Il Sangiovese di Collodi

 

Come molti, ho approfittato di questi giorni di clausura forzata per mettere ordine, con scarso successo, un po’ in tutte le cose che mi riguardano, dai libri alla cantina fino all’ammasso di documenti rintanati nei vari computer (tutti rigorosamente Apple) presenti tra le pareti domestiche. In un vecchio iBook portatile, di quelli fatti a conchiglia con il “guscio” arancione, tutt’ora funzionante ma poco utilizzabile, visto che il sistema operativo OS9 è oggi appena un po’ scavalcato dai tempi, ho trovato una raccolta di vecchi articoli scritti nel 2001. Uno di questi, intitolato “Il Sangiovese di Collodi”, mi è sembrato abbastanza curioso da riproporre oggi, a distanza di ben 19 anni e nella considerazione delle idee che dominavano all’epoca e di cosa è avvenuto successivamente.

E’ stato, finalmente, rintracciato, dopo lunghe indagini, un nuovo clone di Sangiovese che sgombra il campo da mille dubbi e ambiguità che riguardavano l’uva più conosciuta dell’Italia Centrale. Gli è stato, curiosamente, attribuito l’appellativo di “Collodi” che, per chi non ricordasse, è lo stesso nome dell’amena località situata in provincia di Pistoia nonché lo pseudonimo di Carlo Lorenzini, autore e creatore del personaggio di Pinocchio. Il clone in questione è una varietà che si è scoperto essere diffusissima in Toscana. In pratica buona parte dei vini a base di Sangiovese sembrano essere costituiti da questa singolare “cultivar” che dà origine a vini concentrati, scuri nel colore, dotati di notevole e robusta materia tannica, con profumi variegati e multiformi, in funzione, evidentemente, del “terroir”. Al punto che, spesso, i vini ottenuti con il “Collodi” sono assimilabili per carattere, di volta in volta, con il Montepulciano d’Abruzzo, il Cabernet Sauvignon, il Merlot, il Colorino, il Syrah, il Nero d’Avola e altre innumerevoli varietà. Una scoperta che, chiaramente, spiazza sia quei produttori che (presumibilmente con altri cloni) dal Sangiovese ottenevano tradizionalmente vini pallidi, scarni, eppur dotati di carattere, sia quei produttori che con rese bassissime, uso congeniale del rovere e, perché no, qualche pratica di salasso, erano riusciti, con molti sforzi, a, come si suol dire, cavar fuori il sangue dalle rape. Ma, soprattutto, fa tirare un sospiro di sollievo a quella nutrita schiera di vignaioli che non dovrà più raccontare imbarazzanti storielle per giustificare il misterioso uvaggio del proprio vino: sarà sufficiente indicare che è Sangiovese di Collodi. Anche chi scrive di vino si sentirà certamente sollevato perché, una volta per tutte, smetterà di ricorrere a subdole insinuazioni ma saprà decifrare e adeguatamente comunicare a chi legge la vera matrice dell’enigmatico liquido che trova nel bicchiere: un vero, autentico, buonissimo, Sangiovese (di Collodi, è ovvio) in purezza.

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