I VINI di CANALICCHIO DI SOPRA

 

Il progetto di Canalicchio di Sopra si sta sviluppando con passo sicuro, ben ispirato da una visione concreta e lungimirante di quello che potrà essere il Brunello del prossimo futuro. Dalla nuove strutture di cantina siamo passati all’individuazione e alla gestione dei singoli vigneti, o cru che dir si voglia, che caratterizzeranno sempre più i vini della famiglia Ripaccioli. Canalicchio e Montosoli, due luoghi che hanno fatto non solo la storia della denominazione ma del vino di Montalcino sin dai tempi che non si chiamava ancora Brunello, raccolgono, per un totale di poco inferiore ai 20 ettari, le 10 vigne della proprietà.

Per il momento l’esordio è stato riservato solo a uno dei cru, La Casaccia,  che ho riassaggiato, a distanza di pochi mesi da Benvenuto Brunello, insieme al Brunello 2015 e al Rosso di Montalcino 2018.

I riscontri sono stati, manco a dirlo, particolarmente confortanti non solo sul piano della qualità complessiva ma anche e soprattutto nella conferma di un disegno stilistico rigoroso, in linea con la politica sostanziosa e poco appariscente dei titolari e coerente con il forte carattere del territorio.

Seguono qui le note di assaggio

SELEZIONE VINI 2020: ROSSO DI MONTALCINO

Come previsto, l’annata 2018 del Rosso di Montalcino ha proposto una serie di vini dal carattere semplice ma distinto da una piacevole vena di freschezza che ha assicurato equilibrio e un’adeguata bevibilità alla maggioranza dei campioni assaggiati. I Rossi dell’annata 2017, vista anche la ridotta quantità di campioni presenti, sono da considerare come rappresentativi dello stile adottato dalla prevalenza dei produttori presenti in assaggio più che dell’intera tipologia. Un Report dell’annata 2017 è comunque rintracciabile qui.

Sarebbe invece interessante dissertare sulle prospettive della tipologia che spesso evidenzia, almeno in certe zone della denominazione, una qualità notevole e, insieme, un potenziale sinora (volutamente) inesplorato.  In pochi altri luoghi – o nessuno, forse – il sangiovese “giovane” esprime un frutto così ricco e succoso senza rinunciare alla freschezza come a Montalcino, ma questa peculiarità  non è stata sinora adeguatamente valorizzata. È evidente che il successo planetario del Brunello, che si traduce in una marcata differenza  di valore economico tra le due denominazioni, renda la discussione puramente accademica: l’ordine naturale delle cose suggerirebbe una predominanza, in termini quantitativi, della tipologia più semplice rispetto a quella più pregiata, ma immaginare qualcuno che produca Rosso in luogo del Brunello è pura fantascienza.

segue, per gli abbonati, la recensioni di 41 vini

Il Brunello di FATTOI e le lance spezzate

Oggi sono di umore buono e quindi voglio fare lo spezzatore di lance, per trasformarmi, nei momenti più cupi, in spezzatore di spezzatori di lance (Guzzanti docet).

La lancia di oggi la voglio spezzare per Fattoi, un produttore di Montalcino i cui vini mi sono sempre piaciuti anche quando la loro grammatica enologica, come si suol dire, non era inappuntabile. Da qualche anno però, risolti i problemi “grammaticali”, ogni volta che assaggio il Rosso di Montalcino, il Brunello, il Brunello Riserva, insomma tutti i vini marcati Fattoi, la mia ammirazione per questa azienda cresce progressivamente.

Rileggendo i commenti dei recenti, eccellentissimi, assaggi del Rosso 2018 e del Brunello 2015, ho fatto un giro sul web per verificare il prezzo di vendita di quest’ultimo. Su un sito specializzato l’ho trovato a 32 euro e 50 centesimi, che, in rapporto alla qualità e ai prezzi che spuntano altri Brunelloni famosi, è davvero una bazzecola, ma che dico bazzecola, è una quisquilia, ma che dico quisquilia….Vabbè, diciamo che è decisamente conveniente (e il Rosso ancora di più).

Ho però notato che a fianco del prezzo erano riportati i punteggi di alcune testate ameri’ane* che solitamente sparano votoni altissimi ma non stavolta: dare 90 centesimi a un vino qualsiasi non è poco ma, nel caso specifico di un Brunello 2015, significa relegarlo in fondo alla classifica della tipologia.

Potrei concludere che anche Fattoi ci ha messo del suo perché è troppo poco international style e anche se sarebbe facile cavarsela con questa battuta scadente, una lancia a suo favore deve pur essere spezzata.
In realtà credo che quelli di Fattoi, come di (pochi) altri produttori, siano vini che migliorano costantemente con la permanenza in bottiglia e, se assaggiati troppo precocemente, rischiano, al di là dei rispettabilissimi gusti personali, di essere sottovalutati.

Ma che ci volete fare, so’ ragazzi*.

*come avrebbe detto Fabio Rizzari

 

Brunello di Montalcino 2015, il Report

 

Brunello di Montalcino 2015

Sono esattamente 100 (su un totale di 179 assaggiati) i vini selezionati insieme a Claudio Corrieri e recensiti nel Report dedicato al Brunello di Montalcino 2015, consultabile cliccando qui.

Per gli amanti delle statistiche, 96/100 è il voto massimo assegnato e i 31 vini segnalati con valutazione superiore ai 90 centesimi appartengono alle seguenti cantine (elencate in ordine alfabetico):

Altesino, Argiano, Baricci, Canalicchio di Sopra, Capanna, Caprili, Col di Lamo, Collemattoni, Corte dei Venti, Corte Pavone, Cupano, Fattoi, Gianni Brunelli, Giodo, Il Marroneto, Lambardi, Le Chiuse, Le Ragnaie, Lisini, Mastrojanni, Pietroso, Podere Le Ripi, Poggio Antico, Poggio di Sotto, Salvioni, Talenti, Tenuta di Sesta, Uccelliera, Val di Suga.

Brunello di Montalcino 2015, spunti e riflessioni

 

Brunello di Montalcino 2015, spunti e riflessioni

È inutile negare che, dopo il modesto millesimo 2014, c’erano molte attese sull’uscita dei Brunello 2015, anche in considerazione dei riscontri decisamente positivi emersi nelle altre principali denominazioni della regione (Chianti Classico, Bolgheri, Nobile, Carmignano etc..) e, volendo, anche in riferimento alle cinque stelle cinque assegnate a suo tempo dalle commissioni ufficiali del Consorzio di tutela. Con la preziosa collaborazione di Claudio Corrieri, ho passato al vaglio circa 200 vini (143 Brunello “semplici” e una sessantina di “Selezioni”) e il responso, certamente non definitivo e suscettibile di ulteriori verifiche nel corso dell’anno, è stato al di sotto delle nostre aspettative. Intendiamoci, la 2015 è un’annata sicuramente buona. Ma non certo grande. Non mancano le etichette di alto livello ed è nutrito il gruppo dei Brunello qualificabili come “ottimi”, ma la quantità di vini non all’altezza di una denominazione prestigiosa come è il Brunello di Montalcino, oltretutto in un’annata considerata di alto profilo, è parsa francamente un po’ eccessiva.

La gamma delle “precarietà” è piuttosto ampia, si va dalle evoluzioni precoci alle ingerenze alcoliche e tanniche, dalle intrusioni del rovere alla sistematica presenza di alcune incertezze olfattive; poco equilibrio e poco carattere in molti, troppi vini. Se una dozzina di anni fa era inaccettabile la presenza di vini dal color nero pece (e chi ha buona memoria si ricorderà che all’epoca il sottoscritto è stato tra i pochi a scriverlo e ribadirlo con chiarezza), oggi si può ritenere a ragione poco presentabile la visione di qualche (pochi, per fortuna) Brunello con il bordo del bicchiere color zampa di gallina.

Eppure negli ultimi venti anni a Montalcino non sono certo mancati gli investimenti, con rinnovamento del parco vigneti, delle strutture e delle attrezzature di cantina. È cresciuta la consapevolezza dei produttori, ma nelle ultime tre annate (2013, 2014, 2015), chi cerca la freschezza, l’eleganza di beva e il carattere anche irrequieto del sangiovese, non è solo a Montalcino che si deve rivolgere.

E allora? È forse colpa del cambiamento climatico? Troppo facile prendersela con il clima, anche perché le tre annate sopra citate sono state del tutto diverse tra loro. Ma, e il discorso riguarda tutto il mondo del vino e non solo Montalcino o l’Italia, in aggiunta al clima va ricordato che tutte le scelte agronomiche, quelle più strettamente viticole (portainnesti, cloni, gestione del vigneto etc..) e di cantina (condizioni di macerazione, uso dei legni e via dicendo) si sono indirizzate nel recente passato su modelli qualitativi che privilegiavano la potenza rispetto alla finezza, la prontezza rispetto alla lentezza, puntando, ad esempio, sulla precocità di maturazione delle uve e su affinamenti sempre più ossidativi.

Non a caso, e non solo per il cambiamento climatico, sono emersi con forza negli ultimi anni territori quasi dimenticati come il nord Piemonte, la Valtellina, la Valle Isarco, l’Etna e, per restare in Toscana, certi lembi del territorio chiantigiano (Radda, parti di Gaiole, Lamole..).

Non a caso, nonostante che ora la Borgogna vada di moda più che mai e tutti la glorifichino, i vini rossi della Côte d’Or hanno perso la ricchezza aromatica e la fragranza gustativa del passato e dopo neanche dieci anni mostrano cenni di stanchezza: il pinot nero si raccoglie ormai con venti giorni di anticipo.

Non a caso i vini prodotti in quel fantastico “supercru” del versante settentrionale che è la collina di Montosoli, sono risultati tra i più espressivi e incisivi della complessa degustazione di Benvenuto Brunello 2020.

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