QUATTRO OUTSIDER

 

Il Ciliegiolo di Mastrojanni, l’Etna Rosato Sul Vulcano di Donnafugata, il Pievasciata di Vallepicciola e Il Ghizzano della Tenuta omonima hanno ben poco in comune tra loro, se escludiamo l’annata che in tre casi è la 2018.

Diversi sono i territori di origine – Montalcino, Etna, Chianti Classico e la zona corrispondente oggi alla Doc Terre di Pisa – e diversi sono i vitigni, dal ciliegiolo al nerello mascalese, passando per blend a base di cabernet e sangiovese.

Ma sono collegati tra loro per il ruolo non preminente che hanno all’interno delle rispettive gerarchie aziendali, ovvero nessuno di essi è il vino di punta dei vari produttori citati, oltre, ovviamente, che per la piacevolezza di beva associata a un carattere di tutto rispetto e, aspetto non secondario, a costi d’acquisto piuttosto favorevoli.

Per chi volesse saperne di più, le relative annotazioni di assaggio sono disponibili qui.

Frappato Vs. Pinot Nero

FRAPPATO VS. PINOT NERO

Certe volte le impressioni favorevoli o sfavorevoli che, almeno emotivamente, provocano alcuni vini dipendono da una serie di coincidenze casuali. In particolare le sequenze di servizio possono incidere, in misura ovviamente parziale, sul giudizio finale, tanto è vero che è opportuno in taluni casi fare un secondo giro di assaggi rimescolando le carte, ovvero le bottiglie, prima di emettere un verdetto. Se l’ultimo vino testato era, si fa per dire (e per sognare), un Clos de la Roche del Domaine Leroy, ecco che qualsiasi bottiglia che lo abbia seguito possa essere sembrata carente di finezza e personalità. Qualsiasi, ripeto. Se invece il tuo assaggio è preceduto da un filotto di pinot noir (tanto per restare sullo stesso vitigno) nostrani, probabilmente il giudizio non sarà altrettanto penalizzato, anzi..

Ed è proprio quello che è successo ai vini di Poggio di Bortolone che forse non mi sarebbero sembrati così luminosi dopo un bicchiere di un Grand Cru di Borgogna. E non mi avrebbero indotto a pensare – se davvero i termini ricorrenti nell’immaginario vino ideale fossero freschezza, eleganza e leggerezza – perché molti produttori continuino a rincorrere il mito del pinot nero quando, prendendo lo spunto da questo recente assaggio, abbiamo in dote uve come il Frappato o il Rossese o altre ancora, che danno vita e origine a vini di una fragranza e, diciamolo pure, di una finezza che l’uva borgognona alle nostre latitudini difficilmente riuscirà a esibire con continuità. L’unica attenuante è costituita dal fatto che cimentarsi nella produzione di pinot nero rappresenta da sempre (e in ogni luogo del mondo) una sfida troppo avvincente per alcuni vignaioli appassionati che meritano, evidentemente, solidarietà e umana comprensione; ma in altri casi ho il forte dubbio che sia solo una moda dettata dal marketing.

Per il momento è più saggio e opportuno restare con i piedi per terra e tornare a parlare degli eccellenti rossi di Poggio di Bortolone: chi volesse consultare le note di degustazione dei Cerasuolo di Vittoria, del Frappato, come pure dell’Addamanera (syrah e cabernet sauvignon) e del Petit Verdò può cliccare qui, in zona abbonati.

Tre Anni Dopo: Etna Bianco Gamma

 

Tre anni dopo: Etna Bianco Gamma 2015 FEDERICO CURTAZ

No, non sono un appassionato di cold case, ma riassaggiare a distanza di anni lo stesso vino dà un po’ il senso di una verità più profonda che il singolo assaggio, la singola bottiglia e il singolo momento in cui la provi, non è in grado di assicurarti. Ed è ormai diventata una tale abitudine che la trasformerò in una rubrica fissa: …anni dopo.

Inaugurata con il Salisire di Loredana Vivera e continuata con il Campo del Guardiano del Palazzone, la rubrica ospita oggi il Gamma 2015 di Federico Curtaz, ancora un bianco etneo, che mi aveva particolarmente colpito alla sua prima prova, portandomi a scrivere, nel marzo 2017, le seguenti note:

estrema, invitante purezza olfattiva, il carattere è floreale, agrumato, minerale – l’equilibrio tra calore e freschezza è quasi perfetto, in questa fase giovanile prevale di poco, e per fortuna, la terra (sale e acidità) sul sole (alcol e zuccheri), ma si apprezza in particolare la tensione gustativa elastica e flessuosa – il finale è lungo, complesso – un esordio scoppiettante per un vino di grande prospettiva.

L’assaggio, ripetuto pochi giorni fa, mi ha fatto chiudere l’indagine con un banale copiaeincolla dove mi limiterei a sostituire il termine “esordio” con “conferma”.

E, banalità per banalità, è anche la conferma che gli ingredienti determinanti per realizzare vini di personalità sono, sempre e dovunque, la vocazione di un territorio e del suo interprete.