VECCHIE TERRE DI MONTEFILI: UN RITORNO GRADITO

 

Persona acuta e sensibile, Roccaldo Acuti è stato uno dei pionieri della nuova era del Chianti Classico, visto che già negli anni ottanta proponeva bottiglie di pregio in un contesto generale approssimativo e, spesso, anche scadente. Ci ha lasciato alcuni anni fa e anche se io non amo, come forse avrete notato, commemorare amici anche carissimi e persone stimate che ho conosciuto in anni di attività, in questo caso il ricordo è forte e parlarne è inevitabile perché Vecchie Terre di Montefili, l’azienda che lui aveva fondato negli anni ’70 e ceduto a tre signori americani nel settembre 2015, mi ha fornito, in questa stagione di assaggi, i segnali inequivocabili di voler proseguire, anzi rinnovare con forza,  la tradizione qualitativa della famiglia Acuti.

E se, con la complicità dell’annata 2016, le storiche etichette di Anfiteatro, sangiovese in purezza, e Bruno di Rocca, cabernet sauvignon in netta prevalenza, si dimostrano – nel segno della continuità – i testimoni più attendibili delle ambizioni della nuova proprietà, le Gran Selezioni di Chianti Classico ne rappresentano concretamente le forti radici territoriali.

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I VINI di CASTELLARE DI CASTELLINA

 

Credo sia la prima volta, in tanti anni che assaggio i vini di Castellare, che resto così colpito dal merlot in purezza Poggio ai Merli. Solitamente sono i vini a base di sangiovese, dai Chianti Classico a I Sodi di San Niccolò, a dettare legge nella gerarchia qualitativa dei vini dell’azienda di Castellina in Chianti, ma il fatto che già lo scorso anno sia rimasto abbagliato dalla sorprendente versione 2015 del cabernet sauvignon Coniale costituisce un precedente quasi preoccupante. Ma dopo una rapida verifica su altri assaggi di vini derivanti da uve bordolesi, Bolgheri compreso, effettuati quest’anno, posso confermare che è ancora il sangiovese a darmi le maggiori emozioni. Non ci sono dubbi.

Ciò non toglie che, non mi stancherò mai di dirlo, non si debbano giudicare i vini in base a pregiudizi relativi a tipologie, vitigni, zone di produzione, fama dei produttori, metodi di vinificazione e affinamento, mode del momento e via dicendo.

Nel caso dei vini di Castellare, un ruolo decisivo lo hanno giocato le diverse annate presentate per cui non c’è da stupirsi se, per una volta, le pur buone Riserve di Chianti Classico 2017 si siano fatte scavalcare dal Coniale 2016 e dal Poggio dei Merli 2018.

Una cornice a parte, seppur già ottimo, la merita invece I Sodi di San Niccolò che ha dalla sua un’annata importante come la 2016 ma che, proprio per la sua maggiore complessità, necessita di tempi di sviluppo più ampi rispetto alla prontezza innata di un merlot. Mi riprometto, quindi, di testarlo nuovamente tra qualche mese.

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I VINI di DONNA OLIMPIA 1898

 

Azienda bolgherese di proprietà di Guido Folonari, Donna Olimpia 1898 si è distinta sin dalle sue prime uscite per un taglio stilistico che ha sempre privilegiato l’equilibrio e la ricerca di forme eleganti più che le strutture vistose. Certamente gli andamenti climatici degli anni più recenti hanno reso meno agevole il percorso, ma quando un produttore ha un’idea stilistica ben definita riesce a ottenere, spesso e volentieri, i risultati attesi.

Le etichette prodotte sono numerose e tutte meritevoli di attenzione, come è rilevabile nel resoconto riservato agli abbonati, ma quest’anno mi sono sembrati particolarmente degni di nota due vini completamente diversi tra loro per caratteristiche e prezzo di uscita, vale a dire il semplice Bolgheri Bianco 2018 e l’Orizzonte 2016, un igt a base di uve petit verdot in purezza.

Il primo è una bella sorpresa: non è frequente trovare a Bolgheri vini bianchi così freschi, scattanti, espressivi; il secondo è invece un rosso dichiaratamente ambizioso che colpisce per quanto riesce a disciplinare le “irrequietezze” del Petit Verdot senza disperderne il carattere.

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QUATTRO OUTSIDER

 

Il Ciliegiolo di Mastrojanni, l’Etna Rosato Sul Vulcano di Donnafugata, il Pievasciata di Vallepicciola e Il Ghizzano della Tenuta omonima hanno ben poco in comune tra loro, se escludiamo l’annata che in tre casi è la 2018.

Diversi sono i territori di origine – Montalcino, Etna, Chianti Classico e la zona corrispondente oggi alla Doc Terre di Pisa – e diversi sono i vitigni, dal ciliegiolo al nerello mascalese, passando per blend a base di cabernet e sangiovese.

Ma sono collegati tra loro per il ruolo non preminente che hanno all’interno delle rispettive gerarchie aziendali, ovvero nessuno di essi è il vino di punta dei vari produttori citati, oltre, ovviamente, che per la piacevolezza di beva associata a un carattere di tutto rispetto e, aspetto non secondario, a costi d’acquisto piuttosto favorevoli.

Per chi volesse saperne di più, le relative annotazioni di assaggio sono disponibili qui.

Campo al Sole 2016 GIRI DI VITE

TOSCANA IGT VIGNETO CAMPO AL SOLE 2016 GIRI DI VITE

Mi piace l’idea, un po’ sfrontata, di scrivere “Selezione di Cabernet e Merlot” in un’etichetta che, poco sotto, riporta, come luogo di produzione, Radda in Chianti.
Che cos’è una provocazione o, addirittura, una profanazione della sacralità di un territorio votato al sangiovese e nemico giurato delle uve bordolesi?

Né l’una né l’altra, ovviamente, ma è stato decisamente stuzzicante il riscontro scaturito dall’assaggio del “Campo al Sole” dell’azienda Giri di Vite, un rosso in grado di far convivere una densità di struttura tipicamente cabernémerlottosa con una tensione, una freschezza e una scia sapida che mi hanno fatto subito immaginare una collocazione chiantigiana non disgiunta dalla presenza di una quota percentuale di sangiovese. Insomma, il Campo al Sole è risultato essere una piacevolissima sorpresa non solo per il senso di giusta maturità del frutto, l’armonia complessiva e la tessitura profonda ma anche per l’imprevista congiunzione con i caratteri peculiari dell’area raddese e chiantigiana.
È facile arrivare a concludere che la forza di un territorio va ben oltre le singole varietà ma raggiungere tale obiettivo con una Selezione di Cabernet e Merlot non è davvero cosa da poco.

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