Dalla rilettura delle note di assaggio stilate quest’anno sui vini di Villanoviana è emersa un’ulteriore conferma del valore potenziale delle aziende bolgheresi di recente fondazione. E non solo per motivi di generico apprezzamento qualitativo, ma per la consapevolezza e la maturità stilistica percepite, per la capacità di realizzare vini dotati di una ricchezza naturale e non esibita, per l’evidente ricerca di equilibrio e bevibilità, soprattutto in coincidenza con millesimi poco propizi come è stato il 2017. E senza dimenticare la “democratica” attenzione estesa anche alle etichette minori, come testimonia la sorprendente riuscita del Vermentino Teia.

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