FATTORIA SAN DONATO

Non scopro niente di nuovo a segnalare la Fattoria di San Donato tra le aziende più affidabili e continue nel tempo in quel di San Gimignano. Le varianti tra un anno e l’altro sono costituite essenzialmente dai confronti interni: in tema di Vernaccia, è migliore la selezione Angelica o la Riserva Benedetta, oppure, spostandosi sul fronte dei vini rossi – San Donato è una di quelle aziende che porta a dubitare se la vocazione sangimignanese sia solo bianchista – è più riuscito il Chianti Colli Senesi Fiamma o il Merlot Arrigo?
I vini mantengono nell’insieme un profilo stilistico equilibrato che non abbraccia nessun orientamento in modo radicale ma sono semplicemente coerenti con i terreni e il microclima di San Donato oltre che con i caratteri di ogni singola annata.

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

I VINI di TOLAINI

A mantenere vivo il ricordo del compianto Pierluigi Tolaini, scomparso pochi mesi fa, ci sono e ci saranno sempre i suoi vini. In questa stagione di assaggi ne ho provati cinque con riscontri complessivamente positivi anche se non c’è stato un vero stacco tra le etichette di punta e quelle meno ambiziose, che, in effetti, non sono risultate meno convincenti….Segue per gli abbonati

I VINI di CASTELLARE DI CASTELLINA

 

Credo sia la prima volta, in tanti anni che assaggio i vini di Castellare, che resto così colpito dal merlot in purezza Poggio ai Merli. Solitamente sono i vini a base di sangiovese, dai Chianti Classico a I Sodi di San Niccolò, a dettare legge nella gerarchia qualitativa dei vini dell’azienda di Castellina in Chianti, ma il fatto che già lo scorso anno sia rimasto abbagliato dalla sorprendente versione 2015 del cabernet sauvignon Coniale costituisce un precedente quasi preoccupante. Ma dopo una rapida verifica su altri assaggi di vini derivanti da uve bordolesi, Bolgheri compreso, effettuati quest’anno, posso confermare che è ancora il sangiovese a darmi le maggiori emozioni. Non ci sono dubbi.

Ciò non toglie che, non mi stancherò mai di dirlo, non si debbano giudicare i vini in base a pregiudizi relativi a tipologie, vitigni, zone di produzione, fama dei produttori, metodi di vinificazione e affinamento, mode del momento e via dicendo.

Nel caso dei vini di Castellare, un ruolo decisivo lo hanno giocato le diverse annate presentate per cui non c’è da stupirsi se, per una volta, le pur buone Riserve di Chianti Classico 2017 si siano fatte scavalcare dal Coniale 2016 e dal Poggio dei Merli 2018.

Una cornice a parte, seppur già ottimo, la merita invece I Sodi di San Niccolò che ha dalla sua un’annata importante come la 2016 ma che, proprio per la sua maggiore complessità, necessita di tempi di sviluppo più ampi rispetto alla prontezza innata di un merlot. Mi riprometto, quindi, di testarlo nuovamente tra qualche mese.

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I VINI di AVIGNONESI

 

Molti ricordano Avignonesi per quegli opulenti, densissimi e dolcissimi Vin Santo di Montepulciano e, segnatamente, per il loro leggendario Occhio di Pernice. A qualche piano sottostante, in termini di notorietà, si piazzava il Toro Desiderio, uno dei primissimi e apprezzati Merlot in purezza toscani, mentre buoni ma prevedibili, decisamente convenzionali nello stile e non così memorabili erano i Nobile dell’azienda appartenuta un tempo alla famiglia Falvo.
Le cose, compresa la proprietà, sono cambiate da un po’ di anni, l’azienda è oggi diretta da una volitiva signora belga, Virginie Saverys, che ha convertito, sin dall’inizio e con assoluta dedizione, la gestione dei vigneti (175 ettari!) alle pratiche biodinamiche, con l’evidente intento di rivoluzionare la filosofia e gli obiettivi aziendali, partendo dagli atteggiamenti operativi nel quotidiano e proiettandoli in un’ottica futura, con conseguenze teoricamente inevitabili sullo stile dei vini.

A questo punto è però opportuno sottolineare che, dato che la mia  equidistanza da posizioni ideologiche è proverbiale e famosa – almeno tra le mura domestiche – quanto l’Occhio di Pernice di Avignonesi, per me il fatto di sapere che un produttore è o non è bio non sposta di un millimetro le valutazioni dei suoi vini. Anche perché assaggiando alla cieca non potrei avere alcuna informazione al riguardo.

Venendo quindi al sodo, taglio corto dicendo che non ho provato in questa occasione i mitici vini dolci della Casa ma solo i rossi e debbo ammettere che non ho memoria di averli apprezzati in passato in modo altrettanto unanime e soddisfacente. E tanto per offrire qualche dettaglio supplementare, condenserò sommariamente lo stacco stilistico con i “vecchi” Avignonesi in due parole: dinamismo e profondità. In sintesi, sono questi gli aspetti più vistosi che mi hanno colpito ma potrei aggiungere la percezione evidente di una palpitante naturalezza espressiva e altro ancora che chi è abbonato potrà ricavare dalla lettura delle note di assaggio.

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Campo al Sole 2016 GIRI DI VITE

TOSCANA IGT VIGNETO CAMPO AL SOLE 2016 GIRI DI VITE

Mi piace l’idea, un po’ sfrontata, di scrivere “Selezione di Cabernet e Merlot” in un’etichetta che, poco sotto, riporta, come luogo di produzione, Radda in Chianti.
Che cos’è una provocazione o, addirittura, una profanazione della sacralità di un territorio votato al sangiovese e nemico giurato delle uve bordolesi?

Né l’una né l’altra, ovviamente, ma è stato decisamente stuzzicante il riscontro scaturito dall’assaggio del “Campo al Sole” dell’azienda Giri di Vite, un rosso in grado di far convivere una densità di struttura tipicamente cabernémerlottosa con una tensione, una freschezza e una scia sapida che mi hanno fatto subito immaginare una collocazione chiantigiana non disgiunta dalla presenza di una quota percentuale di sangiovese. Insomma, il Campo al Sole è risultato essere una piacevolissima sorpresa non solo per il senso di giusta maturità del frutto, l’armonia complessiva e la tessitura profonda ma anche per l’imprevista congiunzione con i caratteri peculiari dell’area raddese e chiantigiana.
È facile arrivare a concludere che la forza di un territorio va ben oltre le singole varietà ma raggiungere tale obiettivo con una Selezione di Cabernet e Merlot non è davvero cosa da poco.

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