Come ho già avuto modo di affermare, non ritengo opportuno associarmi ai lamentosi piagnistei sulle difficoltà di mercato e sulle assai ipotetiche formule riparatrici. Mi limito a segnalare che – mal comune mezzo gaudio – i nostri cugini d’oltralpe non se la passano per niente meglio anche se fanno eccezione i vini di Borgogna che continuano ad essere fortemente richiesti e magicamente, quando regge la domanda, non c’è grandine, gelata o alluvione che possa limitare la produzione. Al contrario di Bordeaux, dove si estirpano vigneti e riducono le rese, ma si mantiene alta la qualità, almeno basandosi sugli incoraggianti riscontri ricevuti dall’annata 2025. A tal proposito ricordo che iniziano a uscire in misura più consistente, ma non ancora esaustiva, le quotazioni dei “primeurs” che, come previsto, non si stanno discostando molto da quelli di un’annata decisamente inferiore sul piano qualitativo come la 2024. Non appena il quadro sarà più delineato, segnalerò le occasioni da non perdere o, comunque, più convenienti.
Sul fronte nostrano debbo dire che né il clima né le bizze del mercato stanno scalfendo, almeno per ora, i progetti qualitativi. Nei Report pubblicati quest’anno segnalo la buona risposta sullo stato di salute dei Chianti Classico rilevata nel corso delle Anteprime toscane. Ormai gran parte delle vigne piantate in regione a fine ‘900 e agli inizi di questo secolo sta raggiungendo una maturità adeguata e, anche esteticamente, non ricordo, nelle varie zone di produzione, un panorama di vigneti così bello a vedersi come adesso. Per mantenersi così – bello, sano ed efficiente – il vigneto (come pure la cantina) necessita di continue attenzioni che a loro volta sono sostenute e alimentate dalle risorse messe a disposizione. Insomma, le difficoltà commerciali alla lunga possono innescare un processo al contrario che sicuramente non apporterà benefici alla qualità finale.
Sinora non è successo, ma, per chi ama il vino, il vero rischio è questo.





