IL PUNTO SU BOLGHERI e SAN GUIDO

Cercherò di rimediare al ritardo di pubblicazione degli assaggi relativi al Sassicaia 2017 e Guidalberto 2018, come di altri vini bolgheresi usciti lo scorso anno, anticipando le prime impressioni sulle annate in uscita in questa stagione. Tutti ormai conoscono le difficoltà dell’annata 2017; quello che ho scritto ripetutamente sinora, anche parlando di altre tipologie e denominazioni, è replicabile per Bolgheri con un dato aggravante: i vini bolgheresi  basati prevalentemente sul cabernet (franc e sauvignon) e sul merlot, debbono fare i conti – e quadrarli, ovvero raggiungere un equilibrio – con masse polifenoliche più ingombranti di quelle che, ad esempio, si possono ricavare da un sangiovese. Il millesimo 2017, come ribadito più volte, si è trascinato da subito il problema della maturità fenolica con vini che, nonostante mille accorgimenti, mostrano secchezze e ruvidità assortite. Se un’annata del genere fosse capitata non un secolo ma solo dieci anni fa i risultati sarebbero stati probabilmente quasi tragici, ma oggi, grazie all’accresciuto bagaglio di conoscenze ed esperienze accumulato nel frattempo, è stata fronteggiata – un po’ in tutte le zone – nel modo migliore.

In buona sostanza la curiosità o stranezza sta nel fatto che ho potuto rilevare in questa annata una differenza di valori, tra i vini solitamente considerati di punta e gli outsider, assai contenuta, per non dire quasi nulla, quando, generalmente, è proprio nelle annate precarie che la forbice si allarga. Il Sassicaia 2017, tanto per non girare troppo intorno alla questione originaria, è comunque sempre in vetta alle preferenze ma, come accennato, con un margine più ristretto del passato nei confronti di altri vini.

La vera sorpresa pervenuta dalla Tenuta San Guido è data invece dall’eccellente performance del Guidalberto 2018, dalla beva freschissima ed elegante, che innesca la curiosità e l’attesa per i vini della zona in prossimità di uscita visto che l’annata presenta caratteristiche favorevoli, per una volta, anche all’affermazione dei Merlot.

Le prime, fugaci impressioni derivate dall’assaggio delle nuove annate di San Guido, come del resto è capitato per i vini de Le Macchiole (recensiti qui), sono state decisamente favorevoli….

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I VINI DEL CASTELLO DEI RAMPOLLA

È piuttosto raro trovare un filotto di vini di livello così elevato ma, trattandosi del Castello dei Rampolla, viene meno qualsiasi forma di stupore. E se non mi ha sorpreso il fatto che il d’Alceo 2015 esibisca lampi da autentico fuoriclasse o che il Sammarco 2015 stia a ricordare quanto a Panzano anche il Cabernet sappia di territorio, sono rimasto interdetto nello scoprire che quel delizioso rosso del 2018 dal curioso, originale e divertente nome di Liù fosse un Merlot in purezza. Ora, io che predico costantemente di essere sempre liberi da pregiudizi, soprattutto quando si assaggia, debbo confessare i miei forti dubbi sulla valenza del vitigno principe della rive droite di Bordeaux coltivato dalle nostre parti (e non mi riferisco solo alla Toscana). Poi succede che da Rampolla mi propongono non un Vieux Château Certan né, tanto meno, un Petrus, ma un apparentemente innocuo Liù e le mie convinzioni un po’ vacillano. Merito di Panzano o la 2018 è davvero l’annata della riscossa del Merlot?

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

I VINI DI TENUTA LE CALCINAIE

Raramente mancano motivi di originalità e interesse nell’assaggio dei vini di Simone Santini de Le Calcinaie. Lo spunto principale è stato offerto dalla Vernaccia Riserva Vigna ai Sassi 2016 che avevo già provato e recensito in passato e che ho testato nuovamente nei mesi scorsi ricavandone un giudizio decisamente più lusinghiero. Può capitare, le bottiglie non sono tutte uguali ed è piuttosto frequente verificare la presenza di tappi che, permettendo un maggior passaggio di ossigeno, modificano l’assetto di un vino ma, quale che sia l’origine del disguido, mi sembra opportuno e doveroso correggere il tiro per segnalare l’eccellente esibizione di questa seconda prova che, in ogni caso, testimonia, una volta di più, le capacità evolutive della Vernaccia di San Gimignano.
Ma anche a Le Calcinaie, come in altre aziende sangimignanesi, i vini rossi stanno recitando un ruolo sempre più incisivo. In questa occasione si è distinto per carattere, esecuzione e originalità il rosso MoniRé, singolare combinazione tra uve sangiovese e cabernet sauvignon lasciate ad appassire in fruttaio similmente a un Amarone della Valpolicella. Il risultato è un vino di quasi 17 gradi dall’equilibrio davvero sorprendente.

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ISOLE E OLENA

Assaggio da una vita i vini di Paolo De Marchi e debbo confessare che assai raramente ne sono stato deluso. E in quei pochissimi casi il colpevole principale non era il vino ma un tappo non perfetto. Una premessa funzionale a rafforzare la percezione dell’attendibilità con la quale si propongono da sempre i vini di Isole e Olena.
Nelle degustazioni di quest’anno hanno primeggiato il Cepparello e il Cabernet Sauvignon, oltre a una straripante versione 2009 del Vin Santo. Ma anche il resto della gamma non ha perso colpi.
E i tappi, stavolta, non hanno giocato scherzi.

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I VINI DI MONTEVETRANO

Rivoluzionario ai suoi esordi, e non solo perché un cabernet con aggiunte di aglianico non si era mai visto ma anche per l’energia trascinante che esprimeva senza smarrire la sua aristocratica compostezza, il Montevetrano può oggi ritenersi un vero classico dell’enologia campana. Poche cose, oltre a un’aggiunta di merlot e una presenza più consistente di aglianico (inserite già da tempo), sono cambiate rispetto alle origini, ma con il tempo il Montevetrano ha probabilmente perso un po’ di verve rivoluzionaria, è maturato stilisticamente verso forme più lineari e prevedibili, senza tuttavia arrivare, se proprio vogliamo forzare questo parallelo socio-enoico, ad “imborghesirsi” del tutto.
Facendo il punto sugli assaggi di quest’anno, il Montevetrano 2018, si mostra dapprima aperto e prodigo di promettenti evoluzioni e poi intransigente e arroccato su sé stesso, in un’alternanza di sensazioni legata certamente alla gioventù del vino ma, credo e voglio sperare, anche alla presenza di un carattere non del tutto imbrigliato.

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