Château Ausone, cenni storici e l’attualità dei primeurs 2021

Proveniendo dalla D122, Château Ausone si trova sul bordo dell’altopiano calcareo alle porte della città di St. Emilion. La proprietà si trova in una posizione elevata dalla quale è possibile ritagliare una visione spettacolare di una parte dei vigneti dell’appellation anche se la strada di accesso che porta al cancello dello Château è piuttosto stretta e dovete sperare di non incrociare altre auto nel (fortunatamente) breve tragitto. Anche l’ingresso non gode degli spazi presenti nelle più famose proprietà del Médoc ma anche in altri Château della zona, come Cheval Blanc o Figeac, ma Ausone è sicuramente il più originale e suggestivo dal punto di vista storico-architettonico. E non è possibile parlare di Château Ausone senza ricorrere, seppur stringatamente, alle sue origini che si vogliono far risalire al poeta romano Decimius Magnus Ausonius vissuto nel quarto secolo d. c. e che per primo pare aver citato le vigne, e conseguentemente i vini, di Bordeaux. In realtà non ci sono prove e tanto meno certezze che Ausonius abbia fondato lo Château che riporta il suo nome e ci sono persino dubbi che vivesse a St. Emilion; è invece accertata la sua presenza e anche la sua ricchezza (la storia si ripete) come proprietario di terreni e vigneti in tutto il territorio bordolese. Anche le vestigia gallo-romane della città e altri resti antichi riesumati in altri crus del comprensorio (come a La Gaffelière) costituiscono una memoria indelebile ma non direttamente collegabile ad Ausonius.
In ogni caso, un primo concreto riscontro è collegato alla presenza di una torre sull’altopiano che fu ribattezzata come “Tour d’Ausone” intorno al 1550 e poi a fine ‘700, quando il proprietario Jean Cantenat assegnò allo Château il nome definitivo di Ausone. Nel frattempo i vini prodotti crescevano di reputazione e la proprietà cambiava padrone per effetto di matrimoni ed eredità fino a giungere a fine ‘800 in possesso di Édouard Dubois-Challon che successivamente acquistò anche lo Château Belair. Per farla corta e arrivare ai giorni nostri, diciamo che la proprietà è stata contesa a lungo tra i vari eredi fino a che nel 1997 una parte di essi ha tenuto Belair e l’altra (la famiglia Vauthier, attuale proprietaria), Ausone. Il lungo contenzioso ha inevitabilmente frenato interventi ed investimenti che in parte hanno influito sulla qualità del vino che però, da quando Alain Vauthier (coadiuvato oggi dai figli) ha ripreso in mano la gestione di Château Ausone, ha trovato gli impulsi giusti per recuperare il terreno perduto e riposizionarsi di slancio al vertice della denominazione.

La visita ad Ausone, effettuata la mattina del 26 aprile, non è mai asettica e clinicamente professionale perché è uno di quei luoghi che hanno in sé un’atmosfera incantata che rischia di farti immaginare il vino già prima di averlo provato. Finissimi e classici per vocazione innata, sia Château Ausone che il secondo vino, Chapelle d’Ausone, esprimono e sintetizzano con straordinaria efficacia i pregi di un’annata (2021 ovviamente) che con tutti i suoi limiti, veri o presunti, rappresenta nei fatti il modello ideale del vino che vorresti sempre bere…
Le note di degustazione e gli altri aspetti tecnici continuano qui per gli abbonati.

BORDEAUX PRIMEURS 2021. Spunti e riflessioni.

Come spesso è capitato in passato, una visita approfondita del territorio bordolese è sempre utile per avere una visione più completa di quello che bolle in pentola sul piano delle tecniche agronomiche ed enologiche, con qualche riflesso dell’effetto-marketing sullo sfondo.

Non entro nello specifico delle pratiche agronomiche ma mi limito a riportare la tendenza, in continua via di espansione, a passare alla conduzione biologica e, in non pochi casi, anche biodinamica. Non si vedono più campi resi “aranciati” dall’uso indiscriminato di diserbanti ma aumentano a vista d’occhio i filari inerbiti, come si infittiscono gli studi sul sottosuolo e sull’incidenza del flusso delle acque.

In cantina si assiste poi a una piccola rivoluzione. In alcune aziende l’uso di anfore e contenitori in ceramica è ormai qualcosa di più di un semplice esperimento o di un’esibizione di facciata e, udite, udite, in più di un caso si vanno diffondendo botti dai 18 ai 30 quintali. Si dirà, guarda che novità, noi sul sangiovese e sul nebbiolo le usiamo da sempre. Ma qui si parla di cabernet e merlot! In buona sostanza prende corpo la scelta di sostituire le barrique usate – anche una sola volta – con le botti grandi, con l’obiettivo di mantenere freschezza, tenere sotto controllo l’assorbimento di sostanze aromatiche e fenoliche dal rovere oltre che a ridurre i problemi di carattere batterico-sanitario (brettanomices..).

Non solo. Il cambiamento e l’imprevedibilità climatica hanno suggerito di registrare e aggiornare i meccanismi di estrazione dei polifenoli al punto che si attuano fermentazioni con grappolo intero e il termine – e conseguentemente la pratica – “délestage” non è più utilizzato nelle cantine bordolesi, i rimontaggi sono ormai una tecnica ridotta ai minimi termini e, anche se so benissimo che queste non sono proprio novità dell’ultima ora (se ne parlava già 12-15 anni fa), lo ribadisco ad uso e riflessione di alcune cantine nostrane che insistono con metodi che continuano stancamente a inondare il vino di una massa di tannini non solo inutile ma pure nefanda.

Sul marketing ho poco da dire se non trasmettere il messaggio che lo stile che un’azienda ha raggiunto e guadagnato in decenni di lavoro ha un valore che non può essere messo in gioco con operazioni commerciali discutibili (vedi confezioni speciali) e con esibizioni appariscenti che vanno bene per il lancio di una nuova discoteca. Per essere più esplicito, di parvenu, di selfie e altre stravaganze (e cialtronaggini) assortite ma apparentemente così in voga in Italia, a Bordeaux non ho visto traccia.
Ma, ripeto, sono semplicemente considerazioni che valgono e hanno un senso per le realtà dotate di uno stile o che almeno ambiscono ad averlo.

A seguire il Report sugli assaggi dei vini (rossi) di Graves e Pessac-Léognan.

BORDEAUX PRIMEURS 2021, prima parte

Con la complicità del lungo periodo segnato dalla presenza del Covid-19, la struttura degli assaggi organizzati ogni anno dall’Union des Grands Crus de Bordeaux ha ricevuto delle modifiche che probabilmente distingueranno la manifestazione anche negli anni a venire. In pratica non ci sono più degustazioni effettuate al tavolo – seduti – e alla cieca. Il primo giorno (lunedì) i vini degli “Châteaux” partecipanti all’evento (poco più di 120) sono in assaggio nell’ampio salone dell’Hangar 14 a Bordeaux, raggruppati per denominazione (appellation). Ogni produttore ha la sua postazione e, a disposizione degli “utenti”, vi sono dei tavolini alti, utilissimi ma anche piuttosto affollati, dove fermarsi a scrivere appunti. Nel complesso il sistema funziona e si riesce ad avere una prima impressione complessiva dell’andamento dell’annata. Nei giorni successivi, da martedì a giovedì, questi banchi di assaggio sono invece suddivisi per denominazione e predisposti nelle sale messe a disposizione dai vari Châteaux. Nella sostanza lunedì 25 aprile ho degustato tutti i vini presenti con l’eccezione dei Pauillac e dei Saint-Estephe che ho provato mercoledì 27 direttamente allo Château Pichon Longueville Comtesse de Lalande, dove erano raggruppati i vini di quelle denominazioni.
Molto più tempo e spazio ho quindi dedicato agli appuntamenti precedentemente fissati nelle proprietà (premiers crus e non solo) che non partecipano alle degustazioni collettive e che risultano poi determinanti per stabilire quali sono i confini qualitativi dell’annata.
Le classificazioni delle annate sono quanto di più vago, soggettivo e discutibile ci sia nel mondo del vino, ma il punto di riferimento nell’assegnarle è l’acquirente finale che deve capire da quei quattro numeri, che distinguono un millesimo dall’altro, quale è il migliore o almeno il più affidabile. Non è il caso, quindi, di scendere nei dettagli e nei particolari: un’annata è da definire eccellente quando l’andamento stagionale ha permesso alla stragrande maggioranza dei produttori di un’area specifica di raccogliere uve sane, mature e in grado di generare, almeno in teoria, vini ottimi. Prendiamo ad esempio la 2016, che nelle principali regioni vinicole del nostro emisfero ha coinciso con la presenza di vini di alta qualità: chi ha sempre prodotto vini di medio livello li ha fatti buoni, chi li ha sempre proposti vini buoni li ha realizzati ottimi e via dicendo. Ci sono poi annate difficili che non tutti hanno saputo fronteggiare adeguatamente e nelle quali convivono vini straordinari con vini di medio livello: se non conosci i singoli produttori, l’annata, da sola, non ti aiuta a scegliere.

Dopo aver completato il giro di appuntamenti nella scorsa settimana (dal 25 al 29 aprile) il quadro complessivo delle caratteristiche dell’annata 2021 a Bordeaux si è delineato con chiarezza e colloca sicuramente questo millesimo nel gruppo di quelli difficili, ma al tempo stesso entusiasmanti. Non è quindi definibile “grande” perché non lo è stato per tutti ma ciò non toglie che molti vini siano buonissimi.
In breve la stagione è stata segnata da un mese di giugno caldo e piovosissimo, con caratteri che hanno provocato la diffusione di muffe, con forti attacchi di peronospora soprattutto sui merlot, oltre a spingere fortemente le piante sul piano vegetativo. Luglio e agosto non sono stati più caldi ma assolutamente secchi, al punto che la maturazione delle uve, già partita in ritardo, si è quasi arrestata a fine agosto. Un settembre equilibrato, soleggiato e intervallato da tre momenti piovosi, ha permesso infine alle uve di arrivare, pur faticosamente, a maturazione. I Merlot sono stati mediamente raccolti tra il 20 di settembre e i primi di ottobre, i Cabernet nella prima decade di ottobre. Annata graduale, dai tempi antichi, che ha permesso, a chi ha ben operato nel vigneto, di raggiungere una maturazione fenolica invidiabile, con escursioni termiche che hanno favorito un’apertura aromatica raramente così espressiva in questa fase, gradi alcolici moderati (dai 12,5 ai 13,5) raggiunti addirittura con un piccolo aggiustamento zuccherino (chaptalisation). Nell’insieme, corroborato da una discreta presenza acida, il tratto più vistoso e allettante dei Bordeaux 2021 è costituito da un frutto fragrante e da una freschezza irresistibile, del tutto priva di toni vegetali. Nei casi migliori siamo in presenza di vini eleganti, da bere subito e anche, grazie alla finezza tannica e all’assenza di accenni surmaturi e ossidativi, di conservarsi a lungo. Nei casi meno brillanti i vini sono un po’ magri e corti ma comunque freschi e di buona beva. Confesso che assai raramente in passato come quest’anno, ho avuto la voglia di berli piuttosto che espellerli, come la ragione e la professionalità invitano a fare.
Qualcosa, però, ho buttato giù..

BORDEAUX PRIMEURS 2021

100 vini assaggiati stamani negli ampi locali dell’Hangar 14 dove l’UGCB ha organizzato la consueta kermesse dedicata ai Primeurs 2021 di Bordeaux. Si tratta di un’annata di media caratura che, oltre alle gelate primaverili, ha dovuto fare i conti con problemi di carattere sanitario (oidio), riversati soprattutto sui Merlot, e con uno sviluppo deficitario della stagione sul piano della maturità fisiologica. I gradi alcolici sono infatti insolitamente bassi rispetto agli ultimi anni e l’acidità è in evidenza come non mai. In compenso gli aspetti vegetali non sono altrettanto vistosi e molti vini hanno assunto una veste più classica, frequente nei Bordeaux del passato. Freschezza e bevibilita’ sono il tratto comune alla maggioranza dei vini provati, i tannini sono generalmente di buona qualità ma manca un po’ di frutto e profondità. Questa analisi non comprende tuttavia buona parte dei vini di prima fascia che tenterò di provare nei prossimi giorni insieme ai rossi di Pauillac e St. Estephe.

Dopo tre millesimi importanti come 2018, 2019 e 2020, la 2021 sarà probabilmente sottovalutata dal mercato anche in misura superiore ai propri demeriti e si spera quindi che i prezzi tornino ad essere ragionevoli. Piuttosto interessanti, infine, sono risultati i vini bianchi di Pessac-Léognan.

I report completi saranno pubblicati a breve, per il momento segnalo i 12 assaggi più interessanti della giornata, suddivisi equamente tra riva destra e sinistra

Per la riva destra cinque Saint-Emilion e un Pomerol:

Canon, Clos Fourtet, Pavie Macquin, TrotteVieille, Valandraud, La Croix de Gay.

Per la riva sinistra nell’ordine due Pessac-Léognan, due Saint-Julien, due Margaux:

Les Carmes Haut-Brion, Pape Clément, Léoville Barton, Saint-Pierre, Brane-Cantenac, Rauzan Segla.

IL LIMITE NORD

Quella del “limite nord” è una singolare teoria diffusa da tempo nel mondo del vino. Non ha nessun concreto fondamento scientifico ma rappresenta un punto di vista nel quale trovo molte suggestioni positive e che parte dalla semplice osservazione che le zone di produzione (e le vette qualitative più elevate) di alcune prestigiose tipologie di vino si trovano – nei terreni vocati, ovviamente – al limite nord di coltivazione dei vitigni che le caratterizzano. Oltre il limite – da intendere soprattutto come latitudine ma senza escludere altri fattori come l’altitudine, l’esposizione e così via – quelle determinate uve non maturano ed è inutile coltivarle. Nei pressi del confine, invece si arriva sì faticosamente e lentamente a maturazione, ma alla resa dei conti ciò si rivela un vantaggio in quanto consente ai tannini (nei vini rossi) di ammorbidirsi, alle acidità di non crollare a picco, agli zuccheri di non salire vertiginosamente e alle escursioni termiche (naturalmente più accentuate) di esaltare i caratteri aromatici.
Ci sono zone migliori della Borgogna per il Pinot Nero e lo Chardonnay (non spumantizzati ovviamente)? O di Pomerol per il Merlot o del Rodano del Nord per il Syrah? Lo stesso vale per il Nebbiolo, il Sangiovese, l’Aglianico e quant’altro ovviamente. E, tanto per non creare equivoci, è un concetto che non discrimina il Sud: l’Etna costituisce evidentemente il limite nord del Nerello Mascalese.
Certamente le variazioni climatiche – e ancor più le pratiche viticole – hanno gradualmente spostato il “limite” e il Nebbiolo si è spinto nell’Alto Piemonte e in Valtellina, il sangiovese nelle colline più alte del Chianti, la Valle Isarco ha assunto un inedito ruolo da protagonista nell’enologia altoatesina e via dicendo. In pari misura è facile osservare come i tempi di maturazione del pinot nero in Borgogna o del Merlot a Bordeaux si siano mediamente accorciati e quindi il punto di confine non sia più così tanto preciso.

Ma non è così importante stabilire dove dobbiamo tirare la riga, quanto il fatto che tale visione non include nell’idea di grande vino caratteri come la concentrazione e l’esibizione superficiale di ricchezza ma l’armonia, la finezza e la profondità. Si può forse disconoscere – pesco a caso e non in “casa nostra” – la grandezza di Romanée-Conti, di Château Ausone, Margaux o Rayas? E questi vini sono forse passati alla storia per la loro concentrazione smisurata?

Il filo conduttore resta l’equilibrio, il rapporto ideale tra calore e freschezza, tra profumi e struttura. Gli eccessi (come le carenze) di alcol, di acidità, di carica tannica, di maturazione del frutto (tralasciando per ora le pratiche di cantina), coprono e nascondono l’espressività di un vino, il suo carattere. Conciliare l’equilibrio con la personalità è l’obiettivo, la vera, concreta, pragmatica linea di confine da raggiungere e ogni produttore, a prescindere dalla collocazione dei propri vigneti, ha a disposizione una miriade di scelte – in campo e in cantina – che lo avvicinano o lo allontanano da quel punto ideale e (forse) immaginario.
Ma il tema è solo abbozzato e tornerò a parlarne a breve.

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