BORDEAUX PRIMEURS 2022. Degustazione UGCB: Pomerol e Saint-Emilion

Cambiano le zone, in questo caso cambia l’intero fronte visto che dalla riva sinistra ci spostiamo sulla destra, nell’area dove il vitigno principale non è più il Cabernet Sauvignon ma il Merlot, spesso accompagnato dal Cabernet Franc. I caratteri di calore e secchezza del millesimo dovrebbero, sul piano delle elucubrazioni puramente teoriche, aver prodotto disastri vista la tendenza del Merlot a maturare precocemente, ad accumulare zuccheri – quindi alcol –  a calare in acidità, ad assorbire con facilità aromi surmaturi. Invece, al contrario, succede quel che non ti aspetti – la freschezza e l’equilibrio prevalgono – e pensi anche di aver elucubrato male, di essere arrivato a conclusioni frettolose, fantasiose e via dicendo. La 2022 sta solo a dimostrare che siamo troppo attenti a tenere di conto degli effetti superficiali e non di quelli meno apparenti, ci accorgiamo quindi di ciò che ci tocca anche personalmente e si controllano le temperature medie, i giorni senza pioggia e si perde di vista – ma è normale perché non lo vediamo – quel che succede all’interno dei terreni, alla composizioni di suolo e sottosuolo, alla loro profondità e alla loro reazione – drenante o meno – con l’acqua, all’età dei vigneti, all’azione dei portainnesti e via dicendo. Un’annata che, al di là di facili slogan, rivaluta il ruolo del territorio: il rapporto tra calore esterno e freschezza interna, in estrema sintesi,  è la chiave di volta e rende comprensibile e giustificabile la risposta sorprendente ricevuta dai Merlot di questo millesimo negli assaggi effettuati all’Hangar 14. Alle visite specifiche, e debbo aggiungere anche entusiasmanti, effettuate, in precedenza, in altri Château del territorio (Angelus, Ausone, Figeac, Lafleur) dedicherò nei prossimi articoli adeguati approfondimenti.

Gli abbonati possono consultare qui le note di degustazione.

SELEZIONE VINI 2023/2024: TOLAINI

Non dico niente di nuovo, ribadisco anzi un concetto che ho espresso più volte e sintetizzo così: la sensibilità e l’intelligenza di un produttore non sono meno importanti del valore innato di un territorio ovvero senza un territorio vocato non si può fare vino ma quanto esso possa essere buono dipende essenzialmente dalle scelte delle persone che lo realizzano.
Lo spunto per tale affermazione me lo ha fornito l’assaggio dei vini di Tolaini, cantina attiva da un quarto di secolo a Castelnuovo Berardenga. Non ho difficoltà ad ammettere che non sono mai stato entusiasta della produzione proposta fino a pochi anni fa. Vini certamente poco criticabili sul piano tecnico ma anche poco comunicativi e portatori di uno stile vago, convenzionale, tendenzialmente internazionale, con il Sangiovese relegato inizialmente a un ruolo da comprimario, come raramente capita di osservare in Chianti Classico. Certamente nel corso degli anni non sono mancate alcune interpretazioni azzeccate e bottiglie di pregio ma, in rapporto al notevole impegno (non solo in termini di investimenti ma anche di passione) profuso dalla proprietà, sono state sporadiche e mai del tutto convincenti su tutta la linea.
D’altro canto è pur vero che il passaggio a una maturità stilistica compiuta richiede tempo, è frutto di una somma di esperienze che portano attraverso vari passaggi a individuare il percorso giusto e non è mai precisamente replicabile da una realtà all’altra. Ecco quindi che oggi Lia Tolaini Banville, dopo aver affiancato per anni il compianto Pier Luigi Tolaini, padre e fondatore dell’azienda, è riuscita, con il supporto fondamentale dello staff tecnico interno diretto dall’enologo Francesco Rosi, ad aprire e consolidare un tracciato che punta a valorizzare gli aspetti di naturalezza e territorialità dei vini rispettando la ricerca dell’equilibrio: una frase che assomiglia a uno slogan già sentito ma che tradotta in concreto significa evitare i protocolli rigidi, le surmaturazioni, l’uso eccessivo di rovere nuovo e di metodi estrattivi, tanto per sottolineare alcuni aspetti. Nello specifico oggi si preferisce calibrare gli interventi con misura, in funzione della tipologia e delle caratteristiche dell’annata, puntando in certi casi a macerazioni anche molto lunghe ma limitando i rimontaggi e abolendo o quasi la pratica del délestage, facendo minor uso di legni piccoli in favore di contenitori gradualmente più ampi e in buona sostanza monitorando l’evoluzione con assaggi sistematici. I vini hanno così iniziato ad assumere una forma più proporzionata e decifrabile, sono più bilanciati ed espressivi, il Sangiovese è tornato al centro delle attenzioni ma l’eccellente potenziale evidenziato anche dalle uve bordolesi – cabernet sauvignon, franc e merlot – non è stato certamente disperso.

Il resoconto degli assaggi è consultabile qui, in area abbonati, ma posso anticipare che le maggiori sorprese arrivano dal Vallenuova 2021 (il miglior Chianti Classico “annata” mai realizzato da Tolaini) e dal Legit 2020 che giustifica – anzi Legit..tima – l’utilizzo del Cabernet Sauvignon in zona Berardenga.

Una rosea sorpresa

Debbo ammettere di sentirmi un po’ in colpa. Del vino che vado a descrivere avrei dovuto parlarne da tempo e mi sono deciso a farlo solo ora, un anno dopo la sua uscita. Confesso anche che non nutrivo molte aspettative, mi attendevo certamente un prodotto ben fatto, magari “tecnico”, un po’ piacione, poco altro. In compenso, il fatto di averlo assaggiato tardivamente ha offerto la possibilità di apprezzarne ancora di più la piacevolezza. E sono aspetti che assumono una valenza maggiore se si considera che mi sto riferendo al Calalenta, un Merlot Rosato dell’annata 2021, prodotto da Fantini, azienda che ha una struttura più commerciale che artigiana, se vogliamo usare questa definizione. Sarà che il formato magnum della bottiglia possa aver favorito la lentezza dell’evoluzione ma l’effetto finale è stato comunque sorprendente: freschezza, fragranza, dinamismo, ben combinati con un arredo aromatico dotato di sfumature dai toni prevalentemente balsamici e speziati. Certo si deve restare in un ambito circoscritto alle sensazioni più immediate, non cerchiamo segnali di territorio, l’identità è indecifrabile, può provenire da qualsiasi luogo e da qualsiasi uva, ma allo stesso tempo un vino di bella beva e buona tenuta nel tempo è già dalla parte del consumatore.

AGGIORNAMENTI: LA TENUTA DI GHIZZANO

L’incontro con i vini della Tenuta di Ghizzano, anche se svoltosi in un contesto conviviale e non proprio tecnico, mi ha rafforzato le impressioni pubblicate giusto un anno fa sulla bontà della svolta interpretativa operata da Ginevra Venerosi Pesciolini. Forse il termine svolta è un po’ eccessivo in quanto il percorso per arrivare alla visione attuale è stato graduale, ragionato e fatto di continui confronti, ma l’idea di vino proposta nei primi anni duemila si può ben dire che oggi ha compiuto, se non un ribaltamento, sicuramente un’evoluzione decisiva.
 Nell’occasione mancavano ovviamente le condizioni per stilare note e relativi punteggi ma a distanza di qualche mese mi resta forte il ricordo di un Nambrot 2018 (Terre di Pisa Doc) davvero elegante, raffinato e profondo, sicuramente tra le migliori versioni di sempre (se non La Migliore). Ma non posso tralasciare i vini – rosso e bianco, 2019 e 2020 – della linea Mimesi: il primo è un Sangiovese in purezza che concilia felicemente – cosa rara – carattere ed equilibrio e fa assumere al vitigno contorni sempre più definiti e personali; il secondo – il Mimesi Bianco – è fresco, profumato, piacevolissimo, una sorpresa assoluta considerando che a Ghizzano in un tempo neanche lontano i vini bianchi non avevano neppure “diritto di cittadinanza”…

SELEZIONE 2022/23: LA LASTRA

Se la Vernaccia (versione annata e riserva) prodotta a La Lastra è da sempre tra le più rappresentative della denominazione, è doveroso sottolineare la crescita brillante e progressiva del reparto “rossi” dell’azienda di Renato Spanu, capeggiati da un Merlot 2018 particolarmente raffinato e da un Cabernet Franc 2017 dotato di slancio e carattere.
Lo stile dei vini nel loro complesso è indirizzato senza mezzi termini sulla precisione e sulla nitidezza aromatica oltre che su una ricerca puntigliosa dei giusti equilibri che conducono verso forme eleganti e longeve.

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

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