LA ROCCAIA

Una recensione “volante”, dedicata a La Roccaia, azienda sangimignanese che assaggio per la prima volta e della quale, in tutta sincerità, non ho nessuna notizia. Mi è però sufficiente il bicchiere per trarre le prime impressioni che sono decisamente positive per due motivi principali: tutti e tre i vini provati (soprattutto i due rossi) sono ben curati, precisi e di franca bevibilità; inoltre, dato che non proprio non dispiace di questi tempi, il prezzo di acquisto (anche online) è più che abbordabile.

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

LUNADORO

Tra le aziende di nuova generazione a Montepulciano non si può certamente tralasciare Lunadoro, distinta sin dalle prime uscite da uno stile dai toni classici e un po’ languidi che tendono a mettere in risalto il carattere del sangiovese. Anche le degustazioni di quest’anno hanno confermato questa identità stilistica con una prevalenza piuttosto netta della più tonica selezione Gran Pagliareto 2016 sulla Riserva Quercione 2015.

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FATTORIA SAN DONATO

Non scopro niente di nuovo a segnalare la Fattoria di San Donato tra le aziende più affidabili e continue nel tempo in quel di San Gimignano. Le varianti tra un anno e l’altro sono costituite essenzialmente dai confronti interni: in tema di Vernaccia, è migliore la selezione Angelica o la Riserva Benedetta, oppure, spostandosi sul fronte dei vini rossi – San Donato è una di quelle aziende che porta a dubitare se la vocazione sangimignanese sia solo bianchista – è più riuscito il Chianti Colli Senesi Fiamma o il Merlot Arrigo?
I vini mantengono nell’insieme un profilo stilistico equilibrato che non abbraccia nessun orientamento in modo radicale ma sono semplicemente coerenti con i terreni e il microclima di San Donato oltre che con i caratteri di ogni singola annata.

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I BOLGHERI DI VILLANOVIANA

Dalla rilettura delle note di assaggio stilate quest’anno sui vini di Villanoviana è emersa un’ulteriore conferma del valore potenziale delle aziende bolgheresi di recente fondazione. E non solo per motivi di generico apprezzamento qualitativo, ma per la consapevolezza e la maturità stilistica percepite, per la capacità di realizzare vini dotati di una ricchezza naturale e non esibita, per l’evidente ricerca di equilibrio e bevibilità, soprattutto in coincidenza con millesimi poco propizi come è stato il 2017. E senza dimenticare la “democratica” attenzione estesa anche alle etichette minori, come testimonia la sorprendente riuscita del Vermentino Teia.

Seguono, per gli abbonati, le note di degustazione.

I CHIANTI CLASSICO DI TERRENO

La mia evidente predilezione per vini freschi, eleganti e ben caratterizzati non poteva farmi sfuggire la produzione dell’aziendaTerreno di Greve in Chianti, proprietà della famiglia svedese Ruhne da una trentina di anni.

Più che le specifiche caratteristiche rilevate in ognuno dei tre Chianti Classico assaggiati colpisce l’impressione di insieme: vini modulati con attenzione, precisi, equilibrati e, soprattutto, bevibili. Nati, come è giusto che sia, per essere consumati senza inibizione (se ci scappa un bicchiere in più va sempre bene, basta che dopo non si pretenda di mettersi alla guida) a tavola. Rossi gastronomici, direbbe qualche mio amico e collega. Le differenze tra un’etichetta e l’altra non mancano ma sono sfumate: l’annata più calda, l’altitudine del vigneto, un tocco di rovere più accentuato, non cito il terreno per evitare confusione e banali giochi di parole, insomma basta poco per diversificarle ma anche per rafforzare il loro senso di omogeneità.

I dettagli organolettici sono consultabili, come sempre, qui, in zona abbonati.

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