Il successo dei vini de Le Macchiole è consolidato da tempo, i trofei si accumulano, molti produttori non farebbero altro che celebrarli, ma non Cinzia Merli che è più critica di qualsiasi critico nei confronti dei suoi vini: c’è una punta di alcol in più, il tannino non è del tutto maturo, manca l’allungo finale, un pizzico di freschezza supplementare non avrebbe guastato, si sente troppo il rovere, i profumi sono coperti e così via…Non sono parole sue ma le mie traduzioni – spero di non sbagliarmi ma conosco Cinzia da un po’ di tempo – dei suoi sguardi perplessi o delle sue smorfie che si accentuano non solo se non condivide le critiche ma anche quando c’è qualcuno che la lusinga ed esalta eccessivamente il Messorio, il Paleo o lo Scrio anche in annate che lei non trova così ben riuscite. Perché, evidentemente, cerca un confronto serio e non complimenti a buon mercato.
Parto da questa premessa perché nel resoconto degli assaggi delle annate 2017, 2018 e 2019 (le ultime due in anteprima) dei tre rossi sopra citati, le mie considerazioni (leggibili in zona abbonati) evitano le lusinghe, abbondano di apprezzamenti ma non sono esenti da critiche: sempre nel segno del confronto.
TENUTA DI GHIZZANO
Non è per niente facile mantenere un profilo stilistico costante e riconoscibile quando le annate tendono sistematicamente a estremizzare: da calde e aride a verdi e immature. Ma il perseguimento di uno stile è uno degli obiettivi, o forse l’obiettivo, di Ginevra Venerosi Pesciolini nella Tenuta di Ghizzano, proprietà secolare della famiglia, nell’incastro dai contorni morbidi e quasi nascosti delle colline pisane; e non può, evidentemente, essere disatteso.
Prendiamo ad esempio due annate quasi contrapposte tra loro: la 2017 e la 2018. La prima perfettamente corrispondente al modello “caldo-arido” sopra citato, la seconda non proprio “verde e immatura” ma sicuramente più fresca e diluita. Nel primo caso emerge un Nambrot, merlot in prevalenza, come portatore di una freschezza inattesa, nel secondo un più semplice Il Ghizzano (di cui ho già trattato qui), dalle rotondità non meno sorprendenti. Entrambi i vini convergono, con tutte le loro diversità, nel cercare una forma di equilibrio e, possibilmente, di eleganza: due caratteri che del resto costituiscono da sempre le fondamenta del Veneroso, capostipite dei vini aziendali.
TERRE DEL MARCHESATO
Attiva nel territorio da una ventina di anni, Terre del Marchesato produce vini ben strutturati con una gamma di etichette distribuita tra Bolgheri Doc e una serie di selezioni da monovitigno articolate tra un Cabernet Sauvignon (Tarabuso), un Merlot (Aldone) e perfino un Petit Verdot dedicato al titolare della cantina, Maurizio Fuselli. Fino a pochi anni fa era presente anche un Syrah in purezza (Marchesale) che oggi è diventato un Bolgheri Superiore Doc dal singolare uvaggio: per metà syrah e per metà un classico mix di uve bordolesi.
Ed è anche il vino, tra quelli provati quest’anno, dal profilo stilistico più definito e improntato all’equilibrio e alla bevibilità, due obiettivi difficili da cogliere in un’annata complicata come la 2017 ma che sono stati raggiunti rinunciando probabilmente (e opportunamente) a una ipotetica frazione di complessità supplementare.
ASSAGGI (MOLTO) SPARSI N. 8
Come enunciato nel titolo, il gruppo di vini recensiti in questa occasione è davvero molto sparso perché raccoglie 6 rossi di denominazioni, o meglio, tipologie diverse e produttori diversi, vale a dire che ho selezionato solo un vino per azienda. In comune hanno il fatto di essere tutti decisamente interessanti e meritevoli di essere segnalati anche se, riuniti insieme, non sono evidentemente confrontabili tra loro.
Due i Chianti Classico – Borgo Scopeto Gran Selezione 2016 e Buondonno, Casavecchia alla Piazza 2018 – ben distinti da annata e tipologia; dalla Romagna proviene il Massicone 2013, uvaggio di cabernet sauvignon e sangiovese, dell’azienda Castelluccio; da Carmignano il sorprendente Barco Reale 2019 del Podere Il Sassolo; da Le Palaie – colline pisane – arriva invece l’uvaggio bordolese Bulizio 2015, per chiudere infine con il Liborio, un Merlot bolgherese prodotto dall’azienda Pietranova.
VALLEPICCIOLA
Vigneti estesi per ben 105 ettari nel territorio del Chianti Classico e una cantina di nuovissima concezione sono il biglietto da visita di Vallepicciola, azienda di recente fondazione che nasce con propositi che non possono non essere ambiziosi. Al di là delle prevedibili velleità qualitative, Vallepicciola si distingue per il grande spazio concesso nelle sue vigne alle varietà internazionali – dal merlot al cabernet franc, dal cabernet sauvignon al pinot nero, senza dimenticare lo chardonnay. Una scelta che può senz’altro apparire come originale, visto che siamo in un’area coperta da una denominazione storica, ma alla resa dei conti quello che conta è produrre vini di alta qualità e le etichette di Chianti Classico non sono comunque marginali rispetto alla proposta complessiva.
Per quanto riguarda i vini assaggiati in questa stagione debbo dire che confermano le impressioni ricevute lo scorso anno: vini ben strutturati e tecnicamente irreprensibili che formano un insieme compatto e affidabile. Sul piano della caratterizzazione invece qualcosa ancora manca ed è piuttosto bizzarro, ma forse non casuale, il fatto che il vino che ho apprezzato maggiormente (il Pievasciata) sia il meno costoso del gruppo e, teoricamente, il più semplice.
Ma l’azienda è giovane, ha un potenziale di rilievo e il tempo gioca dalla sua parte.




